La composizione etnico-geografica dell'Italia preromana. III Parte: il Sud.

 

In questa notizia prenderemo in considerazione alcuni popoli dell' Italia meridionale e cioè i Sanniti, gli Osci, i Dauni, i Bruzi e per finire i Greci. 

Iniziamo dai Sanniti. Questo fu un popolo fiero e bellicoso che diede non poco filo da torcere ai Romani. I Sanniti, intorno al IV sec. a.C., erano insediati nella fascia di territorio compresa tra l'Abruzzo, il Molise e la Campania, ed erano divisi in varie tribù: i Carecini, i Pentri, i Caudini e gli Irpini. Non costituendo una nazione unitaria, i Sanniti erano diversi tra loro per costumanze e usi politici, e mancavano quindi di un governo centrale: i centri principali erano: Aufidena, Bovianum vetusAesernia, Venafrum e Caudium. Esisteva tuttavia una unione politica (se non proprio amministrativa), imperniata sul touto ( la tota degli Umbri), cioè la comunità complessivamente intesa, divisa in più pagi o villaggi. In genere ogni tribù rappresentava un touto, con elezioni politiche periodiche, sebbene l'aristocrazia monopolizzasse le cariche pubbliche, un po' come avveniva a Roma. Figura magistratuale principale, con funzioni praticamente regie, era il meddix tuticus, eletto in modo democratico, che sovraintendeva su tutti gli affari attinenti la comunità: era capo militare, giudice e sacerdote. Approfondiremo la fisionomia di questa carica elettiva quando parleremo degli Osci. 

Non staremo a dilungarci sulle guerre che opposero con alterna fortuna i Romani ai Sanniti, tanto sono note. Ci soffermeremo solo sull'ultima fase del conflitto, denominata bellum sociale, durata dal 91 all'89 a.C., alla quale i Sanniti presero attivamente parte, e che vide contrapporsi i Romani ai loro alleati italici. Questi si organizzarono in una Lega, sul modello della Repubblica romana, retta da un senato di 500 membri e con un esercito guidato da due consoli e dodici pretori. Capitale della Lega fu Corfinium e poi Isernia, dove prese il nome di Lega italica. Essa ebbe anche una propria monetazione: alcune monete riportavano la scritta Italia, mentre altre raffiguravano un toro nell'atto di abbattere la lupa romana. A conclusione della guerra, i cui focolari tuttavia durarono ancora per due anni, intervennero due leggi romane: la lex Plautia Papiria, che nell'89 a.C. concesse la cittadinanza romana a tutti i ribelli e la lex Pompeia, del medesimo anno, che sancì l'estensione del ius Latii a tutte le popolazioni stanziate tra il Po e le Alpi.  

E' interessante notare come una nozione politica di Italia, sia emersa proprio in contrapposizione a Roma e che già nella battaglia di Sentino (nel 295 a. C.,) una coalizione di Galli, Etruschi ed Italici affrontasse in una sfortunata battaglia le forze romane. Ma questo argomento lo affronteremo più dettagliatamente in sede di riflessioni conclusive.

 

La composizione etnico-geografica dell'Italia preromana. II Parte: il Centro.

 

Proseguiamo nella nostra analisi occupandoci ora del Centro Italia. Da nord a sud, incontriamo i seguenti popoli: Etruschi, Piceni, Umbri, Falisci, Latini e Sabini. Introdurre un discorso sia pure essenziale sugli Etruschi non è impresa facile, tanto vasta è stata la loro influenza sul processo di civilizzazione dell'Intera Italia. Ci limiteremo pertanto alle nozioni fondamentali, seguendo vari autori ed in particolare Mario Torelli (1981). 

In primo luogo viene in risalto il problema delle origini degli Etruschi. In età antica, tenevano banco tre teorie formulate da storici e scrittori greci. Secondo Erodoto, gli Etruschi sarebbero giunti dalla Lidia (regione dell'Asia minore); secondo Ellanico, essi sarebbero da identificare con i Pelasgi, popolo del mare, che, dopo varie peregrinazioni nell'Egeo, sarebbero approdati in Italia; secondo Dionigi di Alicarnasso, invece, gli Etruschi non provenivano dall'Oriente, ma erano una popolazione autoctona, e il loro nome era Rasenna e non Tirreni. Gli studiosi moderni sono più critici, e i dati che possediamo per risolvere la questione sono relativamente pochi, mentre abbondano le ipotesi: non sarebbe corretto parlare di "arrivo" degli Etruschi, tanto meno sotto forma di invasione, giacché essi sarebbero, come popolo, il prodotto di lunghe vicende svoltesi nella Penisola, tra l'età del Bronzo e la piena età del Ferro.

I saecula assegnati dal fato agli etruschi, secondo la loro stessa dottrina, sarebbero stati dieci, e, in realtà, noi assistiamo allo svolgersi della civiltà etrusca dal IX al I sec. a.C., quando, con la completa assimilazione da parte dei Romani, il nomen Tuscum svanì. Al culmine dell'espansione territoriale (Catone il Censore parla di un vero e proprio imperium), l'area dominata da questo popolo comprendeva oltre l'Etruria, l'Umbria occidentale, il Lazio settentrionale e centrale, con ramificazioni nelle attuali regioni dell'Emilia-Romagna e della Lombardia, fino a lambire il Veneto, l' isola della Corsica e, a sud, alcune zone della Campania. 

La fase più antica della civiltà etrusca, è la cultura villanoviana (X sec. a.C.), erede della più antica cultura proto-villanoviana (XII-X sec. a.C.). La cultura villanoviana è caratterizzata, oltre che dalla peculiarità dei sepolcreti e degli arredi funebri, dal primo emergere della privatizzazione della terra. l'VIII secolo, porta con sé un processo di stratificazione socio-economica e culturale, che ben si differenzia dal "comunitarismo" del periodo proto-villanoviano. E' l'età del trionfo delle aristocrazie e dello stile orientalizzante giunto dalla Grecia, fenomeno alquanto complesso. 

Gli Etruschi furono in contatto con vari popoli, italici ed extra-italici. Di particolare importanza è l'influenza che essi ebbero sui Romani, se è vero che la Triade capitolina è un "prodotto" religioso etrusco e che  l' aruspicina fu una forma divinatoria che i Romani mutuarono dagli Etruschi, considerandola peraltro sempre straniera alle loro pratiche cultuali.  Quanto alla struttura della società, gli Etruschi erano organizzati in città-Stato, facenti parte di una federazione di 12 popoli. 

Il rapporto col divino era improntato al timore, fondato sulla convinzione dell'esistenza di un destino ineluttabile che l'uomo poteva solo prevedere ma non modificare, concezione diversa da quella dei Romani. I tre dei più importanti del pantheon etrusco, erano: Tinia (Giove), Uni (Giunone) e Menrva (Minerva),  che, come sappiamo, trovarono posto nella Triade capitolina repubblicana. I libri sacri etruschi (complessivamente chiamati dai Romani Etrusca disciplina), tradotti in latino, contenevano tutta la scienza sacra, ed erano divisi per argomento; dai libri haruspicini, a quelli fulgurales a quelli acherontici ecc.

Altro problema spinoso è dato dalla lingua etrusca. Secondo molti studiosi essa era una lingua non indoeuropea, ma preindoeuropea o paleoeuropea. L'alfabeto arcaico è di stretta derivazione greca. Nonostante un corpus di 13.000 iscrizioni, la lingua etrusca presenta ancora problemi di decifrabilità, non essendo stato ancora ritrovato un documento analogo alla Stele di Rosetta, che, grazie alla parte scritta in greco, ha contribuito in modo determinante alla comprensione del testo egizio. Si ricorda anche il nome di un tragediografo: Vulca di Veio.

Popolo ricettivo, gli Etruschi hanno influenzato grandemente la civiltà romana sotto molti aspetti: bellico, architettonico, religioso e politico, finché, con la presa di Veio, nel 396 a.C., iniziò un lento ma inesorabile decadimento politico-militare, che portò gli Etruschi alla fine del loro ciclo vitale come popolo. Ma sulla cultura etrusca dovremo necessariamente ritornare al fine di spiegare aspetti non marginali di quella romana.

I Piceni erano un antico popolo italico che dal dal IX al III sec. a.C. visse nella zona dell'Italia centrale oggi corrispondente alla regione Marche e alla parte settentrionale dell'Abruzzo. Questo popolo ci ha lasciato numerose vestigia archeologiche, e l'arte da esso espressa rivela una marcata caratterizzazione, come testimonia la tendenza verso l'astrattismo nelle figurazioni.

Nel IV secolo a. C., i Piceni subirono l'invasione dei Galli Senoni e, dopo alterne vicende, finirono inglobati nelle strutture politiche della Repubblica romana. Interessante è l'etimologia del nome "Piceni": secondo Paolo Giulierini ( 2023), questo nome "è legato a un uccello ben noto, il picchio, - animale totemico - che durante la primavera utilizza il suo becco per realizzare buchi nei tronchi degli alberi...". Sempre secondo l'autore citato "Pico era inoltre, secondo alcuni, il primo re dei Piceni, per altri il dio italico che profetizzava responsi". Tipico dei Piceni, come degli altri popoli italici, era il rituale del ver sacrum (o primavera sacra), che consisteva nella "fuoriuscita di una parte della popolazione alla ricerca di altre terre, in occasione di momenti di carestia o eccedenza demografica". Tale rituale era dunque finalizzato al ripristino dell'equilibrio demografico delle varie comunità. In epoca preromana, i Piceni non erano organizzati in veri e propri centri urbani, ma vivevano, stando alla testimonianza del geografo greco Strabone, in villaggi o, latinamente, vici. La loro era una economia eminentemente rurale. Per questo motivo, i Piceni sono stati considerati un popolo poco omogeneo.

Gli Umbri, popolo italico, abitavano l'area compresa tra la media ed alta valle del Tevere fino al mar Adriatico. Prima apparizione storica, o protostorica, degli Umbri si ha con la cultura di Terni, facies della prima età del Ferro. Ai tempi di Plinio gli Umbri erano considerati come la più antica popolazione d'Italia, sebbene pare certo che il loro territorio venisse già abitato da popolazioni ancora più antiche. 

Dopo la battaglia di Sentino, nel 295 a.C., in cui l'esercito romano sconfisse la lega gallo-etrusco-italica, gli Umbri furono trattati benignamente dai vincitori, e , anche dopo la venuta di Annibale in Italia, essi mantennero un atteggiamento di fedeltà verso l'autorità romana. Motivo per cui l'assimilazione della civiltà umbra da parte di quella romana sembra essere avvenuta senza traumi. 

