Chi sono

Il blog è improntato sull'analisi dei rapporti storici e culturali tra Roma e l'Italia e  sulla metafisica romano-italiana, interesse di autori come J, Evola, G, De Giorgi, G. Casalino e L. M. A. Viola, tanto per citare qualche nome. Riteniamo  che anche questa branca della romanistica contenga elementi degni di attenzione e di riflessione.

Come uomo di Destra non posso non avere a cuore le fondamenta romane della civiltà italiana. Quello che mi appassiona è la razionalizzazione di tutto questo patrimonio di cultura e di civiltà. A proposito della Destra, bisogna specificare che essa non è una religione e nemmeno una ideologia o una filosofia. Per la Destra contano solo i fatti, che cerca di interpretare nel modo il più possibile oggettivo e distaccato, sine ira et studio, come diceva Tacito.

Mi chiamo Edoardo Igini e sono nato a Roma il 10/12/1964. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, mi sono dedicato agli studi di Giurisprudenza, concentrando la mia attenzione soprattutto sul diritto romano e specialmente sulle sue implicazioni storiche, antropologiche e filosofiche, convinto che queste portino ad un sapere arcano, ignorato per millenni. Come vedremo nei post, si tratta di un sapere semplice, tutto giocato sul rapporto tra fas e ius, tra legge divina e legge umana. Probabilmente, i Romani, pur condividendo l'impostazione teologica degli altri popoli, hanno intuito con più immediatezza la natura dell'essere e non hanno costruito perciò un  sistema religioso complesso, quale lo ritroviamo, ad es. in Grecia o in India. Per questo motivo, la teologia romana è stata a lungo accusata di povertà e mancanza di idee, e considerata inferiore alle altre, anche per la mancanza di una mitologia cosmogonica.    

Di cosa parlerò

Nel mio blog tratterò principalmente il diritto romano, la  storia, il pensiero della Destra e la cultura italiana nelle sue molteplici sfaccettature. Vorrei evidenziare la continuità ininterrotta tra cultura romana e cultura italiana ed inoltre l'esistenza di una filosofia romana collettiva di cui non si è mai parlato sinora.

E' un dato di fatto che non si può capire la civiltà italiana prescindendo dall'apporto essenziale della cultura greca, perché i Latini seppero fondere in unum , tramandandoli alla posterità, il loro spirito pratico, con la fantasia greca. Sul cosiddetto spirito pratico dei Romani, tuttavia,  svolgerò un approfondimento, perché essi non mancarono né di idealismo, né di un certo "misticismo".

I romani influenzarono la cultura italiana soprattutto in tre settori: letteratura, diritto ed architettura, mentre l'arte in generale e le scienze ebbero in Italia un autonomo sviluppo. Si pensi però alla figura rinascimentale dell'homo universalis, capace di padroneggiare tutto lo scibile, come Leon Battista Alberti e Giovanbattista Della Porta: noi riteniamo che questa figura ebbe origine nell'enciclopedismo romano, del quale insigni rappresentanti furono, ad es., Aulo Cornelio Celso, che scrisse non solo di medicina, Marco Vitruvio, ricordato soprattutto come architetto,  Marco Terenzio Varrone e Gaio Svetonio Tranquillo che, in epoca adrianea, scrisse due enciclopedie: Roma e Prata. Non è certo un caso che la letteratura italiana trabocchi di eruditi ed enciclopedisti più che di filosofi. 

Anche l'astrologia, di cui si dilettarono i pensatori italiani almeno fino al Rinascimento, sembra di origine latina: basti pensare al filosofo, astrologo, grammatico e naturalista Publio Nigidio Figulo, ricordato come neopitagorico, e al poeta ed astrologo Marco Manilio, vissuto sotto Tiberio, ed autore dell'opera Astronomica, il cui impianto strutturale è dato dal De rerum natura di Lucrezio, ma in cui prevale l'orientamento stoico.

Per quanto riguarda più da vicino il diritto, ritengo che esso contenga tutta la "scienza" romana, ( Ulpiano parlava dei giureconsulti come di coloro che mostravano una non simulatam philosophiam), prospettiva che purtroppo si è persa con il venir meno dell'organismo statuale romano: la scienza di cui parliamo è, secondo noi, onnicomprensiva, ricomprendendo non solo il disciplinamento dei rapporti umani, ma anche aspetti religiosi, filosofici e scientifici in senso moderno.

Secondo la tradizione romano-italiana, infatti, diritto, religione (o teologia) e scienza, non sussistono come realtà separate. Notiamo alcune cose: in primo luogo che il diritto "moderno" è impoverito rispetto a quello romano, perché secondo i Romani il diritto è sapere onnicomprensivo; in secondo luogo che la religione è spesso svilita a pura superstizione; infine che la stessa scienza si sta perdendo in un labirinto di ipotesi che finiscono per allontanarla dalla realtà. 

