L'Italia come "sistema" aperto.

 

Fin dall'antichità, l'Italia si presenta agli occhi dell'osservatore come un sistema geo-antropologico aperto agli influssi dell'esterno. Ciò è sicuramente dovuto alla sua posizione centrale in ambito europeo-mediterraneo. Tale concezione era propria dei Romani, che consideravano l'Italia, al pari della stessa Roma, come un Paese in continuo divenire, non "chiuso" etnicamente. In età preromana, noi possiamo individuare grosso modo sei macro-aree: al Nord una celtica; al centro-nord una etrusca, al centro una italica e al centro sud una greco-italica. In Sicilia abbiamo l'area siculo-greca ed in Sardegna quella sardo-punica. Con la conquista romana queste diversità furono amalgamate e ridotte ad unità. 

Abbiamo già dedicato alcuni post all'esposizione della complessità etnico-linguistica dell'Italia in età antica. Qui non vorremmo ripeterci, ma piuttosto gettare uno sguardo sulle nuove etnie che fecero la loro comparsa con la caduta dell'Impero d'Occidente e in epoca seguente. Nell'alto Medioevo, si affacciarono le popolazioni germaniche: Goti, Ostrogoti e Longobardi che influirono notevolmente sulla lingua e la cultura romano-italica del Nord della Penisola; a tal punto che questa sovrapposizione ha finito per connotare il Nord come area di influenza celtico-germanica, dando a questa zona un carattere tipicamente continentale, non solo dal punto di vista geografico, ma anche linguistico-culturale. Veramente le popolazioni germaniche si espansero anche nel Sud-Italia, come testimonia, ad es., il toponimo del Comune campano di Sant'Agata dei Goti, borgo in realtà formatosi con certezza solo in età longobarda, anche se esso serba nel nome il ricordo di una presenza gotica precedente. 

Possiamo dunque affermare che la tradizione romano-italiana è riuscita ad assimilare anche l'elemento germanico, perché, nonostante la lunga presenza in Italia di questa etnia, essa si è imposta come l'asse portante della struttura giuridica e linguistica del Paese: secoli di romanità hanno plasmato in modo indelebile la sua fisionomia.  Parimenti importante fu, per la storia italiana, la presenza, soprattutto nel Centro-Sud, dei Bizantini, giunti in Italia nel decennio 535-553 d.C., quando sostennero una terribile guerra contro i Goti, riuscendo, alla fine, vittoriosi. I Bizantini non erano altro che greci romanizzati e cristianizzati. Comunque essi occuparono importanti città, come Ravenna, Napoli, Roma e Siracusa. La loro presenza durò fino al 1071, quando persero Bari, l'ultimo loro avamposto, ad opera dei Normanni. 

Anche i Normanni hanno un posto di rilievo nella Storia d'Italia. I Normanni (ovvero "Uomini del Nord"), erano un popolo norreno ( di stirpe germanica), originario dei territori scandinavi. In Italia si ricorda, come loro struttura statale particolarmente importante, il Regno di Sicilia, creato da Re Ruggero II dopo aver conquistato l'Italia meridionale. Egli nel 1130 fu incoronato Re di Sicilia e Duca di Puglia e di Calabria e successivamente si impossessò anche del Ducato di Napoli.

E' stato soprattutto il mondo germanico, così ricco di uomini e risorse, ad interessare, nel bene e nel male, l'Italia. Basti pensare alle pretese assolutistiche dell'Imperatore Federico Barbarossa sulle città dell'Italia settentrionale, finite  nella disastrosa sconfitta di Legnano ad opera delle truppe della Lega Lombarda (1176). 

E' noto che questa incombente presenza è durata fino ai primi decenni del XX secolo. Oggi le migrazioni hanno aggiunto altre componenti etniche al sostrato della società italiana, in sintonia col principio dell'apertura dell'Italia ai flussi migratori ab externo. Si deve rilevare tuttavia che nell'età attuale questo principio ha da essere relativo, non già assoluto. Questo perché oggi le società, organizzate in Stati, hanno bisogno di sicurezza e di ordine pubblico. Non è più come una volta che la gente andava e veniva a suo piacimento: ci devono essere criteri precisi e , se necessario, anche severi per gestire questo fenomeno in modo giusto. E' suggestivo ciò che diceva Seneca nella chiusa delle sue Questioni naturali, presagendo il futuro: "Altri popoli verranno: ad essi rivolgi il tuo sguardo"; ma è evidente che, se le masse sono ingenti, le risorse sono poche. 

Il quadro che abbiamo delineato, rappresentando uno stato di estrema frammentazione politica, rende conto della notoria mancanza di un "senso civico unitario" degli Italiani. Eppure nessuno, eccetto un ignorante o una persona in malafede, potrebbe negare che l'Italia è una unità culturale, e che perciò unitaria deve essere, ed è,  anche sul piano politico. Solo che è una unità "diversificata" al suo interno. Il centralismo, infatti, non è il modello politico-costituzionale che si attaglia ad un Paese come l'Italia. E se Mussolini, nella sua abissale, ignorante prosopopea, poteva dire che "è impossibile governare gli Italiani", è perché non aveva semplicemente compreso lo spirito italiano, lo spirito di un Paese dove il molteplice convive nell'unità. 

La tradizione romanistica italiana. I Parte: l'antefatto.

Nell'Italia barbarica del V-VIII sec. d.C., si assiste all'incontro della tradizione giuridica dei Germani invasori con quella romana. La conoscenza del diritto italiano presuppone la conoscenza del diritto romano, e, in più lieve misura, dei diritti barbarici. Quando Odoacre detronizzò l'ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo, rinviando le insegne imperiali a Costantinopoli (476 d.C.), era già stato emanato da circa due secoli un vasto Codice, il Teodosiano, destinato a giocare un ruolo essenziale per le sorti del diritto romano in Occidente. Esso è una raccolta "sistematica" delle costituzioni imperiali che ricomprende tutte le materie: dal diritto civile a quello amministrativo. Tra le fonti anteriori alla discesa dei Longobardi in Italia, c'è l'Editto attribuito a Teodorico Re degli Ostrogoti. Esso consta di 154 capitoli, tratti in gran parte dai Codici Gregoriano, Ermogeniano e Teodosiano, dalle sentenze di Paolo e dai commentari e interpretazioni in uso nel V secolo d.C. Dobbiamo specificare che dei tre Codici citati, i primi due hanno natura di silloge privata, mentre solo il terzo è stato emanato da una fonte ufficiale. L'Editto vigeva nel territorio dove convivevano barbari e romani, e dove solo i primi avevano il ruolo e la carica di militi difensori dello Stato. Esso conteneva disposizioni sulla proprietà privata, l'immunità delle chiese e la tutela della libertà personale e dell'ordine pubblico. L'origine italiana del corpus normativo, è testimoniata dal capitolo III, nel quale viene esposta la norma, già teodosiana, che proibiva di seppellire i defunti intra urbem Romam. 

Il Regno gotico, nonostante la pervicace ed eroica resistenza di Totila, Vitige e Teia, cadde per opera dei Bizantini. La strategia di Giustiniano, non era quella di ricostituire l' Impero di Occidente, bensì di annettere l'Italia all'Impero d'Oriente. Dopo alcuni anni dall'assoggettamento dell'Italia, l'Imperatore emanò la Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii, con la quale dispose l'estensione al territorio conquistato delle leggi romane da lui nuovamente raccolte nella grande Compilazione. Ma nel 568 d.C., scesero in Italia i Longobardi, dei quali si ricorda, nella storia giuridica italiana, il famoso Editto di Rotari (643 d.C.). Nell'editto regio, si trovano reminiscenze del linguaggio giuridico romano e anche passi tolti dai testi romani. Nel complesso, però, si tratta di un documento giuridico originale, di impronta schiettamente germanica. Esso è diviso in 388 capitoli e vi trovano luogo norme relative al diritto penale, familiare, patrimoniale nonché procedurale. 

La conquista del re franco Carlo Magno, presentatosi come Rex Francorum et Longobardorum, non mutò in apparenza, almeno nei primi tempi, la costituzione del Regno Longobardo. Le disposizioni dei re Franchi, erano variamente denominate, ma il nome che venne più usato era quello di Capitolari. Essi erano in origine semplici ordini del re, ma più tardi divennero vere e proprie disposizioni legislative, valevoli per tutti i territori che ne dipendevano. La fine della dinastia carolingia in Italia non chiude la legislazione dei capitolari. Ad essi vennero aggiunte le leggi emanate dai Re e Imperatori italici nel periodo di autonomia dell'Italia, e dagli Imperatori della casa di Sassonia, che ricostituì l'Impero nel X secolo.

La tradizione romanistica italiana, mai estinta del tutto,  ebbe origine nell'VIII-IX secolo d.C. con un testo chiamato Adnotationes Codicum D. Iustiniani, più comunemente noto con nome di Summa Perusina, un riassunto dei primi otto libri del Codice Giustinianeo, molto interessante perché ci mostra a quale punto di decadenza era giunta la scienza giuridica romana nell'Italia romanica. Una scuola di diritto romano si formò probabilmente a Ravenna nel periodo del regno di Lamberto (891-898), perché la città era frequentemente visitata dagli Imperatori ed era sede di un potente Arcivescovato. 

Nei successivi post analizzeremo presupposti e metodi delle due grandi scuole romanistiche italiane del Medioevo: Glossatori e Commentatori.

Tradizione romano-italica e tradizione romano-italiana: un approfondimento.

 

Correntemente, per tradizione romano-italica, si intende una religione politeista che si basa sulla riproposizione attuale delle forme cultuali romane. La via romana agli dei, è una religione che è praticata in Italia ma anche in altri Paesi, in forma comunitaria o individuale e che, pur ammettendo l'unità del divino, ne mette in rilievo anche la molteplicità. Tale dottrina religiosa è stata preservata nel Medioevo da "circoli religiosi" e si basa sulla formazione dell'uomo secondo i dettami della romanitas-humanitas classica. Essa ha avuto importanti svolgimenti in Italia in epoca umanistica con l'Accademia Romana di Giulio Pomponio Leto fino alla Schola Italica di Amedeo Rocco Armentano ed Arturo Reghini. Da ricordare anche L'archeologo ed architetto Giacomo Boni, che si adoperò addirittura per l'adozione, da parte dello Stato fascista, del paganesimo antico come Religione di Stato. A parte il velleitarismo di tanta parte di questa tradizione, non mancano esponenti più profondi ed intelligenti, il cui pensiero esamineremo più avanti.  

Io penso che nel suo complesso, questa tradizione, fermo restando il rispetto della libertà di coscienza, appartenga più all'ambito del folklore che a quello della storia delle idee. La nostra prospettiva è diversa. Per tradizione romano-italica, noi intendiamo quella degli antichi Italici, ormai esaurita con la fine del mondo antico, ed anzi già finita con il superamento della Confederazione romano-italica ed il propagarsi della potenza romana a gran parte dell'Ecumene europeo-mediterranea. Con civiltà romano-italiana, invece, noi intendiamo il sopravvivere culturale della Romanità in Italia, tramite elementi quali la lingua, la letteratura il diritto e l'architettura. Non ci sfugge che tale sopravvivenza sia propria anche di altri Paesi, quali la Francia, la Spagna, la Germania e, in parte, gli Stati Uniti e l'Inghilterra. Terre di diritto romano sono anche i Paesi dell'America Latina, dove vige il sistema giuridico detto latino-americano.

D'altra parte, si potrebbe dimostrare che il legame tra Roma e l'Italia sia più intimo e profondo di quanto non lo sia con i Paesi sopra citati. A volo d'uccello, osserviamo che la glossa più antica  ai testi giustinianei, la Glossa torinese, risale al VI sec. d.C. Tra il X e l'XI sec. d.C., sorge la Scuola di Pavia, allora Capitale del Regno d'Italia, che sviluppa lo studio professionale del diritto franco-longobardo, e dove emerge un notevole interesse per il diritto romano. La scuola di Pavia compie studi sugli Editti longobardi e sul Capitulare Italicum. Successivamente, tutto questo complesso normativo viene sistemato nella Lex Longobarda, ad imitazione del Codice giustinianeo. 

Ma l'apporto più ricco allo studio del diritto romano-giustinianeo, lo dette la Glossa bolognese, fiorita tra l'XI e il XII sec. d.C., la prima scuola di diritto romano in Italia e in Europa. Si ritiene che i Glossatori bolognesi siano stati i migliori esegeti del Corpus Juris, in quanto si relazionavano con il testo giuridico immediatamente, cioè come se il tempo non fosse passato, attualizzandolo e non storicizzandolo, alla stessa maniera dei Commentatori, la successiva Scuola di diritto. Per una valutazione storica del diritto romano, con la sua restituzione ai tempi in cui era fiorito, bisognerà aspettare la Scuola dei Culti, che, nata in Italia con il comasco Andrea Alciato, si sviluppò prevalentemente Oltralpe, con i giuristi francesi, in parallelo alla nascita degli Stati nazionali. Si parla al riguardo di Umanesimo giuridico e della contrapposizione tra mos gallicus e mos italicus, dove il primo sta ad indicare una metodologia dell'insegnamento del diritto romano fondata sull'analisi storica e filologica, mentre il secondo un approccio più obbiettivo ed attualizzante dei testi romani. I Glossatori, oltre che giuristi professionisti, furono i primi romanisti. 

Ma questi sono tutti argomenti che affronteremo in seguito. Per ora ci basti aver chiarito ciò che noi intendiamo per cultura romano-italiana, che è innanzitutto coscienza nazionale. Non ci interessano le rievocazioni un po' patetiche del culto romano, ma la continuità culturale tra Roma e l'Italia, il considerare gli aspetti più vivi ed interessanti di questa permanenza storica. Nonostante tutto ciò che si possa dire in contrario, l'invenzione del diritto è stata fatta in Italia, anche se poi si è propagata in altre contrade. E questa invenzione è stata la pietra miliare del processo di civilizzazione di tutta Europa. 

E' mia convinzione che la portata scientifica del diritto romano debba essere ancora compresa appieno: i concetti di ius e fas sono i caposaldi di una concezione che travalica le epoche per porsi come fondamento di tutta la cultura e lo scibile umano. Il diritto romano, a mio avviso, non è legato ad una determinata realtà storica, al millennio circa che va dalla fondazione di Roma alla morte di Giustiniano (753 a.C.- 565 d.C.), ma, come concetto, ha una valenza universale ed imperitura di là dalle trasformazioni inevitabili che la storia in divenire ha apportato alla sua materia più caduca, quella delle concezioni politico-sociali che stavano alla base  della società romana.

  

Tradizione romano-italiana e tradizione ebraico-cristiana: le dottrine.