La religione, nonché la struttura sociale degli Umbri, ci è nota attraverso le Tavole eugubine, redatte tra il V ed il I sec. a.C. Dalla analisi di queste tavole, emerge una struttura teologica complessa. Dalla ricostruzione della studiosa Maria Luisa Porzio Cernia (2004), si evince uno schema tripartito:

" 1) una triade celeste superiore ...composta da Giove Grabovio, la regalità celeste; Marte Grabovio, la potenza guerriera; Vofiono Grabovio, la forza vitale che anima uomini, animali e piante;

2) una co-triade celeste inferiore che comprende Trebo, dio dell'insediamento urbano; Fiso(vio) Sancio, dio della fides , garante del patto tra la comunità e il divino; Tefro, dio del calore che mantiene la vita;

3) una triade inferiore che comprende le divinità della terra... ed è composta da Serfo, il "crescitore" delle messi, il dio che protegge la crescita del seme nella terra; Prestota, 'colei che sta davanti' e difende il terreno agricolo e i frutti da quanto può danneggiarli, arresta il male e lo rinvia; Torsa che difende la terra dai nemici". 

La triade celeste superiore umbra equivale alla triade regia romana ( Marte, Giove, Quirino), che, secondo noi, rappresenta il fas, o legge divina. Di legge sacra (in umbro medos, che indica l'dea della regola, dell'ordine, della misura), parla anche la citata studiosa che, non a caso, la pone in relazione con il ius ed il fas: " Medos si inserisce in una vasta categoria di neutri che indicano forze emanate, ispirate da fonti soprannaturali attraverso le quali il divino opera nel mondo umano". 

Dalle Tavole bronzee, che costituiscono un unicum in tutta la civiltà classica, si desume che gli Umbri avessero una struttura legislativa, politica e religiosa molto complessa, di cui è debitrice la stessa civiltà romana. In particolare, esse, in numero di sette, trattano della consacrazione della rocca di Iguvium, descrivono le cerimonie annuali e gli statuti di una confraternita sacerdotale e dettano le regole sui rapporti giuridici della popolazione iguvina. Dice P. Catalano (1974): " Forse è esatto dire che poplo pare corrispondere alla popolazione fornita dei pieni diritti (e doveri) civili e militari e non alla popolazione totale, che comprende donne e bambini, ed è compresa nel termine tota 'città'...Posso concludere, intanto, che la comparazione dell'uso di poplo presso gli Umbri e di touto presso gli Osci, sottolinea l'aspetto della pluralità del concetto di poplus."

I Falisci abitavano una regione denominata agro Falisco, situata tra i Monti Cimini, il Tevere e il lago di Bracciano, ed erano quindi in stretto contatto con gli Etruschi. Poche le informazioni sulla loro origine. Sappiamo che parlavano un dialetto latino e che facevano probabilmente parte di un' "orda" di popolazioni giunte in Italia verso il II millennio a.C. e provenienti da una zona non meno precisata dell'Europa centrale. I reperti risalenti all'età del Ferro mostrano una certa affinità con la cultura villanoviana, particolarmente del periodo orientaleggiante: la parentela tra Etruschi e Falisci è quindi senza discussione. Le loro città principali erano Falerii (l'attuale Civita Castellana) e Fescennium, che pare si trovasse nell'attuale Comune di Calcata. La religione falisca era incentrata sul culto di Soranus, antica divinità italica, che veniva officiato sul monte Soratte. Più volte ribelli ai Romani, la loro resistenza terminò nel 241 a.C., e, da quella data, il popolo falisco cessò di avere una esistenza separata dalle strutture politiche romane.

I Sabini, vicini dei Falisci, occupavano il territorio che si estendeva tra le moderne città di Rieti e dell'Aquila. Fin dagli albori della storia di Roma, i rapporti tra Romani e Sabini furono molto stretti. Scrive Paolo Giulierini (2023): i Sabini "facevano parte del gruppo dei Latini...Forse legati a un ceppo degli Umbri, i Sabini appartenevano allo stesso gruppo etnico dei Sanniti e dei Sabelli". Ma "il legame tra i Sabini e i Romani è attestato fin dall'origine sabina di due dei Re di Roma, Numa Pompilio e Anco Marzio, come pure dal nome dei Tities, relativo a una delle tribù su cui Romolo effettuò la prima divisione politica dell'Urbe". (Le altre due portavano il nome di Ramnes e Luceres, che si è supposto rappresentassero rispettivamente il gruppo dei Romani e degli Etruschi). Questa comunanza non evitò peraltro fortissime tensioni tra le due parti, finché "nel 504 a.C. - siamo agli inizi della Repubblica n.d.r. - arrivò a Roma "Attius Clausus, principe e condottiero dei Sabini, da cui ebbe origine la gens Claudia". E ancora: " E' Plinio a fornirci una serie di nomi di municipi assegnati ai Sabini: il più importante è senza dubbio Cures, ma da ricordare è pure Amiternum, la cui fondazione è più antica di Roma". 

Vicinanza religiosa si ebbe naturalmente tra i due popoli: " A Tito Tazio, originario di Cures, si riferiscono culti e festività poi assunte dai Romani Quiriti: si ricordano i Sodales Titii, creati proprio per preservare i culti sabini, il culto di Quirino e il culto della Luna, oltre alla fondazione del santuario di Semo Sancus Dius Fidius. Anche i famosi Ludi Saeculares, che prevedevano spettacoli teatrali e sacrifici per il passaggio da un secolo a un altro, erano di origine sabina".

Parliamo infine dei Latini. Secondo P. Giulierini (2023) "...la cultura laziale...inizia in maniera distinta nel X sec. a.C. e termina intorno al VI sec. a.C. Convenzionalmente è stata divisa in quattro grandi periodi. Nel primo periodo (1000-975 a.C. circa), il materiale ceramico trova precisi punti di contatto con le produzioni dell'Etruria meridionale, mentre nella parte finale i bronzi si collegano meglio con l'area di Terni...La seconda fase della cultura laziale è rappresentata, meglio di tutti, dai rinvenimenti della necropoli...dell'Osteria dell'Osa: gli oggetti in bronzo sono sempre più collegati a quelli dell'Etruria, si iniziano ad importare l'oro e le ambre lavorate...Nel terzo periodo, a partire dal 770 a.C., continuano gli insediamenti con aggeri - o terrapieni - fortificati nei promontori, con capanne ovali o circolari, sostituite da edifici solo a partire dal VII sec. a.C...Il periodo successivo è storia nota: a partire dal 508 a.C., data tradizionale della cacciata dei re, si ha l'ascesa di Roma repubblicana. Quest'ultima si impose, dopo la parentesi dell'invasione dei Galli di Brenno nel 390 a.C., sull'area del Lazio a partire dal 340 a.C., e poi sull'intera Italia". 

Secondo alcuni, si commette l'errore di identificare i Romani con i Latini. Si può dire che i Romani furono un popolo in cui predominò l'elemento latino, a iniziare dalla lingua. Roma si pone come la sintesi degli apporti politico-culturali etrusco-italici, con un popolo dalla provenienza varia ed anche discutibile. Come ricorda Livio, la popolazione romana era un miscuglio ed accozzaglia di genti dalle più varie origini, che comprendeva anche fuggiaschi e fuoriusciti dalle comunità vicine, e Roma, ai suoi inizi, era una piazzaforte che sembrava esistere apposta per gettare scompiglio e discordia tra i popoli circostanti.  Quanto a Roma, sopravvissuta fino ad oggi nella forma di una teocrazia fossile, molto abbiamo già detto e molto altro diremo. Tipica dei Romani è l'esatta percezione delle polarità opposte ed una visione universalistica che tende alla reductio ad unum. 

Ma torniamo ai Latini. Il nome Lazio viene dall'aggettivo latino latus, che significa esteso. Il Latium vetus era la parte di territorio originariamente abitata dai Latini ( compresa tra il fiume Tevere a nord e lo sbocco nel Tirreno a sud), mentre il Latium adiectum consisteva nei territori strappati ai Volsci, agli Ernici ed agli Aurunci, tra il promontorio del Circeo ed il fiume Garigliano. Dopo l'instaurazione della Repubblica in Roma, la Lega Latina strinse una alleanza con questa. Si trattava del c.d. foedus Cassianum, stipulato nel 493 a.C. Dopo alterne vicende, che videro più volte i Latini contrapporsi ai Romani, nel 340 a.C., i due eserciti si scontrarono per l'ultima volta a Trifano. I Romani riportarono una brillante e definitiva vittoria, ma ai Latini fu concesso il ius Latii, uno status giuridico che prevedeva notevoli privilegi e prerogative. 

Naturalmente, queste sono solo brevi nozioni sui Latini. In proseguo di tempo avremo modo di soffermarci più volte sulla loro religione, cultura e forma politica.

 

 

 

 

 

 

La composizione etnico-geografica dell'Italia preromana. I Parte: il Nord.

 

Convinti della veridicità del detto gaiano: principium est potissima pars cuiusque rei ( l'inizio è la parte primaria di qualsiasi cosa), ci pare opportuno offrire ai lettori un seppur succinto quadro della composizione etnico-geografica d'Italia avanti la conquista romana. La trattazione sarà dedicata alle quattro sezioni del territorio nazionale: prima il Nord, poi il Centro, il Sud e infine le Isole.

Prendiamo le mosse dall'area settentrionale. Qui si incontrano cinque popoli; da occidente ad oriente: Celti, Liguri, Camuni, Veneti e Reti. Merito di Giulio Cesare fu quello di aver individuato la differenza tra Celti (o Galli) e Germani. Verso il IV sec. a.C., le principali popolazioni celtiche insediate in Italia erano: gli Insubri, con capitale Mesiolanon, in latino Mediolanum, l'attuale Milano; essi occupavano i territori compresi fra i fiumi Ticino, Oglio e Po fino ai laghi lombardi; i Cenomani erano stanziati nell'area tra l'Oglio e il Mincio, fino a Mantova; i Boi avevano occupato invece la zona a sud del Po che gravitava intorno alla città di Mutina (Modena); i Lingoni occupavano la fascia del delta padano, mentre i Senoni erano insediati nella zona costiera tra Romagna e Marche settentrionali; la loro principale roccaforte era Sena Gallica (Senigallia) sulla costa marchigiana.

I Celti erano un insieme di popoli indoeuropei affratellati da tratti comuni, quali il sostrato linguistico, le credenze religiose e notevoli analogie nella struttura sociale. Noi siamo abituati a considerare le divinità celtiche sulla base dell'interpretatio romana di Giulio Cesare, che tentò di compararle con gli dei tradizionali del pantheon greco-romano. La religione celtica era basata sulle forze e i cicli naturali. I Druidi erano i sacerdoti-giudici depositari del sapere giuridico-religioso delle varie popolazioni di cui si componeva l'etnia celtica, la quale non si dette mai una organizzazione politica unitaria; la struttura sociale era piuttosto di tipo guerriero, tribale, con un forte senso della lealtà che non escludeva faide interne.