Sia il ius che il fas alludono ad una stessa verità ultima: quell' equilibrio energetico che governa l'Universo. Semmai possiamo dire che il ius, in quanto diritto, ha una valenza più umanistica, in quanto rivolto ad equilibrare i rapporti umani. Il fas, invece, in quanto lex divina si riferisce al mondo della religione ma anche della scienza, dato l'approccio scientifico che i Romani avevano verso la religione, tramite il diritto pubblico. Ma  ius e  fas sono avvinti da un legame fortissimo, in quanto il secondo è fondamento imprescindibile del primo.

Nonostante ciò, possiamo parlarne come di entità distinte, come abbiamo visto. La religione e la scienza cosmologica sono la stessa cosa: nel blog, in più notizie, abbiamo cercato di chiarire questa affermazione, ricorrendo all'interpretazione delle Triadi, soprattutto di quella regia, perché in esse crediamo di aver trovato la spiegazione del fas come equilibrio energetico, attribuendo ai singoli dèi componenti un significato che ha a che vedere con l'energia. D'altronde, Ausonio diceva che il fas dei Romani corrispondeva a Témi, la dea greca dell'equilibrio cosmico.

Per equilibrio energetico si intende un contemperamento di forze contrastanti, che nel ius può avvenire non solo mediante l'ufficio pacifico del giudice, ma, a livello internazionale, anche attraverso la guerra. Pensiamo ai conflitti che videro come teatro l'Italia nei secoli antecedenti la nascita di Cristo: a nostro parere Roma non nacque come potenza imperialista ma lo diventò in seguito al successo delle sue armi in Italia. Nei secoli III-I a.C., si assiste a una accanita lotta per la sopravvivenza sia da parte dei Romani sia da parte degli altri popoli (Galli ed Italici), che ingaggiarono con Roma un conflitto cruento, senza esclusione di colpi. A ciò bisogna aggiungere l'invasione dei popoli germanici dei Cimbri e dei Teutoni, che in un primo tempo riuscirono a battere gli eserciti consolari anche se alla fine furono sopraffatti dalle armate repubblicane.   

Dunque possiamo dire che la sinteticità romano-italiana alla lunga si rivela più efficace dello spirito analitico greco: o meglio, che la tradizione romano-italiana parte sì dall'analisi ma per giungere ad una grandiosa sintesi del reale. I greci non hanno mai conosciuto un concetto paragonabile allo ius romano: avevano il generico concetto di "giusto"; il dikaion pubblico e privato, tanto per rifarci ad Aristotele; non hanno mai pensato di avvicinare e contemporaneamente distinguere la lex humana e la lex divina. Pregevole è peraltro il contributo del pensiero greco alla scienza giuridica: basti ricordare la distinzione tra nomos, o convenzione positiva, e la physis, o natura, maturata nella Grecia del V secolo a.C., su impulso dei sofisti. 

A proposito del ius naturale romano, questo è considerato da due punti di vista: come diritto assolutamente "altro" ed astratto rispetto al diritto positivo della civitas (ius civile), in cui gli uomini nascono liberi e non è conosciuta la schiavitù; oppure come diritto applicato nell'ambito del diritto positivo, secondo principi di equità che smorzano il rigore dello strictum ius, con l'introduzione di istituti a tal fine predisposti (favor libertatis ).  

Ne deriva che la sapientia romana, nell'unire diritto, religione e scienza, è una filosofia (o visione del mondo) civica, perché è incentrata sui diritti e sui doveri del cittadino, anche nei confronti delle divinità. Il credo religioso romano è ricondotto nell'alveo della sfera civile, ed è perciò che il romano non è superstizioso o credulone: la sua religione non promette paradisi o minaccia inferni ma, coerentemente con la visione indoeuropea, considera il mondo divino in modo severo e disincantato. 

Il fas, o parola divina, è all'apice del sistema giuridico-religioso romano: essa si pone come principio creatore del mondo. Non stupisce che in tempi molto risalenti dell'esperienza giuridica romana, la parola fosse considerata dal punto di vista del suo valore creativo, e verbali erano tutti i negozi giuridici. La scritturazione giuridica viene a Roma dalla Grecia ma la verbalità resiste ancora per molto, almeno fino a Diocleziano: pensiamo alla sponsio.

Verso il ius, i giuristi romani avevano un atteggiamento contemplativo, intellettualistico: ed è perciò che Papiniano poteva scrivere che l'" hereditas intellectum iuris habet" (l'eredità ha intelletto giuridico"). 

Oggi il diritto statuale non comprende più la religione, ma ci sono due diverse branche giuridiche: una che riguarda i rapporti tra Stato e Chiesa, (diritto ecclesiastico), ed una che disciplina l'ordinamento interno della Chiesa, o diritto canonico.

Il pensiero italiano è immanentistico: come non osservare che per la religione romana ( e la religione è una forma di pensiero) gli dei erano immanenti alle cose naturali e alle persone ?

 

Questi sono solo alcuni dei principali argomenti che tratteremo.