 

Ci rivolgeremo ora ad una essenziale esposizione della dottrina delle due tradizioni, cercando di porne in luce gli aspetti salienti. La storia degli ebrei è a tutti nota e la Bibbia ne è la testimonianza. Questo testo può avere almeno due chiavi di lettura: al primo livello l'interpretazione è sicuramente ideologico-politica, poiché vi si narrano le peripezie del popolo ebraico di volta in volta soggetto al giogo babilonese, egiziano ecc., ma destinato ad un luminoso futuro alla fine dei tempi, in virtù del suo essere "giusto". La Bibbia, nonostante lo spesso stucchevole moralismo, è un libro affascinante per la sua antichità e per il suo contenere episodi icastici ed indimenticabili, come la "cacciata dall'Eden", l'"arca di Noè", "Sodoma e Gomorra", la "Torre di Babele" e molti altri. Giusta il suo risalire a tempi remotissimi, la Bibbia può avere, e naturalmente ha avuto, un secondo tipo di interpretazione, di natura mistica ed esoterica, chiamata Cabala, che ha il fine di comprendere la realtà divina e l'universo. Essa offre abbondante materiale di speculazione mitica e mistica. Come specifica Emanuele Magnanti (2020) "la Kabbalah non è una setta, non è un culto e, assolutamente, non è una religione anche se vedremo che ha un forte legame con la religione ebraica...La Kabbalah è una antichissima dottrina sacra e una rigorosa scienza dello spirito, che ha come obiettivo la trasformazione e l'espansione della consapevolezza dell'Essere Umano come avviene in tutte le dottrine spirituali di evoluzione interiore. Questa trasformazione della consapevolezza viene ricercata sui tre livelli con cui l'Essere Umano interagisce con la realtà: quello dell'azione (fisico), quello dell'emozione e quello dell'intelletto". I cabalisti distinguono due aspetti di Dio: Dio in essenza, assolutamente trascendente, e Dio nella manifestazione, che è la sua "natura" immanente. I cabalisti ritengono che questi due aspetti della divinità non siano in conflitto tra di loro, ma che si completino a vicenda. La dottrina cabalistica dà all'uomo un ruolo centrale nella creazione perché la sua anima e il suo corpo corrispondono alle supreme manifestazioni divine. A proposito si è parlato di antropocentrismo. 

Il "Nuovo Testamento" , ossia la buona novella predicata da Gesù, si è aggiunto alla Bibbia costituendo con questa un corpus unitario, almeno per chi crede nel messaggio cristiano. Il Cristianesimo ha dato vita a sette diverse, come, nell'antichità, i donatisti e i marcioniti, ma anche nel mondo moderno esistono numerose sette cristiane in competizione tra di loro. Del resto, non considerando gli Ortodossi,  basta guardare alla summa divisio tra Cattolicesimo e Protestantesimo, nata nel XVI secolo dall'opera del riformatore Martin Lutero.  L'insegnamento tradizionale della Chiesa è quello che bisogna interpretare letteralmente le parabole contenute negli Atti degli Apostoli. La religione cristiana non ha dato vita ad una teosofia, come è accaduto per l'ebraismo, semmai ad una copiosa filosofia e teologia: basti pensare alla Scolastica che, nel Medioevo, cercò di conciliare la verità rivelata con la ragione umana.  Essa si impernia sul culto dei santi, della Madonna e degli Angeli, mentre imponente è il fenomeno del misticismo, di cui protagonisti  sono stati, ad es., San Francesco d'Assisi e Santa Caterina da Siena, tanto per rimanere in Italia. Fulcro della dottrina cristiana è che l'uomo perfetto, ossia il Cristo, in quanto mondo dai peccati, ha offerto la sua vita in sacrificio per redimere dal male l'intera umanità.

Diverso discorso bisogna fare per la tradizione romano-italiana, che non è una tradizione teosofica né filosofico-teologica. Intanto notiamo che l'aggettivo "romano", a causa della sua universalità, si accoppia assai facilmente con altri aggettivi di nazioni o religiosi: romano-cristiano, romano-germanico, romano-bizantino, romano-ellenico e via esemplificando. La differenza tra la tradizione romana e quella romano-italica prima e romano-italiana oggi, sta in ciò che, mentre Roma ha creato un Impero universale, tanto che l' intera Europa risente direttamente o indirettamente della sua influenza, la tradizione romano-italiana, che ha completato e sostituito la vecchia tradizione romano-italica, si interessa al rapporto e ai nessi di continuità tra Roma antica e l'Italia nel corso dei vari secoli succeduti all'evo antico. Esempio cospicuo di tradizione romano-italiana è l'elaborazione che ebbe il Digesto nel Medioevo ad opera delle due scuole giuridiche dei Glossatori e dei Commentatori, argomento che tratteremo in separate notizie. Esempio di tradizione romano-cristiana è il diritto canonico, che, oltre che da varie fonti ecclesiastiche, prende spunto dal diritto romano giustinianeo, tanto che si è potuto dire che Ecclesia  ex iure romano vivit. A proposito del Digesto, che comprende le raccolte di iura (frammenti giurisprudenziali) e di leges imperiali, confesso di preferirlo, come testo sapienziale, alla Bibbia, in quanto "fotografia" dei rapporti sociali svoltisi durante un millennio circa, affresco fondamentale per la conoscenza approfondita di una società nel suo divenire fino alla dissoluzione finale. 

Tutto il sapere esoterico e mistico di Roma si concentra in un solo termine: fas, che esprime un concetto complessissimo ma comprensibile a chi lo studi con scrupolo critico e filologico. Esso ricomprende l'idea di legge divina (espressa probabilmente da una associazione di dei); l'idea di "ciò che è posto"; l'dea di parola divina, che è anche parola splendente, ed ,infine, l'idea del fondamento del ius o legge umana. Come dicevano i Romani: fas ad religionem, iura ad homines pertinent. Ma anche il ius è un concetto complesso: il suo significato è quello di yoga, ovvero di unione con la legge divina. Sia nell'uno che nell'altro caso, viene espresso un rapporto di forze che genera un equilibrio; la differenza è che il fas è una realtà meta-storica mentre il ius è calato nella storia e ne subisce le dinamiche. In Occidente l'Impero cadde perché venne meno l'equilibrio fra le classi, e quindi l'armonia dei rapporti sociali, spostandosi tutto il potere economico, e quindi politico, nelle mani di pochi, i cosiddetti potentiores.  Come si vede si tratta di una visione del mondo severa, civica, "cittadina". Almeno nei tempi più risalenti, i Romani, nonostante la loro praticità, vivevano in una realtà totalmente ideale e concettuale, dominata dal ius e dal fas. Non così nei tempi recenziori della tarda Repubblica e dell'Impero, quando lo storico Tacito esclama esterrefatto : non mos, non ius !

Tradizione romano-italiana e tradizione ebraico-cristiana. Introduzione.

 

In questa introduzione all'argomento, ci limiteremo a delineare i tratti fondamentali delle due tradizioni, rimandando ad un secondo momento la trattazione della loro natura e degli sviluppi che esse hanno avuto nel corso del tempo. Innanzitutto, l'ebraismo ha origine antichissima (risale ad almeno a 3.000 anni a.C.) e solo in un secondo momento si è aggiunto ad esso il cristianesimo, tanto da ingenerare il dubbio che si possa parlare unitariamente di una sola tradizione, o non piuttosto di due distinte. Si è detto che è stato merito di Paolo, Apostolo delle genti, se il cristianesimo ha potuto assurgere a dottrina filosofico-religiosa autonoma e che senza di lui, esso sarebbe rimasto alla stregua di una eresia ebraica. Se parliamo di tradizione ebraico-cristiana, a prescindere da qualsivoglia altra considerazione, è perché essa si è presentata come un blocco unitario innanzi alla prisca disciplina romano-italica, scontrandosi in un primo tempo con essa, fino a soppiantarla nella stessa Italia. Vedremo che tale disciplina, nonostante tutto, è riuscita a sopravvivere nella tradizione romano-italiana, perché molti sono stati gli autori che, durante i secoli, ne hanno mantenuto vivo il ricordo. Certo, nessuno a livello ufficiale, farebbe professione di fede in Giove, od officerebbe riti sacri "pagani", ( ciò avviene nella sfera privata di coloro che vogliono mantenere il ricordo della religio romana ), ma noi siamo convinti che la cultura romana, nei suoi aspetti meno perituri, abbia un valore altissimo anche oggi, costituendo una specie di continuum spazio-temporale, che, legando il passato al presente, è la chiave di comprensione anche del futuro. Per questo è lecito parlare di una tradizione romano-italiana, che, nelle opere del pensiero, attualizzi il vetusto retaggio del passato ormai, in parte ma non in tutto, superato.

C'è una differenza tra credo ebraico e credo cristiano: la Bibbia contiene la fede nazionalistica degli Israeliti, la speranza che, alla fine dei tempi, il "sistema di cose" creato dalle Nazioni sia destinato a crollare, decretando la vittoria del popolo ebraico, cioè del popolo "eletto", prescelto da Geova Dio. Peraltro, il racconto di una terra trasfigurata dall'avvento del Regno di Dio, così come è presentato nel Vecchio Testamento, ha avuto anche chiavi di lettura non esoteriche, se è vero che il rabbino Maimonide poteva dire che questo Regno non comporterà una frattura radicale con il vecchio mondo infestato dal peccato, ma sarà semplicemente caratterizzato da una situazione in cui le genti vivranno in pace, guidate da un sapiente ebreo ispirato da Dio,  e continueranno ad esistere i ricchi e i poveri. 

Come mai la Bibbia, testo scritto dagli ebrei per gli ebrei, è diventata la base della religione di molti popoli del mondo ? La spiegazione che si dà solitamente a questo fenomeno è che, tramite la parola di Cristo, questa religione, prima riservata al solo popolo ebreo, si è universalizzata, poiché Cristo l'ha voluta estendere a tutti gli uomini, senza distinzione di censo o di razza. A mio avviso la verità è che il messaggio del Figlio di Dio si rivolge soprattutto ai diseredati e ai "poveri di spirito", mostrando una connotazione più ideologica che religiosa. Si capisce pertanto la reazione di netto rifiuto delle autorità religiose ebraiche che, appoggiandosi al potere romano, decretarono la fine dell'Unto del Signore. 

Il Cristianesimo, alla prova dei fatti, non fa che estremizzare la tendenza alla concezione "elettiva" già insita nell'ebraismo. I "prescelti" non saranno più gli ebrei, ma i christifideles, cioè coloro che vivono ed operano secondo la parola di Gesù Cristo, e che sono inseriti in una gerarchia che, dal semplice "laicismo cristiano", giunge fino alle più alte sfere ecclesiastiche, con a capo il Papa. Abbiamo dunque esplicitato quella che a noi sembra la caratteristica più significativa della tradizione ebraico-cristiana, che riposa sopra il concetto di "elezione", di "chiamata" da Dio. Ma quale è la caratteristica della tradizione romana ? (la tradizione romano-italica e poi romano-italiana sono, in parte, diverse da quella puramente romana). La filosofa Hannah Arendt, scorge nell'idea imperiale il quid proprium della Romanità, la quale avrebbe così tramandato ai secoli futuri il concetto di dinamismo espansionistico che tanti guai ha procurato all'umanità. Invero, non è facile dimostrare che Carlo Magno, gli Imperatori del Sacro Romano Impero, Bisanzio, che peraltro era l'erede diretta dell'Impero romano, Napoleone e Mussolini non abbiano tratto ispirazione dall'imperialismo romano. Lo dicevano gli stessi romani. Il poeta Ovidio affermava che, mentre agli altri popoli bastava il proprio territorio, per Roma esso si identificava con l'intero Orbe. Nel I sec. d.C., lo storico Velleio Patercolo pregava Giove di "proteggere, difendere e propagare un così vasto Impero". L'Imperatore Tito Flavio Vespasiano non si peritava di dire che "I Romani sono l'unico popolo che fa le guerre per espandere i propri confini". E per finire, con una buona dose di ipocrisia, Diocleziano definiva "mansueta" la gente romana, se confrontata ai Persiani. Può darsi che questa vocazione imperialistica sia maturata via via che conquiste e  vittorie  rendevano evidente l'irresistibilità della potenza romana. I Romani avevano ben chiara l'idea della loro superiorità, come risulta evidente dalla formula, rivolta ai popoli soggetti, majestatem populi Romani comiter servanto.  Secondo lo storico delle religioni Dario Sabbatucci, tuttavia, già la Triade proto-repubblicana Giove-Giunone-Minerva, dove Giove è il Cielo e Giunone la Terra, indicava una ideologia secondo la quale Roma è il mondo intero. 

Scopo del prossimo post, sarà, dopo aver tratteggiato in questa sede la caratteristica più evidente delle due tradizioni, quello di svolgere un discorso puramente culturale su di esse, mettendole a confronto per trarre la sostanza puramente sapienziale delle medesime. Ci accorgeremo allora, come già anticipato, che la cultura romano-italica (e poi romano-italiana), pur traendo linfa vitale da Roma, presenta tratti di indiscutibile originalità.   

  

 

Umanesimo latino ed Umanesimo italiano.

 

A nostro parere, espressione compiuta dell'umanesimo fu quella latina. Naturalmente anche i Greci ebbero una cultura umanistica, basti pensare al famoso detto del sofista Protagora: "l'uomo è misura di tutte le cose". Ma i Greci coltivarono anche le scienze esatte, la cosmologia e la teologia ( Platone, Plotino), allontanandosi così l'ideale di un umanesimo "puro", fondato cioè sui valori  della persona umana. Col diritto romano la visione umanistica tocca il suo apice, in quanto tutta la cultura romana vi ruota intorno. Sulle vicende del diritto romano in epoca moderna in Italia, e, in parte, in Europa, diremo in seguito.

Il pensiero latino è sincretico ed ecclettico; sua caratteristica principale è la produzione di enciclopedie e manuali specialistici. Pensiamo all'erudizione di un Varrone Reatino, autore di ben 620 libri dedicati all'agricoltura, alla linguistica, alla filosofia, alle cose umane e divine. O pensiamo anche ad Aulo Cornelio Celso, che scrisse nella prima età imperiale l'enciclopedia De artibus, sulla medicina, il diritto, l'arte militare, la filosofia, la storia ed ancora su altri argomenti, opera quasi del tutto perduta, tranne gli 8 libri del De medicina. E come non pensare alla monumentale Historia naturalis di Plinio il Vecchio, enciclopedia di tutto lo scibile ma incentrata massimamente sull'antropologia ? Altri scrittori degni di nota per l'influenza esercitata sulla cultura non solo italiana ma europea, furono Marco Manilio e Vitruvio Pollione. Il primo scrisse un trattato di astrologia/astronomia, gli Astronomica, di inclinazione stoica, basato sull'idea di un ordine deterministico nel cosmo. Il poema ha come modello strutturale il De rerum natura di Tito Lucrezio Caro, ma il mondo concettuale di Manilio era profondamente diverso: Lucrezio riteneva che stelle e pianeti si muovessero in modo casuale. Di Vitruvio Pollione è invece l'unico trattato di architettura giuntoci dall'antichità. A somiglianza di Celso, che non pare fosse un medico di professione, anche Vitruvio probabilmente non fu un architetto professionista, ma un semplice erudito. Il suo De architectura  ebbe comunque una fama immensa ed influenzò generazioni di architetti italiani ed europei, come Leon Battista Alberti e Andrea Palladio. Astrologo, filologo e filosofo fu Publio Nigidio Figulo, esponente di spicco, insieme a Terenzio Varrone, del c.d. alessandrinismo ecclettico. Fu autore di libri De diis, oltre che di opere a carattere naturalistico.

Ma più di tutti influenzarono il pensiero dell'Umanesimo italiano Virgilio, Cicerone e Seneca, e, in particolare, gli ultimi due, uomini di Stato e pensatori in materia morale e civile. Non occorrono molte parole per presentare queste personalità, tanto sono note. Di Marco Tullio Cicerone diremo solo che fu impegnatissimo nella vita politica di fine Repubblica, ricoprendo la carica di console. Capofila del "partito" oligarchico, scrisse il De legibus e il De re publica, vasti affreschi del diritto pubblico romano, ed inoltre opere di retorica e il De officiis, trattato sui doveri morali. Fu molto apprezzato per il suo Epistolario, indirizzato a Tito Pomponio Attico, scrittore e grecista, in cui emergono in viva luce i suoi sentimenti e i moti dell'animo. Un secolo dopo, giganteggia la figura di Lucio Anneo Seneca, filosofo, poeta e tragediografo, uno dei più importanti autori latini. A fianco di Nerone, nel reggere le sorti dell'Impero, riuscì a guidare l'Imperatore felicemente per il famoso quinquennium, fino a che le cose degenerarono ed egli fu costretto a togliersi la vita. Scrittore dai molti interessi, spaziò dalla sfera politico-morale ( De clementia, De beneficiis, Lettere a Lucilio De iusto matrimonio, opera perduta, ecc.) a quella naturalistica (Quaestiones naturales e il perduto De forma mundi), rivelando altresì il suo animo nei componimenti poetici scritti in Corsica, durante l'esilio patito sotto Claudio. 