Grazie soprattutto alla testimonianza data da Cesare nel De bello gallico, la società celtica, con particolare riferimento a quella gallica, era articolata in tre classi: l'aristocrazia guerriera che provvedeva alle esigenze belliche ed eleggeva il Re; il popolo libero che si dedicava alle attività economiche come l'agricoltura e l'allevamento; e infine, la classe dei sacerdoti (Druidi), che provvedeva all'amministrazione della giustizia e conservava il sapere comune inter-tribale. Questa articolazione ha in età moderna dato le basi per la ricostruzione dumeziliana della società indoeuropea, compresa quella romana (la c.d. teoria trifunzionale).

Per quanto riguarda l'Italia, aggiungiamo che i popoli celti si trovarono a contatto sia con i Veneti sia con gli Etruschi. che, nel momento del loro massimo splendore, dominavano un territorio che da Mantova si estendeva sino in Campania. 

Pressati dai Germani e ,da sud, dai Romani, i Celti, in Italia, finirono per essere assimilati dalla civiltà romana.

I Liguri occupavano una vasta regione, che andava dalla Liguria alla Toscana nord-occidentale fino alle zone pedemontane del Piemonte, della Lombardia e dell'Emilia. Successivamente, con il sopraggiungere delle ondate migratorie di Venetici, Galli e Italici, il loro "spazio" vitale si restrinse ai confini storici. Chi erano i Liguri ? Secondo una teoria, essi sarebbero stati una antichissima popolazione preindoeuropea; secondo una diversa teoria, essi appartenevano in realtà al grande ceppo celtico. Di certo i Liguri finirono per fondersi con i Celti, dando vita ad una cultura celtico-ligure.

Con il XII sec. a.C., proprio da questa fusione tra Celti e Liguri, che aveva prodotto le culture di Polada e Canegrate, e contemporaneamente alla nascita della cultura di Hallstatt nel centro Europa e della cultura Villanoviana nell'Italia centrale, prese vita una nuova civiltà che oggi gli studiosi chiamano di Golasecca, che nel IV sec. a.C., con la venuta dei Galli, finì con il disperdersi. Come i Celti, anche i Liguri non formarono mai uno Stato centralizzato, e rari erano anche i centri di aggregazione della popolazione, dai Romani chiamati oppida. All'interno delle varie tribù prevaleva il principio comunitario, tanto che solo tardi emerse l'istituto della proprietà privata, come tale cedibile e trasmissibile in via ereditaria. 

La religione ligure è megalitica: abbondano stele raffiguranti persone stilizzate. Oggi si è persa la memoria del significato di questi manufatti; si è ipotizzato che raffigurassero dei od antenati ed eroi divinizzati. Come per i Celti, la religione ligure si fondava sul culto delle forze della natura ed era abbastanza primitiva e intuitiva. 

 Camuni, popolo antichissimo di lingua preindoeuropea, vissero, fin dall'ottavo millennio a.C., nella Val Camonica (Lombardia), Di essi ci sono giunte moltissime incisioni rupestri. Furono sottomessi dai Romani nel corso del I sec. a.C., ottenendo assai presto la cittadinanza romana. Secondo alcuni studiosi, essi sarebbero facilmente accomunabili ai Reti, poiché i loro usi e costumi appaiono assai simili a quelli dei Reti, stanziati in un'area che va dalle Alpi italiane fino all'alta regione del Reno. Tra il V e il III sec. a.C., i Camuni ebbero intensi contatti con gli Etruschi, che in quell'epoca controllavano la Pianura padana fino ai piedi delle Alpi, e con i Celti provenienti dalla Gallia transalpina. La lingua camuna appare come una variante dell'alfabeto etrusco.

I Veneti furono un popolo indoeuropeo stanziatosi nell'Italia nord-orientale verso il II millennio a.C., precisamente nella regione che da essi prende il nome. Straordinariamente, i Veneti, a differenza degli altri popoli esaminati in precedenza, ci hanno lasciato una ricca cultura materiale. Essi, esclusa la teoria della provenienza illirica, sembrano imparentati con il Latini, costituendo, come si ipotizza, un gruppo originario dell'Europa centrale.

I Veneti crearono una ricca cultura artistica, come si può ben desumere dai reperti archeologici che ci hanno lasciato. Per quanto riguarda la società, essi fondarono una una struttura sociale sicuramente pre-urbana, o proto-urbana, e infine urbana, attestata da grossi centri come Este, Altino e Padova. Interessante è che i Veneti dettero vita ad una cultura unitaria, che raggiunse il suo culmine tra l'VIII ed il II sec. a.C., contemporaneamente alla civiltà etrusca. Sotto il profilo religioso, sono state scoperti necropoli e materiale votivo. I riti religiosi si svolgevano in boschi sacri. E' probabile l'esistenza di una classe sacerdotale, con il privilegio della scrittura.

In campo artistico,  con questo popolo si passò per la prima volta da raffigurazioni geometriche a quella di figure umane e animali. 

Infine, i Reti. Questi furono una antica popolazione tirsenica, di lingua pre-indoeuropea o paleo-europea. Stanziati nelle Alpi centro-orientali, occupavano, in Italia, il territorio corrispondente all'attuale Trentino-Alto Adige. Secondo Plinio il Vecchio, i Reti derivavano dagli Etruschi, ed effettivamente è stata riscontrata una similitudine tra lingua retica e lingua etrusca. Illustri autori hanno però ribaltato la tesi pliniana, affermando che è vero esattamente il contrario. I Reti ebbero rapporti anche con i Celti: in particolare il gruppo dei Celti Cenomani, sostituì gli Etruschi nel commercio con i Reti.

I Reti avevano un profondo culto della Natura, e, per onorare le loro divinità, prima di tutto la dea Reitia, eressero dei santuari, spesso situati in luoghi elevati. Tale dea era venerata come madre della fertilità e della guarigione.

Traendo le conclusioni di tutto questo discorso dedicato alle antiche popolazioni dell'Italia settentrionale, osserviamo A) il quadro che abbiamo tratteggiato è approssimativo e non dà conto della reale varietà dei popoli che abitavano nei millenni tra il I a.C. e il I d.C., l'Italia padana ed alpina; B) nonostante questo contesto estremamente variegato, ci pare di poter individuare il "comune denominatore" nell'etnia celtica, che entrò in contatto con tutti i popoli ivi stanziati, costituendo un vero principio aggregatore di questi. E così come l'Italia centrale è latino-italica e l'Italia meridionale è "greca" (un discorso in parte diverso va fatto per le Isole), così l'Italia settentrionale è contrassegnata, in epoca storica e preistorica, ma con risvolti anche attuali, dalle popolazioni celtiche, veri e propri centri di unione e fusione degli altri popoli, prima, s'intende, della conquista romana.  

 

 

 

Terra Italia

 

In questa notizia, affronteremo il problema dell'eventuale emersione di un concetto giuridico e politico dell'Italia già in età romana. Nel fare ciò, seguiremo l'opinione espressa da P. Catalano nel 1962. Notoriamente, la storia d'Italia è stata alquanto travagliata, vuoi per la disomogeneità politico-culturale della Penisola, poi ridotta ad unità dalla conquista romana, vuoi per il periodo susseguente alla caduta di Roma, tanto che uno Stato unitario italiano è sorto solo nel 1861, con la costituzione del Regno d'Italia. Ma della composizione etnico-culturale dell'Italia preromana ci occuperemo in  successivi post.

"Il nome latino Italia è di origine osca (Viteliu). Gli antichi lo derivavano da quello di un principe enotrio, Italo, o lo mettevano in relazione con il lat. vitulus «vitello». Secondo studiosi moderni, Italia significherebbe «terra degli Itali» e gli Itali sarebbero stati una popolazione italica che aveva per totem il vitello. Il nome designava dapprima (Ecateo) l’estremità meridionale della Calabria; più tardi (Erodoto) si estese fino a Metaponto e Taranto; poi, nel 3° sec. a.C., alla Campania; poco dopo, a tutta la penisola a sud dei fiumi Arno ed Esino e infine alla catena alpina (Polibio e Catone). La sanzione ufficiale del nome si ebbe con Ottaviano nel 42 a.C.; l’unione amministrativa delle isole con Diocleziano (diocesi italiciana). Il significato geografico della denominazione è da allora sempre rimasto in uso, al di là delle vicende storico-politiche". (Enciclopedia Treccani, voce Italia.) Si ebbe dunque un progressivo superamento dei confini e dello spezzettamento etnico e geografico, finché, con Diocleziano, anche la Sicilia e la Sardegna, in origine solo province, fecero parte dell'Italia.

Qui l'attenzione è orientata verso l'inquadramento giuridico e politico, scaturente dalle norme dell'ordinamento romano, ricevuto dall'Italia. Secondo il Catalano, " l'esatta impostazione della ricerca esige che si tengano separate due questioni, pur strettamente connesse tra loro: quella del concetto giuridico e quella dell'idea politica d'Italia. La prima questione è quando e in che modo delle norme giuridiche abbiano preso in considerazione l'Italia come una unità distinta da quanto le è esterno...la seconda questione è quando e in che modo questa unità abbia costituito un elemento della ideologia e dell'azione politica, per singole personalità e per le masse ".

Per quanto riguarda il primo punto, " le norme dell'ordinamento romano che prendono in considerazione l'Italia come unità possono classificarsi a seconda che considerino in primo piano: A) il territorio, B) le persone, C) le divinità di tale unità". Di particolare interesse è l'esposizione sul ius italicum, considerato che " il concetto di ager italicus non era rigidamente legato ai confini della terra Italia... bensì faceva capo a una individuazione di rapporti giuridici, politici ed etnici", come accadeva per l'ager Romanus situato a  Messana, in Sicilia, avendo questa città la posizione di " una civitas italica. E ciò trova motivo già nella comunanza etnica esistente fra i Mamertini, i Romani e gli Italici in genere".

  Nel 210 A.C., il Senato emanò una norma in cui " veniva ribadita l'impossibilità di rendere ager Romanus... un territorio non italico; ed anche questa norma può ben considerarsi di diritto divino, se si tien conto del nesso esistente fra l'ager Romanus e le inaugurationes, fra l'ager Romanus e il templum inauguratum." In questa norma appare evidente la contrapposizione tra terra Italia e le exterae nationes. Da quanto scrive Gaio, " si può ritenere che sia antichissimo il principio che è possibile dominium ex iure Quiritium solo su territorio italico...Va poi notato che i fondi provinciali non erano suscettibili di mancipatio, in iure cessio, usucapio...l'impossibilità di applicazione al suolo non italico dei modi di acquisto caratteristici della proprietà quiritaria derivava proprio dalla impossibilità che esso fosse oggetto di tale proprietà. Un modo di ribadire, in linea di principio, la differenza fra suolo italico e suolo non italico, si trovò nell'uso di conferire lo ius Italicum a numerose comunità extra Italiam...Esso fu un modo di salvare l'antico schema della differenza, pur adeguandolo alle realtà nuove che ne chiedevano un superamento..."