Con ciò si vuole dire che il pensiero romano è imperniato più sull'uomo che su problemi astratti e può essere definito di tipo "teorico-pratico". Il pensiero romano è attratto più da un sapere concreto, come la morale, la vita civile, la storiografia, l'agricoltura ed il compendio divulgativo di tutte le scienze. Sarà la "scienza" romana a dominare nel Medioevo, in attesa che si riscoprissero gli scritti dei matematici greci.

Ciò premesso, quali sono le caratteristiche del pensiero umanistico italiano ?  Se volessimo, in una formula, riepilogarle, diremo che esso è una forma-pensiero  ricomprendente la filologia, la filosofia morale, la storiografia e la letteratura. Gli umanisti sono spesso anche astrologi, matematici, artisti e medici ma il campo proprio dell'umanesimo si arresta alle discipline che più attengono alla vita attiva, all'impegno civile e morale. Francesco Petrarca fu uno dei fondatori della nuova corrente culturale, insieme a Giovanni Boccaccio, attratto però anche dallo studio dei classici greci. Se noi analizziamo le opere degli umanisti italiani, ci accorgiamo che i temi da essi più affrontati sono quelli riguardanti i problemi civili, etici, filologici e storici, in quanto la storia va di pari passo con la riflessione morale, come insegna lo storico latino Tacito. E' il caso di Poggio Bracciolini che scrisse di argomenti morali in latino: opere sono il De avaritia,  il De infelicitate principum, il Contra hypocritas eccInoltre i suoi studi sono raccolti nel De varietate fortunae, importante testimonianza sulle rovine di Roma. Ma altri scrittori di spicco sono Leonardo Bruni, Flavio Biondo, Coluccio Salutati, Lorenzo Valla e Benedetto Varchi. Il primo fu un politico e scrittore, attivo soprattutto a Firenze dove ricoprì la carica di Cancelliere. E' stato indicato come il primo storico moderno e a lui si deve la tripartizione della storia in età antica, medioevo ed età moderna. Rivestono particolare importanza le sue opere storiche:  il Commentarius rerum suo tempore gestarum e soprattutto gli Historiarum Florentini populi libri XII. Flavio Biondo fu un altro insigne umanista e storico. Il primo lavoro del Biondo fu il De Roma instaurata, un' opera di ricostruzione topografica dell'antica Roma, basata sia sulle fonti letterarie sia su reperti archeologici.  Opera importantissima dal punto di vista storico è invece l'Italia illustrata che propone una lettura dei fatti dalla Repubblica romana e dell'Impero, passando poi a narrare le vicende di quattrocento anni di invasioni barbariche, per poi approdare agli Imperatori del Sacro Romano Impero. Altra opera di pregio sono le Historiae, in 32 libri, una storia d'Europa dal 410 d.C. fino all'epoca dell'autore. Sulla questione della corruzione della lingua latina, egli si oppose alla teoria del Bruni, secondo la quale questa lingua iniziò a trasformarsi per fattori semplicemente interni, sostenendo la tesi contraria, per cui il latino dovette la sua corruzione a motivi esterni, quali l'aggressione dei Longobardi. Attualmente, si ritiene che le due teorie non si escludano a vicenda. Filosofo e umanista fu Lorenzo Valla. A lui si deve il dialogo De voluptate nel quale si espone la tesi della conciliabilità del cristianesimo primitivo con l'edonismo di Epicuro e Lucrezio. Ma il testo per cui il Valla è giustamente famoso è La falsa donazione di Costantino, scritto in latino. In esso l'autore giunse ad accertare che il provvedimento con cui Costantino avrebbe assegnato alla Chiesa cattolica il potere temporale sull'intero Occidente, era un falso dell' VIII-IX sec. a.C. Per ragioni linguistiche, infatti, il latino del IV sec. a.C., era diverso da quello in cui era redatta la Donazione. Lino Coluccio Salutati fu un politico e scrittore fiorentino, Cancelliere della Repubblica di Firenze, e protettore di umanisti quali Poggio Bracciolini e Leonardo Bruni. Figura centrale del movimento umanistico, fu discepolo di Boccaccio. A lui si deve la codificazione "civile" dell'Umanesimo, cioè la necessità di riprendere lo spirito dell'antichità classica nello svolgimento degli affari politici nazionali ed internazionali. Egli ebbe una formazione giuridica, e fu autore di trattati politici e filosofici, tra cui ricordiamo il De Tyranno, il De fato et fortuna, il De nobilitate legum et medicinae, in cui si attribuisce alle leggi un valore superiore alla medicina, intesa come sapere tecnico-scientifico. Infine, una menzione al trattato De seculo et religione, in cui si loda la vita claustrale ma non si disprezza quella del laico. Chiudiamo la nostra  rassegna espositiva, obbligatoriamente breve,  con Benedetto Varchi, che fu un umanista, scrittore e storico fiorentino. Deve la sua fama soprattutto ad un importante trattato di linguistica, l'Hercolano, in cui tratta vari problemi inerenti la natura della lingua latina e del volgare. Ma notevole è anche la Storia fiorentina, in 16 libri, interessante per il suo valore documentario. Varchi è un fautore del tacitismo: non accetta la distinzione machiavelliana tra politica e morale, ma ammette la liceità della tirannide quando essa giovi alla collettività. In questa sede non possiamo non parlare di Niccolò Machiavelli, segretario della seconda Cancelleria della Repubblica di Firenze. Uomo di Stato, e quindi giurista, il Machiavelli ebbe un'ampia formazione umanistica, e fu impegnato non solo negli affari pubblici e relativa speculazione politica e politologica, ma anche negli otia letterari, essendo stato l' autore raffinato di varie opere, tra cui ricordiamo le commedie Clizia e Mandragola. Scrisse anche di storia. Il suo pensiero deriva direttamente dall'antropocentrismo umanistico del Quattrocento.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare: abbiamo accennato solo ad  alcuni degli autori umanisti più importanti. Dall'analisi svolta ci pare di capire che l'ambito del pensiero propriamente umanistico si limita alla riflessione sulla condizione umana: morale, politica, storiografia e, in generale, ai problemi della vita civile. Il che ci riallaccia singolarmente a quel ramo della filosofia italiana da noi  chiamato "civile", che abbiamo individuato a partire da Marsilio da Padova; ramo che si svolge parallelamente a quello della filosofia "naturale", il cui oggetto di studio sono l'astrologia, l'astronomia, la botanica, la logica, la matematica e la medicina. Ma questa non è la regola generale: umanisti, cioè cacciatori di manoscritti antichi da analizzare con acribia filologica per restituirli al contesto storico-sociale da cui provenivano, e trarne lezione sulla concezione che i classici, latini e greci, avevano della vita umana, superando dunque l'interpretazione allegorica  che ne aveva dato il Medioevo, furono anche poeti e letterati: basti pensare a Francesco Petrarca e a Giovanni Boccaccio, e , più oltre,  ad Angelo PolizianoJacopo Sannazaro. Non solo. Noi vediamo inoltre che alcuni umanisti furono contemporaneamente  artisti e pensatori ecclettici, come nel caso di Leon Battista Alberti, famoso architetto e matematico, autore di scritti teorici sull'arte della scultura e dell'architettura, oltre che di romanzi come il Momus; Marsilio Ficino, il dotto neoplatonico della Firenze medicea, rinomato astrologo; e Girolamo Fracastoro, astronomo e medico, oltre che umanista in senso stretto: egli considerava la poesia e la filosofia come le occupazioni più degne dell'uomo. 

Quale lezione trarre da tutto questo ? Siamo in presenza di diverse generazioni di umanisti o di geni universali che furono anche umanisti ? Credo che il pensiero umanistico più genuino sia quello che si sia manifestato nella riscoperta degli otia e dei negotia propri degli antichi Romani: otia filosofici e letterari e negotia politico-giuridici, alla maniera di Cicerone e di Seneca. In questo senso, umanesimo latino ed umanesimo italiano coincidono sorprendentemente. Oltre, con lo sviluppo delle scienze e delle belle arti, siamo oramai in campo rinascimentale. 

Una vittoria per l'Italia.

 

Passati i fasti dell'antichità classica, quando l'Italia, per forza economica, politica e militare, era il centro dell'Orbe romano, con l'alto Medioevo essa si ridusse progressivamente in un Paese dilaniato da invasioni, guerre intestine e devastazioni. In concomitanza con la discesa dei Longobardi, nel VII sec. d. C., la tradizione romana delle Scuole di retorica, già esausta, finì con lo spegnersi del tutto. I tentativi dell'Impero d'Oriente, con a capo Giustiniano I, di annettersi l'Italia, cessarono proprio con la venuta di quel popolo germanico. Precedentemente, gli eserciti bizantini, comandati da Belisario, riuscirono a vincere i Goti, dopo una guerra disastrosa per l'Italia, narrata dallo storico Procopio nella Guerra gotica. L' ultima creazione del diritto pubblico romano fu il Regno Ostrogoto. Con l'alto Medioevo, iniziò così per l'Italia un periodo plurisecolare di miseria e torpore politico, di divisioni interne e smarrimento di ogni valore civile, solo in parte compensato dallo splendido fiorire della cultura artistica, giuridica, letteraria filosofica e medica, protrattosi fino al Rinascimento ed oltre. 

La plurimillenaria storia d'Italia mostra un Paese travagliato, sofferente, spesso in contraddizione con se stesso, come avviene anche oggi. Eppure questo Paese, così spesso denigrato e ingiustamente sottovalutato, ha dato la culla ad un modello teologico-umanistico straordinariamente originale e ricco di significato, tale da restituirgli l' inconfondibile identità smarrita da gran tempo. Il modello di cui parliamo, senza rinnegare affatto l'elemento teologico, dà più valore all'uomo, con una precisione e sapienza mai eguagliata. L'uomo si trova al centro dell'Universo grazie al diritto o ius, che, rimanendo legato al fas (o Legge divina), esprime la consapevolezza e la dimensione civile dell'esistenza. Precisamente questa è la caratteristica della tradizione romano-italiana. Dio non viene annichilito, ma subisce un deciso ridimensionamento, lasciando agli uomini un ampio spazio per l'esplicazione delle loro attitudini nel mondo della storia da essi forgiato. 

Con ciò non si vuole certo proclamare la superiorità assoluta di questo modello. Anche gli altri popoli hanno conosciuto l'esperienza giuridica ed usufruito di leggi e costumi. Pensiamo alla tradizione ebraico-cristiana, all'islamismo o all'induismo. Ma la prospettiva di queste tradizioni è diversa da quella romano-italiana, per la quale Dio è solo il garante dello svolgersi del diritto, nel quadro di una visione realistico-idealistica che porta l'uomo ad approfondire il senso e l'esperienza del suo esistere. I grandi monoteismi pongono Dio al centro di tutto: pensiamo ai Vangeli, alla Bibbia al Corano e ai Veda, libri sacri fondati sul teocentrismo. 

Riconoscendo apertamente che il diritto è equilibrio sociale mentre la Legge divina è equilibrio cosmico, e che l'uno è connesso all'altro, la tradizione romano-italiana si è significativamente sganciata dalla sudditanza verso il divino. Intendiamoci: Sallustio diceva dei Romani primitivi che essi erano religiosissimi mortales, gli uomini più religiosi di tutti. Lo stesso ius publicum è impregnato di religione e di senso del divino e, in antico, grande rilevanza avevano il ius sacrum ed il ius divinum, branche del diritto attinenti alla dimensione religiosa.

Inoltre, il ius privatum, la parte più consistente del ius humanum, sebbene anch'esso pervaso da elementi di sacralità, (sacra privata), ha ricevuto dai giuristi romani una trattazione più organica, senza per questo voler retrocedere il ius publicum al rango di un diritto "inferiore", come è stato inopportunamente fatto.  Ma della coppia opposizionale-complementare ius/fas, i Romani hanno sviluppato prevalentemente il diritto, ovvero il lato antropocentrico. Il fas sta semplicemente ed i Romani non si sono mai seriamente posti il problema dell'origine del Mondo, a differenza dei Greci, creatori di una raffinata cosmogonia. La religione romana è stata definita convincentemente come una ortoprassia, ovvero un agire corretto rivolto, mediante il rito, al mantenimento dell'ordine delle cose.

D'altronde, pensare che Dio è Legge, non è una scoperta solo romana. I Romani si distinguono invece per un ribaltamento di prospettiva: è importante Dio, ma è ancora più importante l'uomo, almeno nella realtà fattuale, chi sia, cosa faccia. Ed anche ritenere che Dio sia "solo" equilibrio cosmico, toglie alla Divinità gran parte di quell'alone misterioso e di ineffabilità a cui altre culture non vogliono (o non possono) rinunciare. E la natura ? Nell'ambito della civilitas romana, la natura è una istituzione, che i giuristi creano e plasmano a seconda delle esigenze sociali. E' fatto si cenno ad un primordiale stato di natura, ma nello svolgersi della civiltà questo stato viene superato, lasciando il posto ad istituti che lo rappresentano.

A Roma, centro dell'Italia e del mondo, è emersa una visione alternativa, ma non per questo assolutamente vera, del rapporto uomo/dio, alternativa rispetto alle grandi visioni teocentriche, che vedono nell'uomo solo un sottoposto ai voleri di Dio e del destino. Così l'Italia si riappropria della sua identità millenaria che era andata persa, e, se è veritiero quello che siamo venuti argomentando finora, giusta l'originalità del suo modello di sapienza civile-religiosa, la possiamo definire Victrix, ovvero la Vittoriosa.

E' un modello, giova ribadirlo, in cui la dimensione metafisica si sposa armonicamente con l'immanenza, in cui il trascendente viene per così dire metabolizzato nel qui ed ora, e dove la conoscenza esaurisce presumibilmente il suo percorso. E' lo stesso rapporto che in linguistica intercede tra significante e significato, dove il secondo è il sostrato metafisico del primo, senza peraltro che sia possibile disgiungerli.

 La filosofia  italiana, specie nel suo ramo 'civile', riprende questi temi, mostrandosi aliena da eccessive sistematiche e teorizzazioni, tanto in voga nel pensiero di altri popoli europei. Essa rimane di solito ancorata al dato reale ed immanente, come vedremo in una futura notizia, dedicata alla filosofia naturale. 

Roma contro Roma ?

 

Si deve ai Romani la creazione del primo diritto altamente formalizzato della storia dell'umanità. Il ius civile (o ius civitatis), comprendeva tutto il diritto pubblico e privato. Il processo di creazione di questo diritto, presidio della libertà dei cives, iniziò fin da tempi remotissimi con l'interpretatio pontificale e proseguì con l'elaborazione di un ceto di giuristi "laici", la cui attività è situata temporalmente tra la media Repubblica e l'Impero "classico", ossia in un arco temporale di circa 400 anni. La professione di giurista era aristocratica, venendo svolta da un gruppo sociale di honoratiores, ovvero di maggiorenti o notabili. L'attività della giurisprudenza "laica" si interrompe bruscamente intorno ai primi decenni del III sec. d.C.: non a caso proprio in quel torno di tempo, scompaiono le gentes, cioè i ceti nobiliari che, con il loro sinecismo, avevano dato origine a Roma. Dopo di che sono individuabili alcune figure mediocri di giuristi, come Ermogeniano e Arcadio Carisio, che vanno collocati nell'ambito del revival classicista di Diocleziano, tra la fine del III e gli inizi del IV sec. d.C. Ma i tempi erano cambiati. L'Impero aveva preso le sembianze di una monarchia orientale, e i cives, di repubblicana memoria, erano scomparsi, sostituiti dai subditi, ovvero dai sottoposti al potere imperiale. Si nota di fatto una involuzione "anti-democratica", per la quale il potere non proviene più dal popolo, ma è appannaggio esclusivo del monarca sostenuto dall'esercito. In questo clima già di per sé avverso alla libertà individuale e collettiva, si sviluppa un nuovo potere, quello della Chiesa cattolica, che finirà per soppiantare del tutto, almeno in Occidente, l'Istituzione imperiale ormai logora. 