Anche una norma riguardante il pomerio, va messa in rapporto con la terra Italia: "Lasciamo da parte tutte le norme...che riguardano l'ampliamento del pomerio, salvo appunto quella che pone un nesso tra l'ampliamento e l'ager italicus (e quindi la terra Italia). Sia che il potere di ampliamento del pomerio fosse subordinato ad un ampliamento dei confini della terra Italia, sia che fosse invece subordinato ad una estensione della proprietà fondiaria del popolo romano (ager publicus) entro l'Italia, è chiaro che la norma supponeva un preciso concetto di terra Italia, e la poneva in connessione con quella fondamentale realtà del diritto divino che era il pomerio".

 Anche le divinità giocano un ruolo essenziale nell'individuazione di un concetto romano unitario di Italia. " Vi fu una differenza, durante l'età repubblicana, fra le divinità originarie d'Italia e quelle estere: alle prime poterono essere consacrati luoghi entro il pomerio, alle seconde no (salvo nel caso, forse unico, della Magna Mater, del 191 a.C.). Questa regola è stata individuata, e variamente precisata, da parecchi studiosi. La sua comprensione implica il chiarimento di problemi assai ampi: relativi alle originarie comunanze di religione dei vari popoli Italici, al formarsi di nuove comunanze nei loro rapporti in Italia, e al contemporaneo loro divergere in corrispondenza con i contrasti politici". 

  Dopo altre osservazioni in materia, l'autore passa alle conclusioni, affermando che il concetto dell'unità giuridica dell'Italia (e degli Italici), venne a costituirsi già nel III sec. A.C. : "L'ambiente storico che spiega il costituirsi di queste norme è lo stesso che spiega l'unificazione politica d'Italia compiuta da Roma...In particolare per la definizione del confine settentrionale d'Italia doveva agire lo sforzo di Roma di eliminare (anche coalizzando gli Italici) il pericolo di penetrazioni galliche".

Ma quello che è più importante è che " il concetto (o l'idea) di Italia, non si presenta come chiuso, con un fondamento etnico impenetrabile, bensì (e lo si vede già nella sua progressiva estensione fino alle Alpi) come costruentesi in funzione di una politica universalistica. E questo fin dall'inizio, e nello stesso nucleo giuridico-religioso: proprio in relazione a questo nucleo troviamo l'esempio migliore di tale di tale penetrabilità, e di tale esistere in funzione di qualcosa di più ampio. Penso all'introduzione del culto della Magna Mater ed a tutto il suo sviluppo: secondo gli interpreti dei libri sibillini, la salvezza d'Italia poteva aversi solo dall'introduzione della divinità estera". Come dice Plinio, l'Italia è "figlia e madre di tutte le terre". Commenta il Catalano: "Non dunque una chiusa realtà etnica, ma un concetto giuridico che si alimenta di un'idea politica tesa all'universale".

Dal contesto di quanto abbiamo sopra riportato, e andando oltre,  possiamo trarre alcune osservazioni finali: 1) I Romani, coerentemente alla propria vocazione universalistica, consideravano l'Italia non un'entità etnicamente chiusa, ma un concetto giuridico aperto all'ecumenismo religioso e culturale; 2) questo non significa che sin dal III sec. a.C. non sia affiorata, nel diritto umano e divino di Roma, una idea dell'Italia come unità, in relativa contrapposizione alle genti estere; 3) l'Italia, come concetto giuridico, era suscettibile di espansione attraverso la concessione del ius italicum a comunità poste in provincia, quindi al di fuori del suolo italico; 4) per lungo tempo, almeno fino a Diocleziano, l'Italia fu dai Romani considerata come un territorio privilegiato, in netta antitesi rispetto ai territori provinciali; 5) il nome Italia significa "Paese degli Itali" e venne via via attribuito, come attestano gli storici greci e latini, a tutta la Penisola, a partire dalla punta meridionale della Calabria, fino ai territori alpini; 6) nella principale accezione, gli Italici sono quei popoli indoeuropei caratterizzati dal parlare le lingue italiche (umbro-osco e latino-falisco); nella accezione più ampia, storiografica ma non linguistica, per Italici, invece, si intendono tutti i popoli stanziati in Italia, compresi i Liguri, i Reti e gli Etruschi, parlanti  lingue non indoeuropee; 7) Per effetto del bellum sociale, avvenuto nel I sec. a.C., Roma, pur vincitrice, concesse, col criterio del ius soli, la cittadinanza romana a tutti gli abitanti della Penisola, facendone così un' unica entità statale sottoposta ad un unico regime giuridico; 8) in un anno imprecisato, Augusto divise l'Italia in 11 regiones (pressappoco corrispondenti alle venti attuali), che tuttavia non avevano funzioni politico-amministrative, essendo queste delegate alla Regio I Latium et Campania, con a capo l'Urbs Roma.

 

Diritto romano e sistema.

 

In questo post affronteremo il tema del se e come il diritto romano abbia avuto una organizzazione sistematica nell'età antica. Per l'epoca moderna il problema si risolve in senso positivo, considerata l'attività della pandettistica tedesca che ha dato al diritto romano una strutturazione sistematica. Tale scuola di pensiero si è propagata anche in Italia e , a tal proposito, ricordo i nomi di Nicola de Crescenzio, Carlo Fadda, Filippo Serafini, Emilio Besta, Contardo Ferrini, Emilio Betti e Vittorio Scialoja che, tra il 1886 ed il 1898, tradusse in italiano la monumentale opera di Friedrich K. von Savigny, precursore della pandettistica, Sistema del diritto romano attuale.

Già nel '600 e '700, il termine sistema veniva adoperato in Europa per indicare la trattazione di un argomento condotta secondo criteri logici. Ma da dove proviene il termine "sistema" ? Esso è il greco systema, che veniva adoperato da Aristotele per indicare vuoi un insieme di elementi strettamente congiunti tra di loro ed astretti ad un unico fine, come può essere lo stesso Universo, o, più in particolare, il sistema solare, sia, in senso specialistico, l'organizzazione interna delle discipline liberali, come la matematica, la musica, la medicina, l'astronomia ecc. E' indubbiamente in questo significato che il giurista romano Celso parla del ius come di ars boni et aequi , visto che in latino il termine ars traduce il greco "sistema", come già intuito da valenti romanisti, quali Salvatore Riccobono e Giorgio La Pira. 

La definizione di Celso sopra ricordata è l'unica in tutta la letteratura giuridica a noi tramandata. Altri giuristi romani, come Paolo ed Ulpiano, sembrano definire il ius su di un piano puramente utilitaristico, cosa che porterebbe ad un abbaglio, considerata la polivalenza e complessità del termine latino.

In dottrina si parla di sistema in un duplice senso: sistema intrinseco e sistema estrinseco. Il primo indica un coacervo di norme, atti e fatti istituzionali, altrimenti denominato ordinamento giuridico, quale potrebbe essere, ad es., l'Editto del pretore romano. Il secondo indica il sistema propriamente detto, risultato dell'attività astraente della scienza giuridica su un materiale di per sé non sistematico. Nelle fonti giuridiche romane, ad indicare il sistema giuridico, non si usa il termine ars, equivalente a sistema, se non nell'unico caso sopra ricordato. Si usa invece il sintagma ordo iuris , dove ordo indica un insieme concreto di elementi tra loro interdipendenti. Dalla radice di ordo scaturisce l'italiano ordinamento ed il castigliano ordinamiento, mentre, nella lingua tedesca e in quella inglese, si usa rispettivamente Rechtsordnung e legal system. 

Risalgono ai giuristi repubblicani i primi tentativi di sistemazione dialettica del ius, secondo i procedimenti logici delle partitiones e delle divisiones, di cui parla ampiamente Cicerone. Si tratta di tentativi di sistemazione del diritto ispirati alla téchne o ars stoico-aristotelica, di cui abbiamo già parlato. Chi sono i protagonisti di questo imponente movimento di pensiero ? Quinto Mucio Scevola e Servio Sulpicio Rufo, entrambi ricordati da Cicerone quali massimi autori della letteratura civilistica. Ad opinione dell'oratore, tuttavia, solo il secondo giurista può essere considerato come colui che per primo dette veste scientifica al diritto, lodando Mucio Scevola soltanto in quanto ebbe un magnus usus del diritto medesimo. 

Successivamente, e siamo agli incunaboli dell'Impero, si segnalano le figure di Masurio Sabino e Cassio Longino. Soprattutto in questo giurista si nota una tendenza ad associare gli istituti secondo un criterio analogico (o per similitudine), che rende la trattazione del sistema più logica e coerente. Ma soltanto nel II sec. D.C., nel giurista Gaio, troviamo una sistemazione della materia che possiamo definire matura secondo i canoni dialettici. Gaio, infatti, suddivise l'intero diritto (privato) in una tripartizione tra personae, res ed actiones, che dà una veste soddisfacentemente logica alla trattazione. Peraltro  il metodo dialettico trovò il suo sbocco ideale in ambito didattico, per la chiarezza dell'esposizione, ed opera di scuola sono appunto le Institutiones gaiane.

Non sembra infatti che esso fosse largamente recepito nella restante dottrina giuridica romana, se è vero che, nel Corpus Juris giustinianeo solo le Istituzioni si basano sul modello gaiano, mentre i Digesta si ispirano ampiamente sulla struttura dell'Edictum praetoris, notoriamente un amalgama di formule, azioni e rimedi processuali privo di sistemazione logica, perché risultato di una stratificazione storica.

Peraltro si fa notare (C. Ferrini) che esistevano sistemi "misti", come quello di Ermogeniano, che comprendevano sia il sistema juris civilis, secondo la denominazione classica dei trattati dei giuristi, sia la materia giuridica "organizzata" secondo il modello edittale. Quale conseguenza trarre da tutto questo ?  A giudicare da quanto ci resta della letteratura giuridica romana, vien fatto di pensare che i romani poco si occupassero del sistema come lo intendiamo noi moderni, sperimentando di volta in volta varie strade nell'organizzazione del sapere giuridico.

Prova ne sia che la contrapposizione fra giusnaturalismo e giuspositivismo non è romana ma moderna. E' vero che i giuristi dell'età severiana, e particolarmente Ulpiano e Marciano, parlano di uno ius naturale come completamente contrapposto al ius in civitate positum, ma se si approfondisce la questione, ci si accorge che per i giuristi la natura era una "Istituzione", e come tale facente parte dell' universo organismo del ius. I sistemi del ius civile-ius gentium o del ius civile-ius gentium-ius naturale (a seconda della visuale adottata), formano un blocco unitario, perché, pur ammettendo che il diritto naturale per gli antichi giuristi è astratto, indice più che altro di coscienza morale, è anche vero che essi lo positivizzarono, come testimoniano gli istituti della tutela degli impuberi e dell'arricchimento con danno altrui, tanto per fare qualche esempio. La ragione di questa oscillazione dogmatica è chiara: se si considera la natura come una realtà primordiale, precedente la civilizzazione, allora è chiaro che essa è vista come qualcosa di  astratto se confrontata col diritto civile ed il diritto delle genti, entrambi introdotti dagli uomini; ma se la si considera come immanente alla società umana, allora essa riprende vigore e genera istituti giuridici degni di applicazione come quelli di diritto positivo.

 

 

 

 

 

 

Una cultura fantasiosa.

 

Gli italiani non sono mai stati dei razionalisti puri. Non mancano certo esempi di sistemazioni teoriche nei campi dell'architettura,  della musica, della grammatica, della pittura, della medicina, dell'estetica, dell'economia politica, della scultura, della filosofia, del diritto e delle scienze fisiche e matematiche; ma il razionalismo è tipico della cultura nord-europea ed anglosassone.

La cultura italiana è invece a-sistematica ed intuitiva, a tal punto che è la poesia la forma d'arte letteraria in cui meglio si cimentarono gli ingegni italiani: pensiamo solo a Dante, Petrarca, Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, per citare solo alcuni esempi.  Non solo, ma gran parte della filosofia italiana è sparsa tra le opere di chi veramente non è stato propriamente un filosofo in senso stretto: pensiamo a Dante, Giacomo Leopardi, Coluccio Salutati, Leon Battista Alberti ecc. Così non mancano pregevoli opere di economia politica, di diritto, di filosofia, ma è indubbio che nei più svariati campi dello scibile umano, lo spirito italiano spicca per fantasiosità e intuito: l'attitudine razionalista è invece coltivata maggiormente in Germania, Inghilterra e Francia: ad es. nel positivismo e nell'idealismo;  nel diritto, ad es.,  bisogna aspettare la Scuola dei Culti francese, von Savigny e la pandettistica tedesca per trovare i primi esempi di "sistema" giuridico. Ma di questo ultimo argomento ce ne occuperemo in seguito. 

A mio parere, il genio italiano è bene rappresentato da Leonardo da Vinci, che, senza ricorrere a veri sistemi di pensiero, esplorò, da empirico geniale quale era, tutto il campo del sapere umano. Egli è definito filosofo, scienziato, musicista, trattatista, matematico, architetto, ingegnere, pittore, scultore e botanico.

In realtà, Leonardo fu un pittore, ingegnere ed architetto con la passione per l'indagine dei fenomeni naturali. Questo naturalmente non sminuisce l'importanza delle sue intuizioni nel campo della scienza e della filosofia naturale. "Voi conoscete - scrive il filosofo Benedetto Croce - le sue moltissime scoperte e ricerche di meccanica, di fisica, di astronomia, di geologia, di botanica, di anatomia, di fisiologia; e come egli già formulasse il principio di inerzia e quello delle velocità virtuali, e le leggi del movimento uniforme e dell'uniformemente accelerato, e dell'attrito, e del centro di gravità dei solidi e dell'equilibrio dei liquidi nei vasi comunicanti, e la teoria delle onde, e la filotassi delle piante, e la pesantezza dell'aria, e la sfericità della terra..." E Giovanni Gentile: " Leonardo, dunque, non ha lasciato né opere filosofiche, né una scuola di filosofia; non è vissuto sotto il dominio sovrano dell' interesse filosofico, indirizzando a quel segno la somma de' suoi pensieri; e perciò non ha potuto risolvere nessuno dei problemi, che i filosofi si propongono di risolvere. Per tutti questi rispetti può ben dirsi a ragione che Leonardo non appartenga alla storia della filosofia. Ma, soggiungo subito, nello stesso senso né anche Machiavelli, e né anche Galileo, a rigore, vi appartengono; per prendere due nomi che per vario motivo vanno storicamente congiunti con quelli di Leonardo, e che pure si è soliti d'incontrare nelle storie della filosofia; poiché tanta è infatti l'importanza storica del loro pensiero, quantunque entrambi abbiano propriamente atteso a speciali problemi scientifici, estranei al complesso sistematico di quelli che si possono dire filosofici". 

Né secondo Benedetto Croce, né secondo Giovanni Gentile, Leonardo fu un filosofo. Eppure, secondo Leonardo, tutto è immanenza, rifiutando così ogni visione metafisica; egli dice: " La sapienza è figliola della esperienza. Fuggi i precetti di quelli speculatori, che le loro ragioni non sono confermate dalla isperienza". 

Leonardo fu in effetti acerrimo sostenitore del metodo sperimentale: " Queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso, la qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili e con più moderanza, e che tu non ti veli di ignoranza, che farebbe, che, non avendo effetto, tu t'abbi con disperazione a darti malinconia". Una presa di posizione sensista che vedremo sviluppata ampiamente nei sistemi filosofici francesi e inglesi.

Pur ammettendo di essere un "omo sanza littere", cioè di non essere un umanista, Leonardo fu uno scrittore sintetico ed efficace, a tal punto che da taluno viene considerato uno dei padri della prosa volgare italiana, dopo Dante, autore del Convivio. 

Si può dire, a proposito della prosa leonardesca, quello che Francesco Berni diceva ai poeti contemporanei, esaltando la poesia di Michelangelo: " 'e dice cose e voi dite parole". Manifestazioni tipiche della cultura italiana sono l'Umanesimo e il Rinascimento, fenomeni distinti ma variamente collegati fra di loro. L'Umanesimo fu propriamente lo studio filologico e storico degli scrittori dell'antichità classica, greci e latini, nel tentativo di far rivivere le virtù civili e politiche che questa contrassegnarono. Gli umanisti si definivano philosophi, ma è chiaro che con l'Umanesimo siamo in presenza di una forma di pensiero diversa dalla speculazione filosofica propriamente intesa, forma di pensiero basata sulla riscoperta e la valorizzazione del mondo classico, tanto che Ciriaco d'Ancona è considerato il padre dell'archeologia. Fu chiaro agli umanisti che la civiltà classica subì una drammatica eclissi con l'avvento del Medioevo, come teorizzato da Flavio Biondo. Non mancarono umanisti che si dedicarono alla filosofia, come Marsilio Ficino, Lorenzo Valla e Giovanni Pico della Mirandola, ma nel complesso io ritengo che per umanisti si debbano intendere i cultori degli studi classici, di quegli studia humanitatis che essi ritenevano così formativi per la crescita morale e intellettuale dell'uomo. Caposaldi dell'Umanesimo furono tre: litterae classiche, studio della storia e della lingua volgare comparata al latino. Nella seconda generazione degli umanisti, quella ad es. rappresentata da Poggio Bracciolini, emerge la figura poliedrica di Leon Battista Alberti, scrittore, pittore, architetto, matematico e linguista.

Per Rinascimento, invece, si deve intendere un fenomeno di rinascita propriamente artistica, dopo i secoli dell'arte bizantina, i cui capostipiti furono Cimabue e Giotto presto seguiti da una moltitudine di artisti, come Raffaello, Sandro Botticelli, Michelangelo, Tiziano ecc., che portarono a vette veramente eccelse l'arte del bello. Innumerevoli furono, soprattutto a Firenze, Roma e Venezia, le botteghe di artisti-artigiani. Così stabilita la differenza fra Umanesimo e Rinascimento, si deve però specificare che questi movimenti culturali, pur aventi una propria fisionomia, si sono intrecciati, rendendone perciò spesso difficile una trattazione separata. 

Al più si può fondatamente asserire che in un primo tempo, dal '300 ai primi decenni del '400, in primis col Petrarca, nasce e si sviluppa la cultura umanistica stricto sensu, quella basata sull'attento studio delle opere classiche e sulla loro interpretazione e imitazione, mentre, successivamente, l'umanesimo tende ad espandersi, ricomprendendo anche le discipline liberali, quali la pittura, la scultura e l'architettura, estranee alla letteratura. Si ha così una fusione tra Umanesimo e Rinascimento.

Con ciò si spiega perché abbiamo definito "fantasiosa" la cultura italiana. Essa è un misto di Umanesimo, Rinascimento, filosofia naturale, astrologia, medicina e diritto, quale si può osservare nei secoli che vanno dal Medioevo fino all'età moderna. E' in Italia che si afferma per la prima volta una visione del mondo così fantasiosa e ricca di sfumature. Ed anche il pensiero scientifico italiano non raramente porta il segno dell'intuizione precorritrice. Così avviene per Girolamo Saccheri, che intuì la geometria non euclidea e  per l'architetto e trattatista Guarino Guarini, che sembra aver anticipato la teoria ondulatoria della luce.  

  

 

 

L'identità italiana.

 

Precedentemente mi sono soffermato sul tema dell'identità italiana e ho concluso che essa è prevalentemente latina. In un altro post ho parlato della popolarità della cultura italiana, affermando che questa popolarità deriva sostanzialmente dalla quasi mancanza di una borghesia affaristica e cosmopolita con interessi intellettualmente raffinati. Di qui la constatazione che il genere narrativo tipico italiano non è il romanzo ma la novella, di struttura più semplice anche se non priva, negli autori maggiori, di raffinatezze stilistiche e contenutistiche. E, invero, la prosa italiana inizia con il Decamerone, raccolta di cento novelle, e prosegue attraverso i secoli successivi, caratterizzata da questa forma prosastica, essendo il romanzo scarsamente rappresentato. Ed anche tra '800 e '900, quando nasce, su influsso russo, francese ed inglese, la produzione romanzesca più matura ed interessante, il genere novella non cessa di essere coltivato dagli stessi scrittori di romanzi.

In questo post, vorrei approfondire il tema dell'identità italiana dal punto di vista della sua popolarità, acquisendo altri dati e svolgendo ulteriori argomentazioni. A prescindere dal rapporto novella-romanzo nella letteratura italiana, mi propongo di dimostrare che l'intera cultura italiana è di impronta popolare, e se pur esiste certamente un elemento "colto", questo non di rado si interseca con quello popolare. 