In origine, il Cristianesimo era una setta segreta, malvista dall'opinione pubblica e perseguitata da alcuni Imperatori, come Nerone, e, più tardi, Decio, Valeriano e Diocleziano, il quale si fece promotore dell'ultima ma più virulenta persecuzione. In seguito, Costantino proclamò con l'editto di Milano (313 d.C.) il cristianesimo religio licita , scendendo a patti con una realtà sociale e ideologica che, per le sue proporzioni, non poteva più essere ignorata. Ci sarà nell'avanzato IV secolo la reazione di Giuliano l' Apostata, difensore della tradizione romana, che non ebbe l'esito sperato. Con il crollo finale dell' Impero, nel V sec. d.C., la Chiesa rimase per secoli l'unica dominatrice dello scenario istituzionale in Italia e nell'Occidente in genere. La nuova Istituzione si configurò come una teocrazia burocratica, intollerante dei più elementari diritti umani, come la libertà di pensiero. Ciò non può destare meraviglia, se consideriamo l'atteggiamento francamente manicheo manifestato da Sant'Agostino nella sua opera più nota, La città di Dio (De civitate Dei). 

Il mondo romano crollò in un marasma di eresie cristiane (donatismo, marcionismo, arianesimo ecc.), mentre la Chiesa romana puntellava i dogmi già enunciati nel Concilio di Nicea (325 d.C.). Ed ecco che veniamo a spiegare il titolo di questa notizia. Perché Roma contro Roma ? Perché la tradizione romana "pagana" si fondava sul diritto ed era tollerata in genere ( già di meno sotto alcuni Imperatori), la libertà di coscienza e di espressione, mentre la Roma cristiana ripudiava il principio sui cuique civitati religio, ovvero a ciascun Stato la sua religione. Il processo storico sopra tratteggiato ebbe dunque un esito negativo, e l'Alma Mater del diritto si trasformò nella tomba del medesimo. 

D'altronde la storia della Roma cristiana non fa che confermare questo assunto. Il "mondo nuovo", il "mondo migliore", promesso dai fautori del cristianesimo, non si è visto da nessuna parte, e la Chiesa dura ormai da duemila anni. Semmai nel Medioevo ed oltre si è assistito ad una recrudescenza dell' intolleranza cattolica, con l'Inquisizione, fenomeno capillare e ramificato, che mieté decine di migliaia di vittime. Bastava essere solo un mendicante per incorrere nel reato di eresia. Lasciando da parte gli esempi più eroici di resistenza al dogmatismo cattolico, in quanto fin troppo noti,( basti pensare a Giordano Bruno e a Giulio Cesare Vanini) ricordiamo brevemente la vicenda di Lorenzo il Magnifico e dello storico Paolo Sarpi. Il primo, Signore di Firenze, fu oggetto di una congiura tessuta in primo luogo da Papa Sisto IV, che mirava ad annettere allo Stato pontificio tutta l'Italia centrale. Lorenzo si salvò per miracolo mentre il fratello Giuliano cadde vittima del pugnale dei congiurati. Paolo Sarpi fu invece un noto storico e teologo della Repubblica di Venezia, della quale difese le prerogative di libertà religiosa contro la Curia romana. Per questo fu oggetto di una attentato al quale, pur ferito, scampò miracolosamente. 

La politica del divide et impera, adottata dalla Curia papale, danneggiò grandemente l'Italia, in quanto mirava ad evitarne l'unificazione. Lo Stato pontificio fu probabilmente il più corrotto della storia umana. Già nel 496 d.C., Papa Gelasio aveva enunciato la dottrina delle due spade, in virtù della quale al Papato spettava sia il potere spirituale sia il potere temporale. Si tratta di una dottrina lontana non poco dalla mentalità pragmatica ed empirista degli antichi Romani. Pur essendo il portato della degenerazione del potere romano, ma con massicci influssi allogeni rispetto alla tradizione genuinamente italica, la Roma cristiana perseguì sempre lo scopo di tenere divisa l'Italia, al fine di propagare e tutelare i propri interessi secolari. Se a Roma antica si deve l'unificazione dell'Italia, alla Roma cristiana va attribuita la politica contraria. 

Non è il caso di essere troppo teneri verso gli antichi Romani. La loro storia è costellata di nefandezze. Basti pensare alla corruzione che devastava le province sottomesse, a cui Giulio Cesare si propose, con qualche risultato, di porre un freno. Ma quello che stupisce è la spietatezza della lotta per il potere, una costante della storia di Roma fin dal tempo dei Re, che raggiunse il suo culmine nella guerra civile fra Cesare e Pompeo e i successivi pretendenti al potere, per poi sfociare nel caos nel III e V sec. d.C. Inoltre, la società romana si fondava sulla schiavitù, spesso crudele e senza speranza per chi vi era avvinto. 

Ma Roma non è solo violenza e corruzione. I giuristi romani e l'intera cultura romana contengono i semi di un sapere universale che non si è mai spento e che ha molto da dire anche all'attualità e alle epoche future. 

Roma e l'Italia.

 

Come sappiamo, Roma creò in Italia un vasto sistema di alleanze che le consentiva di controllare la Penisola evitando l'annessione diretta dei territori appartenenti agli alleati. Con la denominazione di Italia si intendeva, in origine, solo la punta estrema della Penisola, ma, in progresso di tempo, con le vittorie della Repubblica, questa denominazione giunse ad indicare anche i territori posti al di là del Po e tutto l'arco alpino. Sicilia e Sardegna, in quanto prime Province, non erano considerate parte dell'Italia e  questa situazione durò fino a Diocleziano, quando esse furono ricomprese amministrativamente nella Diocesi Italiciana. Ma quali sono i rapporti che legano Roma all'Italia ? Si sa che l'Impero romano si spinse ben oltre i confini dell'Italia, e questo fatto ebbe alla lunga ripercussioni sul ruolo che Roma era destinata a svolgere in Italia e nell'intera parte occidentale dell'Impero. Col basso Impero (Dominato), la Capitale fu spostata prima a Milano e poi a Ravenna, dove la Cancelleria imperiale finì di legiferare nel 467 d.C. Questo policentrismo nocque non poco all'identificazione di Roma nell'Italia. 

In origine, il territorio italico costituiva per la civiltà romana la terra patria, cioè il suolo natio, ed era considerato, giuridicamente e politicamente, territorio metropolitano, in quanto prolungamento dell'ager romanus, status che esso mantenne fino all'età classica dell'Impero (27 a.C. - 235 d.C.). In quanto detentrice di tale status, l' Italia era denominata Rectrix Mundi (Dominatrice del Mondo) ed Omnium Terrarum Parens ( Genitrice di Tutte le Terre).

La eco di questo ruolo prestigioso nell'ambito dell'Impero, risuona ancora in epoca medioevale, quando i Glossatori ( cioè gli studiosi civilisti del Corpus Juris,) la appellavano Domina provinciarum (Signora di province), definizione ripresa amaramente da Dante nella sua invettiva contro la servitù dell'Italia. Scrive M. Baistrocchi (1994): " Pur tenendo sempre chiaramente in gran conto le qualità delle popolazioni, dei territori e delle popolazioni altrui, i Romani hanno sempre tenuto ben distinta l'importanza e la preminenza indiscussa, specie sotto il profilo spirituale e religioso, dell'Italia, rispetto a tutte le terre e quindi poi anche nei riguardi delle province dell'Impero: si dovette attendere la riorganizzazione politico-amministrativa di Diocleziano per dover registrare solo allora il progressivo oblio della distinzione tra fines populi romani (come confini della terra Italia) e limites dell'Impero. Da allora verrà progressivamente a stemperarsi sia il concetto sacrale che quello etnico - geografico, culturale e politico d'Italia e, di conseguenza, a prevalere la tendenza universalistica sovrannazionale dell'Impero, che erediteranno poi tanto il cristianesimo medievale di Occidente, quanto gli Imperi 'traslati' di Costantinopoli e degli imperatori franco-germanici...Proprio contro gli effetti perversi di tale duplice universalismo, si erse con grande acume il Machiavelli, sforzandosi di risvegliare gli Italiani dal soporoso torpore secolare e mostrando loro, che proprio tale nobile ecumenismo era stato direttamente o indirettamente all'origine delle disgrazie, dei lutti e delle divisioni dell'Italia: di fronte alle molteplici piccole Italie che erano germogliate dallo sgretolamento dell'unità peninsulare durante il Medioevo, il Machiavelli, infatti, riallacciandosi ai presupposti sacrali e alle connotazioni etnico-geografiche dell'antichità, non mancò di ribadire...che l'esigenza ineludibile e l'obbiettivo prioritario fosse quello di ritesserne l'infranta unità politica". 

Nelle parole di Baistrocchi, è condensato il percorso involutivo dell'Italia, iniziato come territorio metropolitano di Roma, e finito nella disgregazione e servaggio verso entità sovrannazionali come il Sacro Romano Impero e la Chiesa cattolica. Contro l'autore, noi osserviamo però che la causa di queste avversità va ricercata anche nel regionalismo e sub-regionalismo dell'Italia preromana. Certo è che l'invenzione del concetto di Italia, è da attribuire ai Romani, nel processo da essi innescato di unificazione politico-giuridica della Penisola da sud a nord.

Tale processo non si è basato solo su fattori politico-giuridici, ma anche su sistemi di organizzazione del territorio, come la centuriatio o centuriazione, attraverso la quale venivano creati lotti da colonizzare, soprattutto da parte degli ex-legionari. La centuriazione, su cui ci soffermeremo più avanti, segnò profondamente l'ambiente antropico-naturale soprattutto del Nord Italia, e non è raro trovarne ancora tracce nelle aree pianeggianti, come la pianura Padana. 

Nel Sud segnaliamo il vecchio ager Campanus (città di Atella, Acerra, Capua, Nola); a Nord molte sono le località interessate dalla centuriazione: Milano, Torino, Brescia, Cremona, Cesena, Alessandria, Mantova, Bergamo, Padova e Rovigo. Come si può notare, la presenza romana, con le sue forme di influenza giuridica ed agrimensoria, è ben radicata nelle Regioni italiane.

Roma, quindi, ha creato l'Italia, pur espandendo i suoi domini ben oltre i confini della terra Italia. Essa è stata la città-stato che, per prima, ha unificato l'Italia, dandole le sue leggi e la sua lingua. A ciò non riusciranno nel Medioevo e nel Rinascimento altre città-stato, come Venezia, Firenze o Genova, ordinamenti civili pur insigni per istituzioni e cultura. Questo fenomeno è dovuto agli interessi particolaristici di detti ordinamenti: a tal riguardo si parla dell'Italia come del Paese delle cento città. Riuscirà invece a Torino, capitale del Regno sabaudo, rivelatosi nei secoli come il più coriaceo Stato italiano. 

Ma facciamo un passo indietro e chiediamoci: da dove origina l'aggettivo italiano ? Abbiamo visto nelle precedenti notizie che l'Italia preromana era abitata dagli Italici (stanziati lungo la dorsale appenninica); ma si parla anche degli Itali come abitanti dell'Italia in senso generale; poi c'erano gli Italioti , che altri non erano che i coloni greci giunti sulle coste della Magna Grecia a partire dall'ottavo secolo a.C. E' evidente che il termine italiano è una estensione del nome Italia. Nella tarda età imperiale, in concomitanza con la decadenza di Roma e l'accresciuto ruolo politico di Milano, più vicina al limes barbarico, il nome Italia comincia  ad essere attribuito solo all'Italia settentrionale; con tale significato continuerà ad essere usato nel Medioevo ( quando "italiano" e "lombardo" erano sinonimi), per poi ricominciare ad essere riferito progressivamente al resto della Penisola. 

 Supponiamo che italiano sia un termine di conio "moderno", e che non derivi né da italicus, né da italus né tanto meno da italiota. Questi aggettivi, infatti, sebbene indubitabilmente legati all'aggettivo italiano, sono troppo legati al contesto storico antico in cui venivano adoperati. Non ignoriamo che gli Italici, nella loro rivolta contro Roma, battevano monete con la dicitura Italia, ma si tratta di un fatto troppo legato all'antichità. E' probabile invece che, stante la romanizzazione dell'Intera Italia, dal Meridione al Settentrione, con l'ingresso nel mondo romano di popolazioni non italiche, come Celti, Veneti e Liguri, e di nuovi arrivati, ad es. i Longobardi, si sia avvertito il bisogno nel Medioevo di un nuovo termine che fosse idoneo ad indicare il complesso dei popoli (romanizzati) viventi nell'intero Paese: da qui il termine italiano

Sapienza civile romana e filosofia italiana II Parte: gli Autori.

 

Abbiamo detto che l'indirizzo filosofico italiano 'civile' trae ispirazione e sostanza dalla sapienza romana. E' il momento di presentare gli Autori che rappresentano tale indirizzo, esponendone le dottrine. Non è un caso se l'Italia è la culla dell'Umanesimo, ovvero della rinascenza degli studia humanitatis, e della riscoperta dei valori classici greco-romani. Qui ci interessa il probabile collegamento tra la visione civica romana e un ramo della filosofia italiana che abbiamo definito civile, classicheggiante e non di rado anti-curialesco. Parleremo degli Autori che ci sembrano più rappresentativi. 

Iniziamo con il filosofo politico Marsilio da Padova (1275-1343).  Uomo del suo tempo, ma straordinariamente attuale, egli riprende in sostanza l'aurea massima del pensiero romano repubblicano: omnis potestas a populo, a significare che lo Stato, e le comunità minori, ripetono la loro legittimazione non da superiori istanze etico-religiose, ma dalla volontà dei cittadini, liberamente espressa. In età imperiale, venuto quasi meno il ruolo dei comizi popolari, la scienza giuridica parlerà di una lex de imperio per giustificare il passaggio all' Imperatore della sovranità popolare. Marsilio anticipa la moderna concezione democratica dello Stato e addita i pericoli insiti nella visione teocratica del potere.

Con Niccolò Machiavelli (1469-1527), siamo ormai nella piena maturità del Rinascimento. Importante uomo politico fiorentino, scrisse non solo di scienza politica, ma anche di letteratura. Come filosofo politico e politologo, le sue opere maggiori sono Il Principe (De Principatibus) e i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Considerato a ragione il fondatore della scienza politica moderna, il Machiavelli, coerentemente con gli ideali del Rinascimento, rovescia la prospettiva teocentrica (o cristocentrica), che aveva dominato nel Medioevo, per dare tutta l'importanza al principio della "conservazione dello Stato", giustificando, al limite, gli scelera commessi dal Principe per garantire la sopravvivenza della res publica. Scrive E. Garin (1967): " Con ferrea coerenza Machiavelli trae alle ultime conseguenze la valorizzazione del mondano e dell'umano, che aveva caratterizzato la nascita della nuova civiltà rinascimentale. Dentro questo orizzonte terreno si collocano tutti i valori; dai cieli essi scendono in terra, commisurati al metro del "bene comune"; la religione non solo non è più misura suprema e trascendente; è essa stessa subordinata ai bisogni della città terrena". Senza dubbio, il Segretario fiorentino risente della concezione romana, per la quale la religione era materia del diritto pubblico: era cioè una religione di Stato. 