Si richiamino alla memoria le terzine di Dante, padre della letteratura italiana, intrise di umori popolari. Oppure si ponga mente al romanzo italiano per antonomasia, I promessi sposi, che segue le vicende di due popolani che, per sposarsi, devono fare i salti mortali, sullo sfondo della dominazione spagnola. Anche le arti visive conducono a questa conclusione. Non mancano ingegni raffinati, ma i soggetti trattati dalla scultura e dalla pittura, non di rado riflettono, anche per via della committenza, i sentimenti e le passioni popolari, di stampo cristiano-cattolico. Così abbiamo una pletora di pittori che dipingono, sino al limite del banale e del pacchiano, soggetti religiosi. Ma lasciamo perdere la turba dei mediocri. Nessuno vorrà certo affermare che artisti quali Raffaello, Michelangelo, Leonardo o Caravaggio non attingano al sublime. In particolare, Caravaggio, padre della tecnica chiaroscurale, cala il sacro nella gente del popolo, "divinizzando" così mendicanti e prostitute. Per quanto riguarda Leonardo da Vinci, egli si definisce "omo sanza littere", non versato cioè nella cultura umanistica: secondo me egli è un popolano di genio, strenuo indagatore della natura nelle sue varie manifestazioni, ma non scienziato né filosofo. 

Ritornando alla letteratura italiana delle origini, è necessario un confronto fra Dante e Petrarca. Il Cardinale Pietro Bembo, assegnò il primato nella poesia a Francesco Petrarca, umanista che scrisse quasi esclusivamente in latino, per la mania di imitare i classici. Di lui, in italiano, non abbiamo che il Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta), e i Trionfi, opera per la verità poco letta. Quale distanza lo separa da Dante ! Il quale fu, a mio avviso, il vero fondatore della poesia e della prosa italiane. Ma qui dobbiamo specificare: l'italiano, cioè il toscano fiorentino, assurse con Dante a lingua "colta", nei confronti delle altre lingue regionali, fungendo per la Penisola da lingua comune e  affiancando il latino nella comunicazione tra i dotti. La differenza è che il latino veniva impiegato a livello universale. Abbiamo dunque la scaletta: latino- italiano-lingue regionali, dove i due primi idiomi fungono da lingue "colte". Già, perché intorno all'italiano ruotano gli idiomi regionali, che, lungi dal costituire espressioni nazionali, fanno parte integrante dell'italianità. I dialetti costituiscono, per eccellenza, i modi di esprimersi del popolo, e stanno all'italiano come questo sta al latino. Ma in dialetto sono stati scritti insigni capolavori, tanto in prosa quanto in poesia. Ricordiamo il seicentesco Lo Cunto de li cunti, raccolta di novelle in lingua napoletana di Giambattista Basile, e le Poesie di Carlo Porta, in dialetto milanese.

Passiamo al teatro. In questo campo dello spettacolo, come non ricordare la Commedia dell'Arte che ebbe origine in Italia nel XVI secolo ? Questa forma di spettacolo, basata sul professionismo degli attori, è rimasta popolare fino al XVIII secolo, quando Carlo Goldoni riformò la commedia, sostenendo la necessità di un teatro senza maschere. Nella Commedia dell'arte sono presenti  personaggi di tutte le Regioni italiane, da Arlecchino (Bergamo) a Pulcinella (Napoli). Si tratta di una forma di rappresentazione scenica indiscutibilmente popolare, ben lontana dal teatro erudito di un Ariosto o di un Machiavelli. La commedia italiana, che affondava le sue radici nel mondo dei giullari medioevali, influenzò profondamente il teatro europeo, soprattutto quello francese e quello inglese, se è vero che in Shakespeare sono presenti personaggi comici italiani e che Il Volpone di Ben Jonson, altro grande autore del teatro elisabettiano, è in sostanza una versione inglese della commedia italiana. Ma ciò che è più interessante è che il teatro latino del sarsinate Tito Maccio Plauto influenzò largamente la Commedia dell'Arte: ottimo esempio del permanere dell' italum acetum nel corso dei secoli.

Nel campo della musica, è d'obbligo parlare dell'Opera lirica (o melodramma), spettacolo teatrale che unisce musica, canto, poesia ed allestimento scenico. Si tratta probabilmente della rivoluzione più completa ed incisiva della musica occidentale, nata in Italia alla fine del XVI secolo. Tradizionalmente si fa risalire la creazione del melodramma all'attività di un gruppo di intellettuali fiorentini, noto come Camerata de' Bardi, cui parteciparono il compositore e teorico della musica Vincenzo Galilei e il compositore Giulio Caccini.

A prescindere dalla sua origine culta, è indubbio che l'Opera sia stata concepita per soddisfare gusti non solo aristocratici e borghesi, ma anche popolari e popolari sono per lo più gli intrecci dei melodrammi. Insomma, si tratta di un genere di spettacolo che va incontro alle esigenze di tutte le classi sociali, tanto che i soggetti rappresentati possono essere i più vari: serio, buffo, giocoso, semiserio, farsesco.

La cultura italiana ha dunque un carattere spiccatamente popolare, e questo la distingue in linea di massima dalla cultura nord-europea, in cui sono fiorite ricche borghesie portatrici di interessi intellettualistici. Proviamo a confrontare il manierismo all'impressionismo francese. Questo naturalmente non significa che gli artisti e i letterati italiani siano privi di genio; significa solamente che per la maggior parte questo genio si è esercitato su soggetti popolari, e ciò è vero sia per la letteratura che per le altre arti, compresa la musica. Se poi passiamo al cinema, questo fatto risulterà ancora più evidente (neorealismo). 

Quale sarà dunque l'identità italiana ? Quella di un Paese fortemente romanizzato  nel quale si sono fuse l'anima gallo-celtica, greca e latina. Questa fusione, rilevabile ad un attento studio, non ha portato però al sorgere di organismi  politici paragonabili al populus Romanus o all'English people: troppo grande e profonda è stata la frammentazione sociale e culturale nell'Italia del Medioevo e dell'età moderna. Riservandoci di approfondire l'argomento del rapporto tra le nozioni di razza, nazione e popolo in altra sede,  affermiamo che l'Italia, pur con tutte le sue diversità, non è uno Stato plurinazionale, ma regionale, come dice la stessa Costituzione repubblicana.

Nei primi decenni del '900, con il trionfo dell'ideologia fascista, sembrava che l'Italia dovesse diventare chissà quale potenza politico-militare: il consenso al regime era apparentemente molto forte, ma con la sconfitta prevalse lo spirito del "tutti a casa": non esito a dire che i crimini di guerra commessi dal regime fascista, ad es. in Etiopia, furono perpetrati dai fanatici fedelissimi del Duce, quelli che poi andarono a costituire la Repubblica di Salò. Nel popolo italiano prevale una saggezza (un po' da Commedia dell'Arte), che lo porta a non amare la guerra o la violenza in genere, preferendo di gran lunga la pace disarmata.  

 

 

Confronto tra il populus Romanus e l'English people.

 

Siamo in presenza di due popoli che hanno segnato lo sviluppo civile dell'Europa e del mondo intero. Entrambi sono nati da un incrocio di diversi apporti culturali che si sono felicemente amalgamati dando luogo ad entità politiche di grande originalità. Inizio con l'esporre il quadro storico della Gran Bretagna.

Il popolamento della Gran Bretagna prese l'avvio dalle migrazioni di popoli diversi. I popoli provenienti dal Mediterraneo portarono la civiltà megalitica; ad essi si aggiunsero i Celti, originari dell'Europa centrale. Successivamente, con la caduta dell'Impero romano, le tribù germaniche degli Angli e dei Sassoni invasero la Gran Bretagna, e, alla venuta degli Scandinavi, fece seguito la conquista dei Normanni, che introdussero la civiltà e la lingua francese, che rimane evidente nella lingua Inglese, la quale, pur appartenendo al ceppo germanico, risente dell'influenza francese, e quindi, in buona parte, neo-latina. Lingue celtiche sono parlate ancora nelle regioni montuose della Scozia (gaelico), e nel Galles; il celtico è invece scomparso da secoli dalla Cornovaglia.

Come si può vedere trattasi di una vicenda plurisecolare complessa e ricca di fascino. In tutto questo travaglio di popoli e di culture, possiamo ben affermare che in Gran Bretagna si è affermato l'Inglese come lingua-guida delle varie nazioni che compongono le isole britanniche. Fatta questa premessa di ordine generale, mi vorrei soffermare più da vicino sull' English people. A partire dal  '700, gli Inglesi sono stati in prima fila nel processo di civilizzazione dell'Europa e del mondo intero. Dalla prima rivoluzione industriale, si è passati oggi a quella digitale, che, tra gli altri, ha avuto l'effetto di propagare ancora di più l'idioma inglese a livello internazionale, accrescendo il prestigio dell' Inghilterra. Noto che questa lingua è molto bella ed espressiva, ma che, avendo una esile grammatica, si rivela poco formativa a differenza , poniamo, del latino, lingua dalla sintassi complessa. La rivoluzione digitale è comunque un fatto imponente, capace di stravolgere i tradizionali assetti culturali e mentali di tutti i Paesi del mondo. L'interazione uomo-macchina che essa propone è foriera di grandi cambiamenti: si può immaginare che renda possibile l'eternarsi dell'umanità.  Le zone di influenza anglo-sassoni, sono vastissime e vanno dagli Stati Uniti a gran parte del Canada, fino al continente australiano. Stati Uniti ed Inghilterra sono oggi, come e più della Roma imperiale, una epitome mundi.  Oggi la lingua inglese ha sostituito quella latina come lingua della divulgazione scientifica e commerciale.

Gli anglo-sassoni  sono degli acutissimi ragionatori, ed hanno consegnato all'umanità non solo eccellenti risultati nel campo delle scienze esatte e della filosofia, ma anche nella letteratura, che conta innumerevoli, insigni, capolavori. Meno importante, come sembra, è il loro contributo alle arti ed alla musica classica. Filosoficamente, la cultura anglosassone è di impronta sensistico-pragmatica. Spicca infatti nel pensiero inglese l'utilitarismo ed il pragmatismo: i britannici sono maestri nel creare sistemi culturali pratici, come l'informatica (computer science). In ciò sono paragonabili ai Romani, di cui è a tutti noto l'empirismo. I Romani eccellevano infatti nelle discipline pratiche, come il diritto, l'agricoltura, l'architettura e la medicina, ed ebbero inoltre un fine gusto estetico nel comparare la letteratura latina a quella greca o nel ragionare di storia dell'arte (Plinio il Vecchio). Cosa che li accomuna agli Inglesi, che sanno trascegliere il meglio che proviene dalle altre culture, rigettandone il peggio. Si dice che i giuristi romani furono anche cultori di scienze naturali.

Nel campo del diritto, gli Inglesi hanno creato un sistema giuridico originale, la common law, che si è imposta come modello legale, basato sul principio dello stare decisis, a differenza del sistema di Civil law, di origine romana, in cui è preminente l'applicazione della Legge. Se e in che misura il diritto romano abbia influenzato la common law,  è un problema dibattuto, che affronteremo a suo tempo e luogo. 

L'English people, si pone dunque come il raccordo delle Nazioni britanniche, e, attraverso l'immigrazione in America ed Australia, ha conquistato gran parte del mondo, creando un modello di civiltà digitale che pare vincente sotto tutti gli aspetti, ad iniziare dal rispetto della natura.

Passo ora ad illustrare le caratteristiche del populus Romanus, cercando  di confrontarle con quelle dell'English people. Il popolo Romano si presenta storicamente come un popolo "misto", nato dalla fusione di almeno tre etnie: quella latina, predominante, quella sabina e quella etrusca. Concezione originaria è quella regia, poi popolare: per circa cinquecento anni il popolo Romano fu una Repubblica, anche se l'elemento aristocratico fu prevalente; tuttavia non mancò in questo arco temporale una vigile coscienza popolare, attenta ai soprusi del potere e impersonata dai tribuni della plebe. Con l'Impero tale coscienza declinò, e anzi si può affermare che l'autentica storia di Roma si è arrestata alla fine della Repubblica. Nel diritto, osserviamo una forte corrente di individualismo, quella stessa per la quale i Romani furono accusati dai Nazionalsocialisti; infatti i Romani concepivano il popolo come aggregato di individui concreti: mancava loro quella visione del popolo eretto a Stato, ente astratto superiore alla somma dei singoli componenti, che è tipica della gius-pubblicistica moderna di derivazione tedesca. Si può dire che, in età repubblicana, i cives romani erano eguali tra di loro perché condividevano gli stessi valori. Lo stesso avviene per l'English people, ben noto per il suo individualismo, pur nel quadro di una fortissima identità comune. La società inglese è perfettamente strutturata, come quella romana, sulla base del rango sociale. Tipico di questa società è il costituirsi di club e di associazioni segrete come la Massoneria, che infatti nasce in Inghilterra nel 1717. Non pare invece che le Corporazioni di arti e mestieri, di cui si ha notizia in Roma fin dalla Legge delle XII Tavole, avessero fini iniziatici: lo "Stato" non poteva tollerare una simile situazione, e , d'altra parte, la religione era attratta nel diritto pubblico, essendo una materia che interessava tutti i cittadini: i collegi sacerdotali romani non erano caste od élites nel senso proprio del termine, ma, sia pur gestiti dall'oligarchia dominante, costituivano organi "statuali" e non prevedevano cerimonie iniziatiche, come le religioni greca ed orientali. Altro tratto comune tra il  populus Romanus e l'English people, è l'attitudine all'universalismo,( forse il termine imperialismo è sorpassato perché non rende fino in fondo l'idea che sta alla base dell'espansione tanto romana che britannica); universalismo che ha avuto manifestazioni certamente brutali ma si è concretizzato anche in forme sorprendentemente "liberali", con l'assimilazione e l'accoglienza dei popoli più disparati. 

  Come i Romani, gli Inglesi non hanno mai conosciuto il dogma della persona giuridica, dando maggior risalto ai membri concreti della comunità nazionale. Sempre in tema di diritto, segnalo una fondamentale differenza tra le due esperienze: la coscienza giuridica romana, filtrata ed interpretata dai giuristi, mostra un maggiore idealismo di quella inglese, la quale non conosce i concetti complessi di  ius e fas. Il diritto inglese è totalmente utilitaristico, mentre il ius, pur agganciato all'utilità, conosce una tensione verso i suoi fondamenti ultimi. Cos'è il ius ? L'anello di congiunzione fra uomo e dio, rappresentato dal fas o lex divina. Ma se il fas è legge, allora non può avere che struttura tripartita come il ius, in cui si fronteggiano attore e convenuto, moderati dal giudice, terzo principio neutro. Si tratta di un bilanciamento energetico, la cui origine è ispirata dal fas. Come abbiamo già scritto, è probabile che il fas non sia solo la "parola splendente" posta ai primordi dell'universo, ma che abbia una triplice struttura: un principio attivo, uno passivo e infine uno neutro. Tale struttura noi possiamo ravvisare nelle Triadi regia e repubblicana, ma soprattutto regia, dove Giove, Marte e Quirino rappresenterebbero la triplicità dell'essere.

Questa unione tra uomo e dio, che si chiama ius, non ha alcun connotato mistico, e significa solamente che il vir iustus , nella sua condotta, raggiunge quell'equilibrio energetico proprio della divinità. Possiamo così dire che sono gli umanisti i veri uomini di dio (Humaniores, "gli uomini più umani") e che il ius è il centro della cultura umanistica. Naturalmente non dimentichiamo i misfatti di cui si sono macchiati i Romani: la nostra attenzione va ai giuristi, che,  privi di ideologie, seppero coltivare l'arte del giusto, pur stando sempre dalla parte del potere costituito.

 

Benvenuti nel sito di culturaromanoitaliana.com ! Inizieremo con qualche cenno programmatico. La nostra intenzione è  di illustrare ed approfondire le relazioni intercorrenti tra la cultura dell'antica Roma e quella italiana, nonché di evidenziare le influenze che la cultura italiana ha avuto su quella europea. Temi del blog saranno essenzialmente tre: storia del diritto e diritto romano, italianistica e il pensiero della Destra, cui è demandato, insieme agli organi istituzionali, il compito di diffondere e difendere il tesoro di conoscenze, storia e arte che caratterizza l'Italia. Ciò faremo nel rispetto il più possibile rigoroso dei fatti e dell'oggettività, atteggiamento che, del resto, è tipico della Destra di tutti i Paesi. La Destra, infatti, non è né una filosofia, né una ideologia e nemmeno è religiosa, perché interpreta il pensiero e la coscienza del popolo, notoriamente alieni da astruserie e pedanterie. Essa si propone come una forma di conoscenza concorrente/alternativa rispetto alla scienza esatta, sorta con la civiltà, anche se il suo libero spirito critico le impedisce di esaltare lo stato di natura, per l'uomo severo e doloroso. 

Secondo la Destra, questo stato è solo il male minore per l'umanità, che più progredisce in tecnologia e cognizioni scientifiche, più sembra dibattersi in contraddizioni vieppiù insanabili e pericolose per la sua stessa sopravvivenza. Alla fine, fatta piazza pulita di ogni illusione, e fermo restando che l'uomo non si auto-distrugga, pare certo un suo ritorno alla natura, secondo una concezione ciclica già propria della cultura classica e, nei tempi moderni, intuita dal filosofo italiano Giambattista Vico. La Destra dice infatti che l'esistenza è sofferenza, e lo è tanto più nelle società cosiddette civili. Alla fine si capisce che la condizione migliore per l'uomo è il non-essere.  Gli uomini di Destra sono uomini comuni, uomini del popolo, che, senza loro colpa, si trovano invischiati in situazioni esistenziali aggrovigliate, di cui devono trovare il bandolo per uscirne; essi hanno la fissazione per l'identità personale e collettiva. Ma, essendo umanisti,  hanno buon senso, ed è così che amano la vita e non la morte. Gli uomini di Destra sono conservatori radicali ed è per questo che non amano gli stranieri. Ma la Destra ragiona, e dunque è contro l'immigrazione, ma non per volgare razzismo, bensì per difendere l'ordine pubblico democratico.   Il requisito per essere di Destra, in Italia, è di avere tre anime (un po' come diceva di sé stesso il poeta latino Quinto Ennio, di possedere tria corda, messapico, greco e romano): una celtica, una romana e una greca. In questo modo, si è come la "sintesi" di tutto il Paese, e si è in grado quindi di dominarne la complessità, e di percepire il valore della comunità nazionale. Naturalmente, nulla impedisce che il sentimento nazionale possa germogliare anche in altri contesti. Il fatto è che l'Italia è una potenza culturale assolutamente unica: essa non è mai stata, nell'Evo moderno, una potenza politica e militare e, se le sue contrade sono disseminate di cadenti ma illustri rovine, ciò sta a significare che la sua vera forza sta nella memoria del passato, indispensabile per capire non solo il presente, ma anche il futuro, in una specie di continuum spazio-temporale. Oggi si fronteggiano i "giganti" nucleari e impazza l'informatizzazione, ma l'Italia è la culla della cultura umanistica, che studia i moti dell'animo umano, la comprensione dei quali è fondamentale per capire la realtà della vita. Certo, l'Italia deve modernizzarsi per stare al passo coi tempi, ma sia ben chiaro che la vera cultura è quella umanistica e non quella scientifica, tanto meno l'informatica, anche se questa sembra destinata a grandi ed imprevedibili sviluppi.

L'informatica si presenta come una interessante interazione di diritto, economia, sociologia, tecnologia e scienze esatte: insomma è un compendio del sapere umano, con finalità che vanno oltre la sfera dell'umano (transumanizzazione). Il pericolo è che non si riesca a gestire avvedutamente questa tecnologia, con ricadute negative sulla tenuta delle concezioni democratiche ed umanistiche, e il conseguente avvento di un totalitarismo globale. Sarebbe interessante confrontare il concetto romano di ius con con la civiltà emergente dall'algoritmo: con il primo siamo nel cuore della cultura umanistica, perché esso esprime una concezione antropocentrica; con la seconda abbiamo invece una visione "macchino-centrica", in cui l'uomo viene sostituito dalla macchina, non si sa bene con quali esiti. 

  Quello che le classi politiche italiane non hanno mai capito, è che l'Italia ha una duplice vocazione: neutralità e socialdemocrazia. La prima perché la stessa posizione geografica della Penisola, al centro del mondo, la rende equidistante dall'Ovest come dall'Est, dal nord come dal sud. La seconda perché la sua stessa struttura sociale porta come inevitabile conseguenza la cooperazione tra le classi sociali e il nord sviluppato ed il sud relativamente "sotto-sviluppato". La democrazia comporta la partecipazione di un vasto pubblico: in essa possono esistere componenti liberiste, ma giammai democrazia e liberismo possono identificarsi, perché questo è una ideologia che torna comoda solo a pochi. A causa della frammentazione politica e sociale, per lunghi secoli è mancata all' Italia una concezione coerentemente democratica dei rapporti sociali e ancora oggi si ripropone la medesima situazione. Ecco il motivo per il quale l'Italia è un Paese a "sovranità debole": poco spirito democratico e poca coscienza unitaria, cui si aggiunge una  spesso immotivata esterofilia.  Sono tutti temi che affronteremo.