Tra tutti i giuristi, filosofi e  storici italiani campeggia Giambattista Vico (1668-1744). Polemico nei confronti del razionalismo cartesiano, egli afferma che solo il mondo della storia, in quanto creato dall'uomo, è da esso conoscibile. La vera scientificità, in forza del principio del verum ipsum factum, è raggiungibile dall'uomo solo nell' ambito della riflessione storica. Ne deriva l'ammissibilità di una teologia "civile", in luogo di quella "naturale". Strumento essenziale della ricostruzione storica è la filologia, e difatti noi sappiamo che la filologia ebbe una parte essenziale nelle ricerche dei giuristi romani in ambito sia privatistico che pubblicistico. Possiamo considerare il Vico come il fondatore della filosofia della storia, sebbene egli parli solo di "storia narrata filosoficamente". Il romanista Riccardo Orestano (1987), inquadra il pensiero del Vico nell'ambito della c.d. "Scuola storica napoletana del diritto", osservando che il principio verum ipsum factum è "l'dea più alta e più 'vera' che della storicità si possa avere". Osserviamo che questo principio vale non solo per la storia in genere, ma anche per il diritto. 

Esponente della Scuola storica napoletana del diritto fu anche Pietro Giannone (1676-1748), uno dei massimi esponenti del pensiero giurisdizionalista. Nella Istoria civile del Regno di Napoli, opera che ebbe vasta risonanza in tutta Europa, egli si schierò apertamente a favore dell'autonomia dello Stato laico, contro le prevaricazioni dell'autorità ecclesiastica. Nel Triregno egli afferma che la Chiesa si basa sulla negazione della libertà individuale, che invece deve essere posta a fondamento della convivenza civile. In quest'opera viene portata alle estreme conseguenze la tendenza anti-curialesca. 

Francesco Mario Pagano (1748-1799) è stato un giurista, filosofo, politico e drammaturgo. Di rilievo furono i suoi Saggi politici, un'opera a carattere storico, filosofico e politico, in cui egli disegna una filosofia della storia, che può dirsi di filosofia civile.

Gaetano Filangieri (1752-1788) fu uno dei più grandi pensatori dell'illuminismo italiano meridionale, autore della Scienza della legislazione, in otto volumi. L'opera riguarda la filosofia del diritto e la teoria della giurisprudenza e  mette in luce le criticità della società e dell'economia della Napoli borbonica, oppressa dai privilegi dell'aristocrazia e del clero. 

Gian Domenico Romagnosi (1761-1835), giurista, filosofo ed economista, fu uno dei maggiori intellettuali italiani a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Nell'ambito del diritto, spaziò dal diritto penale e processuale a quello costituzionale, amministrativo sullo sfondo delle scienze sociali, della filosofia del diritto e dell'Illuminismo; tutto ciò nel quadro di un giusnaturalismo articolato sulla diversità dei luoghi, che conciliava il principio di libertà con quello di ordine sociale. In Dell'indole e dei fattori di incivilimento, tratteggiò l'evoluzione della civiltà dei popoli come processo comprendente morale, politica, economia e diritto. Fu fautore di una filosofia civile (sintesi di economia, politica e diritto), sostenuta in Giurisprudenza teorica ossia Istituzione di civile filosofia, scienza intermediaria tra la filosofia razionale e la scienza della legislazione. La società è per lui l'unico stato naturale dell'uomo, respingendo così le teorie sullo stato di natura antecedente alla civiltà: anzi, il culmine dell' incivilimento è raggiunto con la proprietà e lo Stato borghese. 

Notevole è la figura di Vincenzo Cuoco (1770-1823). Studioso di giurisprudenza, letteratura e filosofia, la sua fama è affidata a due opere principali: il Platone in Italia e il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799. La prima opera è un romanzo in forma epistolare, in cui il Cuoco esalta la primigenia civiltà italiana, mostrando di recepire l'influenza del Vico, sia sul piano storico, sia sul piano filosofico. Nella seconda opera, uno dei monumenti della saggistica storiografica italiana, che riscosse un grande successo anche all'estero, l'autore si propone non soltanto di narrare la vicenda storica della rivoluzione, ma anche di darne una chiave di lettura critica.

L'influsso del Vico è evidente anche in Benedetto Croce, (1866-1952), uno dei maggiori intellettuali italiani tra XIX e XX secolo, il quale fu storico e filosofo. Potremmo definire la sua filosofia come storicismo assoluto, nella convinzione che lo spirito si realizza pienamente solo nella storia, la quale non è una sequenza casuale di fatti ma è guidata dalla Ragione. 

Tiriamo le conclusioni del discorso. Negli autori di cui abbiamo riportato alquanto sommariamente le opere ed il pensiero, è viva l'idea di una 'filosofia civile', spesso in contrasto con l'arroganza e i privilegi della Curia romana. In essi è presente un forte impegno politico e sociale, e lo studio del diritto è associato a quello storico e, qualche volta, economico. E' un filone filosofico in cui è evidente una appassionata militanza civile, la rivendicazione dei diritti del popolo e un immanentismo antropocentrico che ci rimanda alla concezione del ius, ossia alla sapienza civile romana. Non saremmo in grado di dire se questo legame sia diretto o meno. Quello che importa è la constatazione dell'esistenza, nella filosofia italiana, di un indirizzo che unisce il pensiero giuridico a quello storico e politico. Per parte nostra, siamo convinti che, alla base di questo indirizzo, vi siano le concezioni romane della libertà e della sovranità popolare.

Il realismo nominale romano.

 

Abbiamo visto, nel precedente post, come la colleganza tra ius e fas possa essere ragionevolmente considerata come colleganza tra due termini-concetti, nella quale il primo rappresenta la materia o sostanza mentre il secondo il quid metafisico o sostrato etico cui il diritto positivo deve o dovrebbe ispirarsi. Ripetiamo che il fas vale precetto divino, norma di natura e senso morale e che in ciò è molto vicino al ius naturale

A proposito di nomi o termini, la tradizione romano-italica è incentrata sul c.d. realismo nominale, atteggiamento mentale che rimanda alla più remota antichità. In cosa consiste questo atteggiamento mentale ? Nel ritenere che il significante o "indicatore" sia tutt'uno con la cosa indicata. Dice R. Orestano (1968): " Le fonti romane usano spessissimo...l'espressione nomen Romanum  ed altre analoghe...: e, sia che esse stessero a significare l'unione etnica o il vincolo organizzativo, ci sembra fuor d'ogni dubbio che non esprimono solamente la considerazione unificata degli elementi che designano...Evidentemente qui nomen non significa e non può significare solo "nome", nel senso di termine conoscitivo che serve a designare e connotare ciò a cui si applica. A nostro avviso, deve valere qualcosa di più e di diverso, cioè significare non la "parola" che serve a individuare la cosa di cui si parla, ma la cosa stessa, evocata ed espressa attraverso il nome che le appartiene, il nome che la fa essere quella che è, il nome che la fa "esistere" ed afferma la sua esistenza. Essa stessa "è" il suo nomen, sicché il nomen come "indicatore" e quanto da esso indicato finiscono per apparire un tutt'uno. Ancora una volta siamo in presenza d'un atteggiamento mentale primitivo, mitico e materialistico ad un tempo, nel quale le cose appaiono intrecciate indissolubilmente col loro nome...". 

Ma la prospettiva romana del nomen è più varia e ricca. Confrontando due frammenti del Digesto, uno di Pomponio ed uno di Ulpiano, dove compare l'espressione iuris nomen riferita all'eredità, l'autore conclude che solo nel primo caso questa espressione ha valore "meramente lessicale", ossia denominativo, mentre nel secondo si passa "dal nomen come "significante" a nomen come "significato", cioè a quanto indicato dalla parola stessa. Questa "parola" sarà propria del diritto...ma non indica un mero concetto bensì una situazione complessiva, una situazione in cui attraverso il nomen di hereditas si unificano le universae res hereditariae, come dice Ulpiano in un altro testo". 

Nei testi giuridici, l'espressione nomen iuris è, generalmente, traducibile con "istituto". Riccardo Orestano ha individuato tre usi del termine nomen: il primo di natura materialistica, per cui il nomen è strettamente congiunto con la res da esso indicata, fino ad immedesimarvisi; il secondo in cui il nomen ha natura di "semplice" significante, nell'accezione comune del termine; e, infine, nomen come significato, il quale designa "quanto indicato dalla parola stessa".

Altre concezioni linguistico-giuridiche romane sono quella "totalistica", quella "corporalistica" e, infine, quella astratta. Per concezione totalistica si intende la visuale secondo la quale i componenti di una situazione a base personale venivano "percepiti" nella loro totalità, espressa mediante un sostantivo plurale, come omnes, universi ecc., senza che questa totalità fosse risolta in un tutto unico. La concezione corporalistica, al contrario, sia in riferimento a complessi di cose sia di persone, presentava questi raggruppamenti come una unità, spesso tramite l'uso di nomi collettivi, come avveniva per i corpora ex distantibus. Ma badiamo che il termine corpus ( o corporazione) e anche civitas, nelle fonti romane, vengono adoperati in due modi, a seconda che si volesse dare risalto ora all'unità dei componenti, ora alla loro pluralità. Si tratta di semplici punti di vista differenti, che non sfociano nella contrapposizione tra il "concreto" e l' "astratto". 

Solo nel Medioevo, in ambito canonistico, termini come corpus e soprattutto universitas, assumeranno una valenza astratta, per modo che una situazione a base materiale o personale, inizierà ad essere vista come un qualcosa di superiore e diverso rispetto ai singoli componenti. Da questa concezione comincia il cammino che porterà in età rinascimentale e moderna all'elaborazione del concetto di "Stato". 

Ma ritorniamo, in chiusura, alla problematica del nomen, della parola creatrice. A nostro avviso, di tutto il vocabolario latino, l'esempio principe di parola creatrice, è dato dal termine fas, o parola divina. Esso sta alla base di tutto l' universo materiale, linguistico e concettuale. Con tale termine si esprime l'atto stesso della creazione ed è comprensibile come nelle età più remote prevalesse la concezione materialistica del linguaggio, per la quale non v'era differenza tra nomen indicatore e res (cosa) indicata.

 

Sapienza civile romana e filosofia italiana. I Parte: considerazioni preliminari.

 

La cultura romana, nella sua parte giuridico-religiosa, non può essere definita 'filosofia', ma, più appropriatamente, 'sapienza civile', definizione che rimanda al contenuto di questa forma di conoscenza. Essa non è il risultato delle speculazioni di singoli individui, ma frutto dell'elaborazione plurisecolare di tutta una comunità. Sebbene il ius sia collegato imprescindibilmente al fas, i Romani scelsero di coltivare la scienza del primo piuttosto che dell'altro; ebbero cioè una visione antropocentrica o immanentistica della realtà di contro al dato metafisico e trascendente rappresentato dal fas.  

Disse B. Brugi (1880): "Signori, né io sono avverso ad una sana filosofia che studia e definisce la realtà, né i giureconsulti romani furono privi di una certa metafisica che già il sommo Vico disse esistere nei loro frammenti". In epoca più recente (1947) lo scrittore Guido Gonella, parlava, a proposito del pensiero giurisprudenziale romano, di "oggettività metafisica del reale". Cosa dobbiamo intendere con questa espressione ? Un aiuto ci può dare C. Varelli (1976), quando distingue, specificando che si tratta di una distinzione metafisica,  "l'essenza del diritto dalla esistenza dello stesso. Per essenza intendiamo la carica etica che scaturisce dal sinolo : materia-forma ; per esistenza la validità ab-extra, cioè nel mondo dei rapporti giuridici, dell'essenza medesima". Prendendo spunto da queste parole, che contrappongono l'essenza etica del diritto dalla sua concreta esistenza, potremmo dire che la sfera dell'essenza del diritto è data dalla dimensione etica, appartenente al diritto naturale e al fas, i principi dei quali spesso si identificano: una norma, enunciata da Fiorentino, secondo la quale è "nefas insidiare l'altro uomo", può essere vista sia come un principio del fas sia come principio del diritto naturale. Quindi, possiamo concludere che il fas ( e anche il diritto naturale, ad esso vicino per statuto "ontologico"), è l'essenza metafisica del ius, la forma che sovrasta la materia giuridica positiva. 

La filosofia italiana, secondo quanto abbiamo già accennato, si sviluppa lungo due traiettorie divergenti: da una parte la filosofia naturale, che comprende gli studi di logica, medicina, astrologia e matematica ( il termine filosofia naturale sarà poi sostituito, a partire dal metodo sperimentale galileiano, da quelli di scienza esatta o sperimentale); dall'altra v'è il ramo della 'filosofia civile', che si afferma in epoca più o meno coeva, e che, convenzionalmente, facciamo iniziare con il filosofo politico Marsilio da Padova, vissuto nel '300. Si tratta di un ramo caratteristicamente antropocentrico,( a tratti dichiaratamente anti-clericale), come dimostra tutto il suo svolgimento storico, che ha in Niccolò Machiavelli, storico e politico, uno dei suoi centri di forza. Con ciò vorremmo collegare questa branca della filosofia italiana alla sapienza civile dei Romani, a testimonianza dell'influenza avuta da questa sul pensiero italiano. La circostanza che la 'filosofia civile' ha per oggetto lo studio di diritto, storia e religione ( a volte anche di economia civile, la moderna economia politica), ci induce a ritrovare le origini di questo filone di pensiero nella concezione immanentistica e antropocentrica che i Romani avevano del ius, la quale, con l'eclissi delle Istituzioni politiche romane, non sarebbe dunque venuta del tutto meno.

Sicuramente, la temperie umanistica, che caratterizza i secoli XIV-XVI,  ha costituito il sostrato fondamentale per lo sviluppo della filosofia civile italiana, riscoprendo i valori insiti nell' 'essere uomo', anche se non mancano umanisti-teologi, come Marsilio Ficino e Giovanni Pico della Mirandola. 

Una avvertenza: è lecito storicizzare il diritto romano solo fino ad un certo punto. E' evidente che l'esperienza giuridica romana va contestualizzata nel periodo storico (più o meno dodici secoli) in cui si è svolta e che questa esperienza appartiene al passato. Tuttavia va detto che essa non solo ha permeato e continua a permeare molti diritti odierni, ma altresì che, come è stato giustamente affermato, i Romani "hanno fissato per sempre la categoria del giuridico".  Se la nostra ricostruzione è esatta, se, come abbiamo esposto innanzi, la coppia ius/fas sta a significare rispettivamente l'equilibrio sociale e l'equilibrio cosmico, allora è facile concludere che tali concetti hanno un valore universale e atemporale, ed hanno una validità che va oltre il momento storico in cui sono stati creati. Si tratta allora non di contestualizzare ma di de-contestualizzare l'esperienza giuridica romana, riconoscendole lo statuto di "scienza" oltre ogni limite precostituito.

Nel loro spirito di giuristi, i Romani hanno individuato subito, senza inutili e fuorvianti dottrine, quello che è il punto chiave della realtà: la contrapposizione tra una legge umana ed una legge divina, quest'ultima costituita da una associazione di divinità.

La prossima notizia sarà dedicata all'analisi della filosofia civile italiana, con l'esposizione del profilo e del pensiero degli autori che ne fanno parte. 

Romanità del Tricolore italiano.