  I Romani possedevano una visione organicistica delle società, per la quale tutto ciò che nasce è destinato a perire, compresi gli Stati. Visione  espressa dal famoso apologo di Menenio Agrippa, il patrizio incaricato di scendere a patti con la plebe rivoltosa, e di cui si trovano tracce in ciò che è rimasto negli scritti dei giuristi romani, come Papirio Frontone, con la sua dottrina sul peculium , che nasce, cresce e si estingue o nei retori, come Floro, negli scritti del quale è ben illustrata questa concezione. D'altra parte, la stessa nascita di Roma, avvenuta con un fratricidio, è avvolta da questo alone di fatalità, forse ereditato dagli Etruschi. Si narra, infatti, che Romolo, il primo re di Roma, osservò il volo di dodici avvoltoi e da ciò si trasse la profezia che il nomen romanum, ovvero il patrimonio materiale e spirituale della Romanità, sarebbe durato dodici secoli, profezia che si è dimostrata complessivamente veritiera. Noi non crediamo che con il Cristianesimo cattolico sia nato un nuovo ciclo nella vita della "Città eterna", ma che, al contrario, il suo ciclo vitale si sia esaurito, con l'estinguersi dell' energia di propagazione ed assimilazione di genti straniere. Naturalmente, Roma è sopravvissuta come centro urbano, diventando la Capitale d'Italia, mentre la Chiesa rappresenta solo l'atto finale ed infausto della storia di Roma antica. D'altronde, anche in fisica, sembra dominare la visione organicistica, per la quale l'Universo è paragonato ad un immenso organismo vivente, destinato un giorno a perire, esaurendo l'energia. Ma si badi che Roma, conquistando il suo vasto Impero, ha reso possibile il sorgere di nuovi cicli soprattutto nell'Europa continentale, fecondando con la sua cultura Paesi come la Spagna, la Francia, la Germania e  l'Inghilterra, Paesi che hanno imparato moltissimo dalla civiltà romana, sia pure sviluppando una loro originalità. In particolare, l'Inghilterra si presenta come una poderosa sintesi del mondo germanico, non priva di cospicui apporti latini. Anche nel Medio Oriente, con la fondazione di Costantinopoli nel 330 d.C., è nato un nuovo ciclo destinato ad estinguersi un millennio dopo, con la conquista della "Nuova Roma" da parte dei Turchi di Maometto II, nel 1453. Altro discorso si deve fare per il nord Africa, sommerso dai Musulmani quasi subito dopo l'anno cruciale del 612 d.C., mentre ancora erano in vita le scuole di retorica latine. E, invero, tracciare con precisione, in una data, ( convenzionalmente si indica il 476 d.C.) la fine del mondo antico, è impresa ardua. Così come Roma non nacque in un sol giorno ( 21 aprile 753 a.C.), così essa venne meno gradualmente e quasi impercettibilmente, lasciando però ai popoli europei una eredità destinata a un grande futuro. L'idea dell'impero, come giustamente rileva Hannah Arendt, sopravvisse a lungo in Occidente, influenzando più o meno direttamente uomini di Stato e politici, come Carlo Magno, Napoleone e, purtroppo, Mussolini. Anche gli Stati Uniti ne risentono, e comunque sono impregnati di classicità romana. Roma fu un piccolo-grande mondo: piccolo perché il nucleo centrale della sua civiltà è costituito da concezioni giuridico-filosofiche maturate in un ambiente socio-politico ristretto, dato dalla fusione di piccoli gruppi di diversa etnia; grande, perché essa ebbe la capacità di estenderle ad un'area geografica notevolmente vasta. A proposito di diritto, indagheremo sui sorprendenti rapporti fra ius e fas, oggetto di interminabili dispute nella dottrina romanistica e giuridica in generale, che forse nascondono una verità ancora tutta da scoprire. Siamo convinti che  la giurisprudenza romana abbia molte cose da dire a noi moderni, cose che vanno oltre la comune percezione del diritto romano come primo sistema di pianificazione formalizzata dei rapporti sociali. Con tutta probabilità lo ius è il più possente concetto mai creato da mente umana. E vorremmo anche dire che questo ius, il cui significato è apparso e tuttora appare indefinito e sfuggente, non è altro che la totalità della realtà umana, divina e naturale, così come si manifesta all'occhio dell'osservatore umano.

A questo punto potremmo chiederci perché l'Istituzione imperiale è collassata in Occidente e non in Oriente, domanda che sorge spontanea. A nostro avviso, il motivo principale sta nella più massiccia e antica struttura urbana dell'Oriente nei confronti dell'Occidente, dove l'unica grande metropoli era Roma. La pars orientis dell'Impero poteva contare su città quali Alessandria, Antiochia e Costantinopoli, che costituivano un asse fondamentale per l'unità della compagine imperiale. Scarsa, invece, l'urbanizzazione in Occidente, con pochi centri troppo lontani fra loro per interagire efficacemente. La storiografia contemporanea, invece, tende a ridimensionare il ruolo giocato dai Barbari nella caduta dell'Impero, e, invero, a noi pare che causa ben più grande di questa caduta sia da ravvisare nelle spietate guerre civili in cui si scontravano gli eserciti romani, a partire dal 235 d.C., data della morte di Alessandro Severo. E' d'uopo ricordare che fin da Settimio Severo, Imperatore dal 197 al 211 d.C., l'esercito aveva subito un primo inizio di imbarbarimento, tendenza che proseguì in seguito con grandi ripercussioni sulla disciplina militare. Lo stesso Settimio Severo impose a Roma la presenza della Legione I Partica, segno che l'Italia veniva gradualmente equiparata alle province. Non solo: egli esautorò gli Italici dal servizio presso la Corte pretoriana, sorta di guardia del corpo dell'Imperatore. Ma riprendiamo il discorso sulla ciclicità degli organismi politici.    A questa visione, si contrappone la concezione lineare del tempo, tipica dell'ebraismo. Gli ebrei hanno sempre cercato di mantenersi al di fuori dei "sistemi di cose" creati dalle genti delle Nazioni, nella speranza di ereditare come "giusti" una terra rinnovata e trasfigurata, dopo che, secondo la profezia biblica, le nazioni sorgeranno l'una contro l'altra causando immani tribolazioni.  La storia dunque approderà al suo fine ultimo e sarà un ebreo a guidare i sopravvissuti. Questo, almeno, è ciò che si evince dalla Bibbia.

E l'Italia ? Creatura privilegiata dei Romani (Saturnia Tellus), e più di altri Paesi impregnata di civiltà classica greco-romana, con il crollo dell'Autorità centrale imperiale,  ritornò al suo vecchio regionalismo (e sub-regionalismo), alla frammentazione culturale e politica tipica dell'età preromana, cosa che impedì per lunghi secoli la sua unificazione. Furono secoli di umiliazioni, conquiste straniere e servaggio, tanto da ispirare la nota invettiva dantesca. Per di più, l'Italia, avvilita dal soffocante conformismo cattolico, ebbe presumibilmente a pagare il più alto prezzo in vite umane a causa della repressione poliziesca dell'Inquisizione. Ciò non impedì il sorgere di una splendida cultura nell'età dell'Umanesimo e del Rinascimento,  la rivoluzione in campo musicale dell'Opera, e, in campo scientifico, dello sperimentalismo galileiano. Vedremo in seguito che, nonostante tutto, l'Italia ha saputo dimostrare una straordinaria vitalità spirituale, vitalità oggi messa in pericolo dal livellamento causato dalla cultura di massa internazionale. Una americanizzazione sempre più invasiva avvilisce e sembra mettere in pericolo la nobile identità di questo Paese, riducendolo a mero satellite non solo politico ma anche culturale. A ciò si aggiunge una perniciosa crisi demografica, causata  dall'accentramento del potere e della ricchezza in poche mani, fenomeno destinato ad acuirsi col passare del tempo. Ciò significa la perdita del lavoro da parte di tante persone con il conseguente spopolamento. In altre parole, non è il benessere che causa la crisi demografica ma il sempre più diffuso malessere sociale. Paese notoriamente poco commerciale (le grandi rotte del commercio passano per il nord-Atlantico), l'Italia possiede una notevole vitalità economica grazie al grande numero di piccole e medie aziende, situate soprattutto nel centro-nord. Nulla a che vedere con le corporation americane, che spadroneggiano indisturbate nel mondo mirando a fagocitare le economie più piccole e perciò più fragili. Ma, ritornando al discorso storico-culturale, Il nostro intento è gettare un ponte tra il  passato e il futuro dell'Italia, dimostrando in primo luogo la romanità del Tricolore, nel segno di una ininterrotta tradizione millenaria. Indagheremo anche se, fin dall'antichità romana, sia emerso un concetto politico e giuridico dell'Italia.

Aggiungiamo che l'Italia ha funto da tratto d'unione tra le civiltà dell'Evo antico (Grecia, Egitto, Mesopotamia ecc.) e quelle dell'Evo moderno, che, attraverso la conquista romana, hanno potuto assimilare cognizioni importantissime per la costruzione della propria identità nazionale. Sarà questo il punto debole dell'Italia? Questo costante rivolgersi al passato ? Noi crediamo che questo Paese, nonostante le sue contraddizioni e difetti, continuerà a svolgere nel panorama internazionale un ruolo insostituibile. Indubbiamente l'Italia è un Paese "vecchio", le sue glorie sembrano appartenere al passato e questo risulta evidente se la paragoniamo agli Stati Uniti, con i suoi duecento anni di storia, o con le nazioni europee, (eccetto la Grecia), che contano solo un millennio circa. Per questo auspichiamo che i governi italiani a venire, proseguendo nel processo di modernizzazione, mettano anche in atto misure oculatamente anti-liberiste, volte a salvaguardare il patrimonio materiale e spirituale dell'italianità. L'Italia ha dato moltissimo al mondo in termini di cultura, ma oggi rischia immeritatamente di diventare solo un Paese da cartolina.

I segni di questo fenomeno sono evidenti a chi voglia prestarvi attenzione. L'Italia sembra vivere all'ombra del gigante americano e non pochi linguisti paventano la nascita di un "italinglese", cioè di una lingua ibrida mista di termini italiani ed inglesi. Per parte nostra, deprechiamo la passività acritica con cui il governo, l'opinione pubblica ed i canali di informazione di massa italiani recepiscono le novità provenienti dal mondo anglosassone, incapaci di elaborare una valida alternativa, con l'affermare la specificità incomparabile della lingua e della cultura italiane. Ricordiamo anche che il patriottismo degli italiani sembra limitato solo in due campi: la cucina ed il tifo sportivo. Del resto, Inglesi ed Americani sono ormai abituati a questo andazzo, considerando ormai l'Italia come un Paese minore ,di periferia, prono al loro volere. La sfida è dunque quella di valorizzare le ricchezze passate e presenti del nostro Paese, riconoscendogli il prestigio che merita.