 

Abbiamo passato in rassegna le principali etimologie del fas, (per le quali rimandiamo al blog) e abbiamo trovato un convincente significato del termine in "luce", intesa come "parola che è legge divina". D'altra parte Georges Dumézil (1969), è dell'opinione che "La radice indoeuropea dhe, porre, ha dato luogo in indoiranico e in latino a molte parole dal valore unicamente o occasionalmente religioso, le quali però non coincidono né per forma né per senso. La più importante, in latino, è la parola fas, giacché infatti tale è la sua etimologia più probabile, essendo la derivazione dalla radice di fari "dichiarare" solo un gioco di parole che aveva già sedotto antichi eruditi. Qualunque cosa si sia spesso detto, fas non è un diritto divino sovrapposto al diritto umano, ius. Le due nozioni non sono omogenee: fas è propriamente il fondamento mistico, nel mondo invisibile, senza il quale tutti i comportamenti imposti o autorizzati dallo ius, e in senso più  generale tutti i comportamenti umani, sono incerti, pericolosi, cioè fatali. Il fas non è suscettibile d' analisi, di casistica, come ius: non può essere particolareggiato, così come non si declina il suo nome: sotto i differenti iura esso resta identico e la sua essenza si confonde con la sua esistenza: fas est, fas non est. Un tempo, un luogo, sono detti fasti o nefasti a seconda che diano o non diano questa necessaria base all'azione umana". Il concetto di "base", "fondazione" lo ritroviamo nel ius fetiale e nel sostantivo foedus.

Secondo F. Rendich (2010), tuttavia, "Le radici dha e dhe erano entrambe composte con la consonante d, che significava luce...e con la consonante h che significava spostamento...Il composto dha significava pertanto portare il fuoco, ovvero istituire sulla terra la legge divina mediante il posizionamento di un fuoco sacro". In latino il composto dh diventerà f.

Pare che il significato di fas inclini verso la spiegazione di Rendich, posto che anche la consonante d, nelle radici dha e dhe, indica la parola luce. Di qui la parentela tra la radice dhe (o dha) e la radice bhas che significa splendere. Abbiamo quindi il significato di fas come "parola" o "manifestazione splendente" che è legge divina, e che, al limite, fonda l'universo. Siamo convinti, infatti, che il fas altro non sia che la luce primordiale che ha dato origine a tutte le cose, la parola vivente in sé stessa.

La giustizia umana aspira a realizzare un perfetto equilibrio tra le parti in lotta, e cerca di imitare la legge divina, che potrebbe avere struttura ternaria, come già abbiamo detto a proposito della Triade non ufficiale Giove-Marte-Venere, dove i tre dei rappresenterebbero i colori della bandiera italiana: Giove il bianco, Marte il rosso e Venere il verde. Ma, in ogni caso, la stessa legge divina si fonda ( per quanto possiamo arguire da un raffronto con le teorie scientifiche attuali), su di un criterio stocastico o probabilistico; da qui  le perturbazioni che periodicamente scuotono il mondo fisico; e da qui sempre le crisi che rendono instabile il mondo sociale: è notorio che l'equilibrio, in economia, è di tipo stocastico.  

La legge divina, fas per i Latini e Temi per i greci, ha infatti la caratteristica di realizzare un equilibrio tra due elementi confliggenti, che trovano in uno stato neutro la loro composizione. I Romani non ci hanno tramandato miti cosmogonici, ma è forse possibile trovare nelle loro Triadi religiose (Marte-Giove-Quirino e Giove-Giunone-Minerva) il principio del fas. Sono convinto che queste costruzioni teologiche vadano oltre il significato puramente politico-sociale, per alludere a qualcosa di più alto e arcano, l'origine e l'equilibrio del cosmo. 

Vediamo che in tutte e due le Triadi è presente Giove, associato al Cielo, all'aria come elementi neutri. Giove rappresenta  non solo la stabilità dello Stato, ma anche l'ordine del cosmo e la Giustizia, la fedeltà ai patti. Nella struttura ternaria di cui parlavamo, esso incarna l'elemento neutro e, quindi, in associazione con altri dei, il fas stesso. 

In verità, osserviamo che la conciliazione degli opposti nella Triade capitolina sembra impersonata da Minerva: se il Cielo è Giove e la Terra Giunone, Minerva, nome correlato alla radice men (da cui mensis, mens, memoria), potrebbe indicare la "misurazione, collegata all'idea dell'uomo pensante...Minerva è la Dea ordinatrice che dà struttura armonica ed equilibrata al cosmo"  (P. Galiano, M. Vigna 2013). Peraltro, va aggiunto che la sfera di competenza degli dei non è esclusiva: si ritrovano le stesse funzioni in più divinità, sia maschili sia femminili.

Più facile, a prima vista, è l'interpretazione della Triade regia Giove-Marte-Quirino: qui Giove potrebbe rappresentare, in qualità di ordinatore del cosmo e detentore della sovranità suprema, il principio neutro; Marte simboleggerebbe il movimento (o la guerra) e Quirino (Romolo divinizzato), la quiete ( o la pace). Si ripresenterebbe la simbologia dei tre colori: Giove il bianco, Marte il rosso e Quirino il verde, come sono verdi i campi da cui i Quiriti traggono il loro sostentamento come agricoltori. Ritengo infatti che l'etimologia di Quirites sia co-virio,  indicante una comunità di uomini; si dà il caso che la radice di uomo vigoroso e virtuoso (vir), sia la stessa di viridis, verde, nel significato traslato di fiorente, pieno di energia e di salute; inoltre le Virites erano divinità associate al culto di Quirino. Anche il sostantivo vis (g. pl. virium) indica vigore, forza, energia.

Con tutta probabilità ha ragione Dumézil, quando dice che il fas e il ius sono due nozioni non omogenee, e che il fas non può essere sovrapposto come diritto divino al ius, diritto umano. Il ius è propriamente il "movimento" dell'uomo che tenta di avvicinarsi al fas ed attuarne nelle relazioni sociali quella neutralità che ne è tipica. Ciò avviene non solo in ambito strettamente giuridico, ma in tutti i rapporti generalmente umani, come quelli, ricordati da Bettini, fra madre e figlia. Questa "unione" tra fas e ius, porta però con sé la conseguenza che la religio stessa, alla quale appartiene il fas, entri a far parte del ius medesimo: la giuspubblicistica romana conta trattati De religionibus, e anche  Varrone, nei 16 libri delle sue Antiquitates rerum divinarum, si sofferma a parlare de Diis. I Romani erano convinti che il ius attuasse la giustizia, e non a caso Ulpiano, in D. I 10,  dice che Iuris prudentia est divinarum et humanarum rerum notitia, iusti atque iniusti scientia.

Il ius sarebbe dunque la conciliazione degli opposti tra mondo umano e mondo divino, conciliazione basata sull'uomo: concezione che potremmo definire appropriatamente antropocentrica.

Ed è perciò che il fas, entità che, nel modo in cui l' abbiamo descritta, potrebbe apparire lontanissima ed ineffabile, in realtà è vicina: Cicerone diceva che la civitas è una dimora comune a uomini e dei.

 

Il concetto di fas.

 

Il concetto di fas ha dato e continua a dare filo da torcere a romanisti e glottologi. Scopo di questo post è tentare di gettare un po' di luce sull'intricata vicenda.

Secondo F, Rendich non vi sarebbe una sostanziale differenza tra le radici dha (porre, istituire) e bhas (splendere), perché, nel primo caso, la consonante indoeuropea d significa luce ( e quindi, indirettamente, fuoco, calore, energia), mentre nel secondo caso possiamo ravvisare la corrispondenza europea tra luce e "parola come legge divina". Quanto alla prima radice, si deve specificare che il significato di porre o istituire è limitato (per quel che ci interessa) all' istituzione sulla terra della legge divina mediante il posizionamento di un fuoco sacro". Cadrebbe così l'autorevole opinione di alcuni studiosi che, come G. Dumezil e H. Fugier, hanno definito rispettivamente il fas come "l'assise mistica di lassù" e come "norma cosmica", al pari della greca Tèmis, la dea dell'equilibrio cosmico. 

Nel 1978, P. Cipriano metteva in discussione questa teoria, obiettando la riconducibilità del fas "ad una parola proveniente da persona fornita di particolare sapienza, potenza e comunione col divino. Secondo le fonti...possiamo ritenere che l'antico rex avesse questi requisiti...Alla luce di tali considerazioni, si può dunque capire quale fosse il verisimile senso della formula calendariale Q. R. C. F. ( Quando rex comitiavit fas): "quando il re ha adunato il comizio c'è la sua parola...D'altra parte bha ha dato origine nell'area indoeuropea a termini che esprimono un atto di parola fornito di particolare forza magica. ovvero designano un individuo la cui parola abbia capacità particolari...Scomparsa la realtà politica e sociale della monarchia, il termine fas , stabilizzatosi nella locuzione fas est, assunse il significato di ' è lecito'." Citiamo ancora: "...Ritengo di aver posto nel dovuto rilievo il fatto che fas est e nefas est indichino in epoca storica un tipo di liceità il cui fondamentale discriminante è la volontà divina...In tali occasioni, infatti, il permesso viene, in qualche modo, richiesto al dio dall'agente. Un posto preminente in tale ambito occupano quei passi nei quali si fa menzione degli auspicia. Con tale mezzo i romani cercavano di sondare la volontà degli dei in merito a importanti atti della vita pubblica, per stabilire se questi avessero o meno l'approvazione di Giove, e, quindi, se fosse lecito che si verificassero."

Secondo la Cipriano, dunque, il fas sarebbe una parola, dotata di autorevolezza, proveniente da forze impersonali, cioè dagli dei, o da uomini aventi un prestigio particolare nell'ambito della civitas, come il rex o, penso, anche i sacerdoti.

A sostegno della Fugier e del Dumezil, dobbiamo però richiamare il fatto che lo stesso Calendario, ritmato sulle esigenze di un popolo di agricoltori, conteneva i giorni fasti e nefasti, ovvero i giorni in cui rispettivamente era lecito dedicarsi a determinate attività, e i giorni in cui non lo era. Lo scandire delle stagioni ed il ciclo lunisolare, può far pensare al fas ( che Virgilio definisce immortale) come ad un principio regolatore dell'Universo, norma ed equilibrio cosmici. Infatti G. Dumézil dice: " A mio parere fas non appartiene alla radice di fari...ma a quella di facio, nel suo primo significato di "porre"; sono incline a scorgere tra fas e ius un rapporto comparabile a quello che si intravede in vedico tra due concetti dell'ordine del mondo: dhaman e rta..."

Vediamo ora cosa dice l'antropologo M. Bettini (2022), in merito al fas. Questo autore è del parere che il fas non possa essere considerato una Legge divina, come invece attestano le stesse fonti antiche, da Servio a Isidoro : "...il termine fas voleva esprimere - in generale - una forma di lecito o di illecito, giusto o ingiusto, e così via: come tale non produceva imbarazzi o contraddizioni...se lo si faceva agire non solo nel mondo degli uomini, ma pure in quello degli dei".  Dice sempre l'autore: " Se infatti si escludono un paio di glosse che in qualche modo rimandano alla dimensione religiosa...le altre danno spiegazioni che prescindono totalmente dal rapporto con il divino: di volta in volta infatti fas viene inteso come lex, naturalis lex, licentia, ratio, ovvero come tutto ciò che è licitum, iustum, rationabile, conveniens...Tutte spiegazioni ciòè che riferiscono il fas non a una presunta legge divina, ma, di volta in volta, alla "legge", alla "legge naturale", a "ciò che è lecito", a ciò che è "conveniente", "giusto", "razionale", e così via. Del resto non abbiamo forse visto che lo stesso Servio...spiegava (il fas)...anche con iura naturae, fatum, ius, possibile est, licet ?" Bettini nota ancora che "i Romani...usano fas anche per designare il giusto rapporto tra madre e figlia...e allo stesso modo il fas regola il comportamento di un padre verso il figlio..."

In sostanza, il Bettini rimanda il fas ad una serie di significati che nulla hanno a che vedere con una presunta Legge divina, ma ai più disparati concetti, tra cui spiccano quelli di 'lecito' e di 'giusto': "...sono davvero molte, e diverse fra loro, le situazioni in cui le espressioni fas est/ nec fas est e fas sostantivo vengono riferite a situazioni in cui non vi è relazione con la divinità né alcuna connotazione di carattere sacro". Il fas come legge divina, sarebbe dunque un fraintendimento delle fonti antiche.

Anche il Dizionario della Lingua latina Campanini-Carboni (2007), riporta numerosi significati del vocabolo fas: " 1. legge divina, diritto divino; 2. ciò che è permesso, il giusto, il lecito; 3. volontà divina; 4. diritto, legge; 5. senso del dovere, dovere."

Ciò non può stupire se consideriamo la cultura giuridica romana come un inviluppo di termini, concetti e , alla base, radici linguistiche. Complessivamente, possiamo, in via di conclusione sommaria, dire che il fas vale "precetto divino, norma di natura e senso morale". Il fas e il ius procedono congiuntamente.

Ma, ritornando alle ipotesi di F. Rendich, si svela compiutamente il concetto di fas, di là dai molti usi che ha avuto il sostantivo. Questo concetto riposa sui termini di luce, parola, splendore e Legge divina. Infatti, come abbiamo visto analizzando le etimologie di alcuni tra i maggiori dei romani, e in particolare di Giove, che significa alla lettera "padre splendente", in esse prevale l'idea della luce, dello splendore, del fuoco generatore. 

Il fas allora sarebbe la "parola lucente" o "splendente" di Giove, con la quale il Padre celeste ammaestra gli uomini, indicando loro la via da seguire: "parola come legge divina"; il lecito, "ciò che è permesso" agli umani per decretazione divina, o anche di personalità ritenute superiori ( rex, oracolo, sacerdote). E' evidente, che, ufficialmente, la parola pronunciata da Giove (signa ex avibus) ha maggiore autorevolezza di quella pronunciata da autorità umane. Ed è così che non deve destare meraviglia la definizione di fas come legge divina: il fas ha il valore primario di "ciò che è lecito" secondo la volontà degli dei.

E' del tutto ovvio, poi, che, come sottolinea il Bettini, fas venga usato spesso anche in contesti che non hanno nulla a che spartire col sacro: fas est e fas non est sono espressioni che ricorrono anche ad indicare i doveri morali tra madre e figlia o il dovere di riconoscenza. Sono usi profani che non intaccano il senso più profondo del fas come lex divina: poiché, come dice Servio, il commentatore di Virgilio, fas et iura sinunt : id est divina humanaque iura permittunt: nam ad religionem fas, ad homines iura pertinent.

In questa frase è condensata la caratteristica non sistematica del pensiero romano: il fas è equiparato ai divina iura ed è facile immaginare che la casistica fas est/fas non est fosse custodita negli archivi augurali.

Quindi, se anche il fas non è "norma cosmica", è senz'altro lex divina , nel senso che abbiamo esplicitato innanzi. Probabilmente c'è del vero nelle opinioni di tutti gli autori che abbiamo citato. Non c'è alcuna contraddizione ad accettare il fas come norma cosmica (che si rivela nell'ordine del Calendario), dove sono indicati i giorni in cui è lecito fare o non fare determinate cose,  il fas come parola splendente di Giove, che indica agli uomini ciò che è permesso fare, e il fas come senso o dovere morale. 

Possiamo considerare il fas alla stregua di un diritto che amplifica il senso morale implicito nel ius, collegandosi ad una realtà superumana. Così nelle espressioni fas armorum (diritto delle armi) o fas disciplinae (il senso della disciplina). 

F. Chini (2014), nota, riferendosi alla tesi della Fugier, che "Pare di poter affermare che, in realtà, la natura sostantivale originaria di fas costituisca una tesi ardua da dimostrare, in quanto una serie copiosa di fonti mostra che il termine, nei primi secoli della storia romana, dovette aver pressoché esclusivamente natura di aggettivo o avverbio, usato in locuzioni di tipo predicativo, mentre i casi in cui esso compare in forma di sostantivo risultano assai meno numerosi e probabilmente con mero valore letterario". 

Possiamo osservare, tuttavia, che è persino dubbia o superficiale tanto la traduzione di ius come "insieme di norme", quanto quella di fas come "norma divina". Il termine norma, in italiano, significa "precetto generale cui ci si deve uniformare". Per questo motivo, io propenderei per la traduzione del primo come equilibrio sociale, che può essere sempre infranto, (per cui abbiamo l'espressione  ulpianea, riferita alla giurisprudenza, di iusti atque iniusti scientia),  e del secondo come equilibrio cosmico, che può essere parimenti disatteso dagli uomini, senza cessare di essere un quid ad essi sovraordinato. Un equilibrio si può definire: " stato di un corpo che sta dritto nella sua posizione per contrappeso": il termine deriva dal latino aequilibrium, composto di aequus (uguale) e di libra (bilancia). Ma domandiamoci: in entrambi i casi, si tratta di un equilibrio deterministico o probabilistico ? cioè di un equilibrio che si sviluppa secondo leggi ferree di causa ed effetto o per caso? La risposta è che sono valide ambedue le ipotesi, poiché la realtà in cui viviamo in superficie è deterministica, ma probabilistica nel profondo. il diritto dunque, come "organismo vivente",  è un equilibrio, ma si tratta di un equilibrio comunque instabile e puntiforme.

La sapienza civile dei Romani.

 

Prima di affrontare il complesso tema delle coordinate spaziali e temporali della Romanità, vorrei soffermarmi sulla sapienza civile dei Romani, ossia sul loro concetto di diritto (ius). Abbiamo confrontato già il ius con il fas, ma in questa sede ritorno sull'argomento per approfondirlo. Molti sono stati e sono i contributi della scienza romanistica volti a determinare il concetto espresso da questi due monosillabi, ma, per quanto ne sappia, tutti i tentativi profusi in questa direzione si sono rivelati deludenti e parzialmente infruttuosi.

Se consideriamo i creatori di questa civiltà, non possiamo fare a meno di ammirarne l' esatta percezione delle polarità in contrasto tra di loro, e lo sforzo costante di conciliarle in unum.

Occorre ribadirlo: il fas ha tutt'altra etimologia di ius, e quindi indica un concetto diverso. Il fas, o lex divina, etimologicamente, deriva dall'incrocio di almeno due radici linguistiche: una che si ricollega al verbo greco thitemi (latino ponere, italiano porre);e una direttamente riconducibile al verbo latino fari,( italiano dire, parlare). Per ius sono state proposte molte etimologie. E' stato accostato all' indoiranico yaus, presente nell'espressione yaoz-da, tradotta abitualmente purificare o "formula di benedizione sacra dell'azione" e al verbo latino iungere (unire, congiungere). Ambedue le etimologie alludono al contatto dell'uomo con il mondo del sacro e quindi sono da tenere in pari considerazione. E' forse l'etimologia da iungo che rende con più immediatezza il concetto poco ora espresso. 

Ma fas, nel suo derivare da fari, si può fondatamente mettere in relazione anche con il greco fos-fotos, che significa luce, per cui la parola in esame potrebbe significare non solo "ciò che è posto", ma anche "parola splendente". A mio avviso, ammettendo la liceità di questa interpretazione, con fas siamo ricondotti agli inizi della stessa creazione. Non stupisca questa affermazione: nel diritto romano arcaico, quando si riteneva che gli dei fossero presenti in ogni negozio pubblico e privato, la parola aveva un valore creativo, costituente  una data realtà. 

Per farla breve: gli stessi Romani indicavano nella dea greca Thémis, garante dell'equilibrio cosmico, l'omologo del latino fas. Il ius ha nelle fonti molti significati: ora è associato all'utilità, ora significa facoltà, ora pretesa azionabile, ora azione e potere. Ma ognuno di questi significati, presi partitamente e complessivamente, non è in grado di definirlo. Alla luce di quanto abbiamo già esposto, quando abbiamo parlato di equilibrio energetico, giova ricalibrare la definizione sia di ius che di fas. Diremo allora che il primo ha valore di equilibrio sociale, mentre il secondo quello di equilibrio cosmico e questo si pone come fondamento di quello. Da qui la difficoltà incontrata dalla scienza romanistica nel districare i due concetti, che appaiono, e sono, effettivamente intrecciati, anche se con significati ben distinti. 

Nel significato, che spero esatto, di equilibrio sociale, il ius o diritto ricomprende tutte le scienze umane ora differenziate: storia, economia, religione, sociologia, politica, antropologia, sebbene si sia dibattuto e si dibatta ancora sulla reale percezione che i giuristi romani avessero effettivamente di queste discipline. Tali scienze, a mio parere, erano considerate dai Romani sub specie iuris, e venivano quindi ricondotte all'alveo del diritto, non esistendo autonomamente. Per la precisione, esse subivano un processo di giuridicizzazione. Così è per i rapporti politici, rivestiti di forma giuridica; così è per la sociologia (basti pensare alla dinamica dei gruppi nella fase di coalescenza della civitas e durante tutta la storia romana: lo stesso Senato era diviso in patres minorum gentium e patres maiorum gentium, divisione ancora non ben chiara); ancora si pensi all'economia: è vero che i giuristi non si occuparono mai espressamente di scienza economica; ma basta il regime giuridico della proprietà terriera per apprezzare in tutta la sua portata il contributo dato dai Romani alla dottrina economica; antropologia: qui è di estremo interesse il passaggio dalla preistoria alla storia, scandito in tappe emozionanti ed inoltre vanno ricordati tanti altri argomenti come la problematica del nomen e del realismo nominale; storia: anche questa disciplina entra a far parte del diritto pubblico: gli annalisti (i primi storici di Roma), spesso mescolavano la pura e semplice trattazione di fatti storici a considerazioni d'ordine giuridico, come  accade in Tito Livio, non a torto considerato il più giurista tra gli storici romani; religione: questa ha il suo caposaldo e vertice nel fas che, sebbene distinguibile dal ius a questo si riconnette come sua ultima istanza e giustificazione. Lontanissima dalla mentalità romana era invece fare speculazioni filosofiche sul diritto, come accade nella modernità: oggi troviamo libri di diritto pieni di formule matematiche e di varie astruserie. Secondo i Romani il ius era l'anima della civitas, la sua ragion d'essere ed esso si riduce in ultima analisi, come crediamo, nella diade opposizionale-complementare ius fasque. Il ius dunque rispondeva all'ordine delle cose e si traduceva in antico in formule orali e verbali tanto che si mise in dubbio che il pretore potesse crearlo mediante formule scritte.

Ricordo l'emersione, in una certa fase dello svolgimento del diritto romano, corrispondente all'avvento del diritto pretorio, del principio dell'aequitas o uguaglianza (dalla stessa radice di equilibrio). Con questo principio, una più matura coscienza giuridica intendeva mitigare i rigori dello strictum ius, derivanti dall'applicazione ferrea del diritto: come disse Cicerone: summum ius, summa iniuria.

La coppia concettuale ius/fas, per i giuristi romani, esaurisce l'ambito della realtà, e costituisce la sapienza civile dei Romani. La tradizione romana, infatti, non conosce interpretazioni esoteriche o misteriosofiche di libri sacri, come avviene, ad es., in quella ebraica e , in parte, in quella cristiana (Rosacrociani). Questa sapienza civile è fatta dai cittadini per i cittadini. Tutte le leggi erano emanate in nome del Senato e del popolo di Roma; la suprema autorità della legge era simboleggiata dai fasces (fasci di verghe di olmo e betulla tenuti insieme da corregge in cui era inserita una scure). Usando termini assolutamente non romani, potrei dire che, mentre il fas appartiene alla sfera della trascendenza, il ius attiene alla sfera dell'immanenza, anche se nel pensiero romano si tratta di sfere collegate. Solo il ius è immediatamente vincolante per i consorziati, in quanto indicante il giusto; il fas esprime invece un concetto più sfumato, quello del lecito o dell'illecito, nel caso del nefas.

Già Quinto Mucio Scevola, pontefice massimo intorno all'89 a.C., distingueva tre tipi di teologia: una dei poeti; una dei filosofi ed una terza appartenente a "quelli che dirigono la società", ovvero ai primores civitatis. La concezione aristocratica è molto forte, se è vero che Scevola, nel rifiutare come dannosi i primi due tipi di teologia, considerava il terzo degno di accettazione, in quanto teologia civile. 

E' possibile tuttavia, come abbiamo visto, applicare, con risultati apprezzabili, alcuni principi della philosophia perennis anche alla religione romana, per quanto essa non possieda un corpus di dottrine esoteriche, al pari della Cabbalah ebraica. Questa applicazione deve essere cauta, anche se la tradizione romana è, al pari di tutte le culture "tradizionali", impregnata di sacralità. Questo perché la teologia romana è di tipo civile, e dunque è concepita in funzione della convivenza politica e sociale. A mio avviso, la ricerca sulle divinità romane deve essere impostata soprattutto sul significato etimologico delle parole indicanti gli dei, al fine di scoprirne l'essenza. D'altra parte, è sotto gli occhi di tutti che, mentre del diritto pubblico romano noi possediamo solo scarni frammenti, siamo in grado di ricostruire in modo sufficientemente soddisfacente il diritto privato nelle parti che lo compongono, come la dogmatica del contratto, le successioni, il processo civile, la teoria della persona di diritto ecc. 

Anche l'influenza della filosofia greca si rivela, ad un attento esame, piuttosto superficiale. Mentre i Greci erano convinti della loro superiorità intellettuale nei confronti dei Romani, questi, almeno agli inizi della penetrazione ellenistica, li chiamavano spregiativamente Graeculi, convinti che le loro chiacchere avrebbero mandato in rovina le tradizioni avite, come affermava Catone il Censore. Certo, vi furono non pochi Romani che si innamorarono cella cultura greca, come Cicerone, ma nel complesso la sapienza civile rimase di molto prevalente sulla filosofia graeco more. Il filosofo non fu mai, come il giurista, una figura centrale e caratteristica del mondo romano. 

Si incontrano nella storia di Roma alcune figure di filosofi: ad es. Lucrezio seguace dell'epicureismo; Cicerone (che però fu più che altro un divulgatore e scrisse libri interessanti anche per il diritto pubblico, come il De legibus e il De re publica), di posizioni eclettiche; e Seneca, di fede stoico-platonizzante. La filosofia greca ebbe incidenza sul diritto romano, che recepì, come sappiamo, il metodo dialettico.

E' il caso di ricordare che sono individuabili nella filosofia italiana almeno due branche: la prima è quella della filosofia naturale, comprendente gli studi di medicina, matematica e astrologia/astronomia; la seconda è quella che io chiamerei civile, essendo imperniata sulla riflessione avente ad oggetto il diritto, la storia e l'economia politica, tutte materie che attengono alla sfera della società. Orbene, il "caposcuola" di questo secondo filone di pensiero, il napoletano Giambattista Vico, vissuto nel '700,   parlava di una "teologia civile" imperniata sul mondo della storia e della vita civile che, in ragione del principio del verum ipsum factum, per il quale gli uomini conoscono veramente solo ciò che creano, può essere considerata la forma più convincente di teologia, da studiare col metodo filologico. Più in là, solo per fare solo un esempio, troviamo Gian Domenico Romagnosi, cultore di filosofia del diritto, diritto amministrativo ed economia politica. Naturalmente, non sono da dimenticare le scuole giuridiche italiane: Glossatori e Commentatori, di cui ci occuperemo estesamente nella dovuta sede.  

Dicevamo del ius come equilibrio sociale,( chiamato dai Romani pax deorum, ovvero la concordia tra uomini e dei) anche ammettendo il carattere egoista e violento del romano medio. Il fatto è che in una città come Roma, perennemente in conflitto esterno ed interno, non era facile mantenere una situazione di equilibrio, ottimamente raggiunto però durante quasi tutto l'arco del periodo repubblicano. In età imperiale, un buon equilibrio si ebbe nel II sec. d.C., approssimativamente corrispondente al periodo degli Imperatori adottivi (97-161 d.C.). Dopo di che (dal 235 d.C.) anarchia e guerre civili, placate solo con l'avvento al trono di Diocleziano. Nel campo della tassazione, il ius fiscale (la cassa imperiale), si mantenne in equilibrio almeno fino ai primi decenni del III sec. d.C.; in seguito, il costituirsi delle uniche due classi dei potentiores e degli humiliores, e la scomparsa del ceto medio, resero insopportabilmente esoso il diritto fiscale, che venne a gravare sempre più sui ceti più umili.   

I vari iura si possono tradurre convincentemente con la parola equilibrio: si ha così l'equilibrio naturale (diritto naturale), l'equilibrio civile (diritto civile), l'equilibrio sacro (il diritto sacro), l'equilibrio pretorio (diritto pretorio) e via esemplificando. Ma l'equilibrio cosmico (fas) è instabile: da qui ripercussioni sulla legge umana, con crisi e perturbazioni.  

Ponendo l'accento sul ius anziché sul fas, i giureconsulti romani hanno fatto una precisa scelta antropocentrica: poco c'è da dire sul fas, molto sul ius: il diritto è per l'uomo.

Le origini di Roma. Parte III: la nascita dello stato. Capitolo 2. La fondazione di Roma tra leggenda e storia.

 

Nel precedente post, ci siamo intrattenuti sull' "ideologia" politico-religiosa sottesa alla nascita dello stato romano, aiutandoci con la simbologia numerologica. Abbiamo visto che in essa sono prevalenti i numeri 3 e 7, simboli rispettivamente della realtà immateriale e di quella materiale. Nel parlare del ius e del fas, abbiamo altresì sottolineato  che il loro significato è lo stesso, sia pure appartenendo a sfere diverse: umana per il ius e religiosa per il fas.

Qui vorremmo approfondire il discorso sulla fondazione di Roma, quale risalta dal confronto tra leggenda ed evidenze storiche, ricorrendo all' opinione di alcuni insigni studiosi. 

Tradizionalmente, il giorno natale di Roma è fissato al 21 di aprile. Ma di quale anno ? Gli scrittori greci anteriori a Timeo di Tauromenio, che visse tra il IV ed il III secolo a.C., furono dell'opinione che Roma fosse stata fondata in epoca di poco anteriore alla distruzione di Troia, datata al 1184 a.C., cioè in pieno XII sec. Ma già con Timeo e Dionigi di Alicarnasso, si abbassa l'età della fondazione, portata all'anno 814/13 a.C., data equivalente grosso modo a quella della fondazione di Cartagine, la futura rivale di Roma nella lotta per il controllo del Mediterraneo. Il grande erudito latino Marco Terenzio Varrone Reatino, propose la data del 753 a.C., opinione che prevalse, sia per l'autorità di Varrone sia perché essa era stata confermata dai calcoli astronomici di un certo L. Taruzio di Fermo, sicuramente uno studioso etrusco, che constatò una eclissi solare nel giorno stesso in cui nacque Roma. 

Come si può notare, regna nella tradizione una grande incertezza in merito alla data di fondazione dell'Urbe, ed io direi che lo stesso anno 753/54 può essere stato stabilito convenzionalmente. In questa situazione, è ovvio appellarsi alla scienza archeologica e stratigrafica per ottenere lumi sull'effettiva data di fondazione ( se fondazione v'è stata) della città. 

Ma prima di esporre le evidenze archeologiche, proseguiamo nel racconto della tradizione. Romolo, dopo l'uccisione del fratello Remo, diventa il Capo incontrastato, fino alla morte, avvenuta nel 716 a.C. Stando a questo racconto, emergono i primi conflitti di Roma con i popoli circonvicini, ma anche la prima fusione delle genti latine con quelle sabine. Secondo P. Ducati (1939), l'Asilo, e cioè l'accorrere in Roma di una turba di servi fuggitivi, assassini e ladri, sarebbe una maligna leggenda greca, pensata ad onta della città dominatrice; io non concordo, ritenendo questa prima immigrazione un fatto ovvio e del tutto naturale. A proposito della fusione tra latini e sabini, la tradizione ricorda il ratto delle Sabine, non sappiamo se corrispondente al vero o non piuttosto un ennesimo racconto simbolico per spiegare il sinecismo tra i due gruppi. 

Ma prima di questa unione, Latini e Sabini ebbero a scontrarsi: quindi Palatino contro Quirinale e inoltre cozzi contro altri popoli, come i Ceninesi, i Crustumeri, i Fidenati e gli Antemnati. Poi la tregua: Romolo comanda i Latini; Tito Tazio i Sabini. Questa co-reggenza ha termine quando Tito Tazio viene ucciso per aver offeso i Latini: da allora Romolo governa sovrano sulle due comunità, in un' area che viene ad estendersi dal Palatino al Campidoglio, al Foro, al Quirinale. Romolo diventa il Legislatore: i cittadini, cioè i capi delle gentes ed i clienti a essi sottoposti, vengono ripartiti in tre tribù, come abbiamo esposto nella notizia precedente, ognuna delle quali accorpa 10 curie. I Comizi curiati sono l'assemblea delle curie, mentre il potere supremo, l'imperium, è detenuto dal Re. Ad assistere il Re nelle sue deliberazioni, vi è un Consiglio di 200 membri, il Senato. 

Questo, in pochi tratti, l'embrione della Costituzione romana, che, attraverso successivi adattamenti e rimaneggiamenti, avrebbe portato Roma a dominare su un vastissimo Impero. 

"E' evidente - dice R. Bloch (1973) - che la fondazione (di Roma n.d.r.) ex nihilo presentataci da Tito Livio e Virgilio, non è altro che un racconto puramente leggendario...dobbiamo quindi tentare di scoprire la verità storica mascherata da questo racconto. Gli scavi archeologici moderni, scavi del Palatino, dell'Esquilino, del Quirinale, della Via Sacra, ci consentono di fare una certa luce sugli habitat più antichi dei colli romani. Forse l'Aventino è stato colonizzato per primo. Perlomeno così afferma la tradizione, e il nome stesso Aventino è forse ligure. Ma l'archeologia rivela vestigia di una colonizzazione molto più antica soltanto sul colle del quale d'altronde la tradizione ha fatto la culla di Roma: il Palatino. Sul lato ovest, infatti, gli scavi del villaggio del Germalo, effettuati nel 1907, hanno dato risultati interessanti: la ceramica messa in luce consente di far risalire con certezza l'origine del villaggio all' VIII secolo a.C.  Occorre indubbiamente identificare nel villaggio situato sul Germalo (groppa ovest del Palatino, la groppa est è invece il Palatiale) il villaggio romano di cui ci parla la tradizione. Gli scavi rivelano che durante il VII secolo alcuni nuovi villaggi sono venuti a formarsi sul Fagutale, sull' Oppio, e sul Cispio, (groppe dell'Esquilino), poi sulla seconda groppa del Palatino (il Palatiale), infine sul Quirinale, sul Viminale e sul Celio ( il villaggio in questo caso si chiamava Querquetulanus) e sulla Velia. Altrettanto importante è stata la scoperta delle necropoli. Si è trovato sul Foro una necropoli che si estendeva dalle falde dell'Esquilino verso il Campidoglio. Le tombe più antiche risalgono all' VIII secolo; contengono spesso urne-capanne che a loro volta racchiudono i resti dei corpi cremati". 

Come si può osservare, oggi l'archeologia ci dimostra che la nascita di Roma è avvenuta gradualmente, attraverso successive stratificazioni di culture e di popoli. Quindi niente Romolo curvo sull'aratro che traccia il sulcus primigenius, ma un lento processo di agglomerazione di vici e di pagi. 

Questi villaggi tendevano ad organizzarsi in federazioni. E' il caso della federazione settimonziale, o "lega dei sette monti", (Septimontium), che raggruppava alcuni insediamenti, che secondo la testimonianza di Antistio Labeone, giurista dell'età augustea, si riducevano al Germalo, al Palatiale, alla Velia, al Fagutale, al Cispio, all'Oppio e ad una frazione del Querquetulanus, detta Sicura. Scrive il romanista G. Grosso (1965): "La tradizione...riporta la Roma primitiva alla città del Palatino, che conservava il nome di Roma quadrata...Ma una tradizione, anche antichissima, tramandata nella festa del Settimonzio ( che si celebrava l' 11 dicembre con sacrifizi sulle tre cime del Palatino, Palazio, Cermalo e Velia, sulle tre cime dell'Esquilino, Cispio, Oppio e Fagutal, oltreché nella Subura, la valle tra il Cispio, l'Oppio e la Velia), ci rivela l'esistenza di una lega sacra tra villaggi, che deve essere anteriore alla fondazione della città del Palatino (poiché le tre cime del Palatino vi partecipavano distintamente)".

La morale che possiamo trarre da tutto ciò è questa: la variegata orografia del sito di Roma, contraddistinta da colli di modesta altitudine, a loro volta divisi in groppe o cime, favoriva la frammentazione degli abitati e insediamenti: da qui la tendenza di questi villaggi a federarsi più che ad unirsi: sarà solo con l'avvento del primo re etrusco, Tarquinio Prisco, che prenderà l'avvio quel processo di urbanizzazione destinato a fare di tutte queste sparse comunità una città nel vero senso della parola.   

 

Le origini di Roma. Parte III: la nascita dello stato. Capitolo 1. L'ideologia politico-religiosa.

 

Nei due post precedenti, abbiamo ricostruito, sia pur in modo sommario, le vicende che hanno portato all'emergere intorno al IX-VIII secolo a.C., in ambiente etrusco, sabino e latino, di ceti egemoni. Nel sito di Roma sono datate al 780-775 a.C., necropoli caratterizzate da ricchi corredi funebri, segno evidente di una incipiente differenziazione sociale, con conseguente diversificazione delle fortune. In questo torno di tempo, sia gli Etruschi sia i Sabini sia i Latini, erano organizzati in gentes , ossia in formazioni sociali senza gradi di parentela. La struttura economica delle gentes si basava sulla proprietà collettiva della terra e delle greggi (ager compascuus ), anche se si narra che già Romolo avesse distribuito ai paterfamilias ,in proprietà privata, lotti di due iugeri. Intorno alla tradizionale data di fondazione della città (753/754 a.C.), siamo quindi in presenza di una economia terriera diversificata, in parte comunistica, in parte privatistica. Tutte le dinamiche sociali riguardanti il rapporto tra gentili e clientes e tra gentili e plebei, saranno oggetto di apposite, ulteriori notizie.

In questa sede ci concentriamo sulla nascita dello stato romano, ovvero, più esattamente, sulle prime strutture politico-sociali: i Romani non conobbero un concetto di "Stato" quale ente astratto sovraordinato alla massa dei cittadini; si può parlare al più della nascita di apparati coercitivi e di polizia, destinati a mantenere l'ordine interno contro i sempre possibili torbidi e rivendicazioni. Ed anche se il rex  e più tardi l'Imperatore, soprattutto nell'età del Dominato assoluto, ultima fase dell'Impero, possono essere visti in qualche modo "superiori" al popolo, tale superiorità non sfociò mai in una esplicita teorizzazione dello Stato in senso moderno.

Dice A. Carandini (2013): "Il sito di Roma sembra avere come costante numerica il numero 3, cui si affiancano prima il 9 e poi il 10". Senza avere la pretesa di applicare alla realtà primordiale di Roma, almeno più del necessario, le teorie della numerologia esoterica o aritmosofia, riteniamo che la sapienza arcana dei numeri ci possa aiutare a ricostruire l'ideologia sottesa al sorgere dello stato. Mi aiuterò nella trattazione prendendo spunto da Georges Dumezil.  La tradizione vuole che, fin dall'età di Romolo, il corpo sociale di Roma fosse diviso in tre tribù: Ramnes, Luceres e Titientes. Con qualche eccezione, tutti gli autori antichi concordano nel collegare i Ramnes (o Ramnenses), per assonanza fonetica, a Romolo; i Tities (o Titientes) con Tito Tazio, collega di Romolo nel regno, e i Luceres (o Lucerenses), con Lucumone, a volte identificato con l'avventuriero etrusco Celio Vibenna. Questa tripartizione cela una antica fusione di popoli, altrimenti detta "sinecismo". Così i Ramnes rappresenterebbero i primi coloni venuti da Alba, cioè l'elemento latino; i Tities gli immigrati sabini ed i Luceres il terzo elemento etnico degli Etruschi. Questa struttura ternaria corrisponde a nostro avviso con il primo e vero populus Romanus, composto da gentes nobili provenienti dalle regioni sopra menzionate: i plebei, vuoi già presenti in forma di residuale popolazione, vuoi sopraggiunte più tardi e sempre più massicciamente a cagione dell'imprevedibile successo politico-economico avuto da Roma, rappresentano un aliud rispetto al verus populus inquadrato nelle sue tre tribù genetiche.

Ma veniamo alla Triade Giove, Marte, Quirino ( Juppiter, Mars, Quirinus ), protettrice del popolo Romano. Abbiamo già discusso del significato della Triade nel blog. Qui vorrei aggiungere alcune ulteriori notizie. L'interpretazione dumeziliana è nota: Giove sarebbe la regalità universale; Marte il dio del combattimento e Quirino (forse da Cures, località sabina), il dio delle operazioni agricole e della pace; oppure Giove il cielo o l'atmosfera; Marte la superficie terrestre e Quirino il sottosuolo.  Ad un primo livello, queste interpretazioni sono senz'altro sensate. Io ritengo però che ci debba essere un secondo livello, fornito dalla numerologia, anche se la tradizione aritmologica è una forma di sapere che non si può direttamente ricondurre al pensiero romano. Orbene, secondo noi, Marte rappresenta il principio attivo, cioè il numero 1; Quirino è associabile al principio passivo, ovvero al numero 2; infine Giove, principio neutro, va relazionato col numero 3, sintesi degli opposti. La nostra Triade indicherebbe quindi il processo creativo, essendo un vero e proprio modello cosmologico, che, tra l'altro, trova riscontro presso molte tradizioni. Il 3 viene considerato in tutte le tradizioni il numero perfetto, tanto che Virgilio cantò : "Il dio si compiace dei numeri dispari". Esso è l'espressione del compimento, la Grande Triade, appunto. Ma Roma è anche la città del numero 7: i sette colli, i sette re. Questa cifra è considerata sacra al pari del 3. Contenendo il 3 (simbolo della Triade) ed il 4, simbolo della materia, il 7 rappresenta sia la spiritualità sia la fisicità. Se così è, possiamo supporre che, subito dopo la sintesi "spirituale" del 3, con l'aggiunta del 4, simbolo della materia, appaia il 7, unione della prima con la seconda, che sta a significare il mondo fisico (i colli) e quello umano (i re). Altra importante declinazione della simbologia del numero 7, è la processione dell'antichissima festa del Septimontium che prevedeva il compimento di sacrifici da officiare in sette località della Roma arcaica. Secondo M. Vigna (2010): "...il tracciato descrive la costellazione dell'Orsa e non ha niente a che fare, come taluni sostengono, con i sette colli di Roma. Indipendentemente da qualsiasi considerazione urbanistica o sociale, i colli interessati alla cerimonia dovevano essere sette, perché sette sono le stelle dell'Orsa". Siamo qui in presenza di un importante esempio di proiezione della realtà celeste su quella terrena degli uomini. 

Esaminato il significato del 3 e del 7, non ci resta che spiegare il significato del numero 9 e del numero 10, citati come "costante numerica" di Roma da Andrea Carandini. La combinazione 3 + 3 +3= 9, è presente in molte tradizioni esoteriche del mondo, rappresentando ogni gruppo di 3 la simbolizzazione di un mondo del reale: Cielo, Terra ed Inferi. A proposito abbiamo visto che una delle interpretazioni della Triade romana Marte, Giove, Quirino data da G. Dumezil, riconosce nei tre dei rispettivamente la terra, il Cielo ed il sottosuolo, che possiamo definire il mondo degli Inferi. Ma torniamo alla spiegazione di A. Carandini: " Due volte l'anno si svolgeva a Roma un'antichissima cerimonia di purificazione articolata in 27 tappe, segnate da luoghi sacri chiamati sacraria Argeorum. 27 è il risultato di 3 moltiplicato per 9...Il fatto che questi sacrari fossero 27 e non 30, come poi le curiae di Roma, e il fatto che non si trovassero nel centro politico compreso tra Foro, Arce e Campidoglio, creato al tempo della città, non prima del secondo quarto dell' VIII secolo ( 775-750 a.C.), inducono a datare quest'organizzazione tra la metà del IX e il primo quarto dell' VIII secolo a.C. Di questa proto-Roma conosciamo alcune capanne, come quelle sul Palatino, e i limiti segnati in negativo dalle necropoli dell'Esquilino e del Quirinale, spostate in quest'epoca, con straordinario anticipo, al di fuori dell'abitato. Questo assetto e i 27 sacrari degli Argei consentono di ritenere che si trattasse di una organizzazione unitaria. Roma non è altro che una razionalizzazione ulteriore di questa struttura insediativa, basata su 3 parti del territorio romano o tribus (Titientes, Ramnes, Luceres) e su 30 curiae - i sistemi basati sul 10 sono più tardi rispetto a quelli basati sul 9 - cui si aggiunge un centro sacrale, politico e simbolico della città-stato posto tra Foro, Arce e Campidoglio". 

Per riprendere il discorso sulla antica Triade romana, essa, secondo noi, contiene la legge suprema di equilibrio energetico, grazie alla quale è stata possibile la creazione. Dai Romani, questa legge veniva chiamata fas, operando quindi in un contesto religioso, a differenza del ius, il cui campo di esplicazione è quello umano. Il fas e il ius sono pertanto concetti "gemelli", divisi solamente dall'ambito di appartenenza ed uniti dal significato di "compensazione" dell'energia emessa da due parti in opposizione. Probabilmente, i Romani, nel loro spirito giuridico, sono stati il popolo che con più immediatezza e senza creare alcun sistema teologico complesso, hanno intuito questa verità fondamentale dal punto di vista anche scientifico. E qui vorrei aggiungere che il dibattito su dio o comunque sulle realtà ultime, è un dibattito che riguarda tutti gli uomini, di là dalle differenze di razza ceto sociale ecc., e non è appannaggio esclusivo di sette, chiese o di "eletti". Non a caso i Romani ricomprendevano la religione nel diritto pubblico.

Fatta questa precisazione, ancora qualche parola sulla nascita dello stato. Si tramanda che lo stesso Romolo divise il popolo in trenta curiae (10 per ciascuna tribù), che si riunivano nei comizi curiati, la prima forma assembleare in Roma. La competenza di questi comizi è malcerta. E' probabile che innanzi ad essa si svolgessero vari atti come l'adrogatio e il testamentum calatis comitiiis, di chiara connotazione gentilizia. Peraltro, le fonti ricordano anche un intervento di questi comizi nell'investitura del re, anche se è escluso che avessero poteri di scelta. Il loro compito in materia sembra limitato ad una funzione di acclamazione o ratifica del già avvenuto insediamento del re. Importantissimo era il Consiglio dei maggiorenti o Senato, in cui si dibattevano gli affari della comunità, che era composto dai rappresentanti delle gentes. Infine, va ricordato il ruolo dei Collegi sacerdotali, di origine sicuramente pre-comunitaria, che avevano il compito di assicurare e propiziare il buon accordo tra la comunità umana e le divinità (pax deorum). Questi sono solo cenni sulla primitiva struttura costituzionale romana. Seguiranno ulteriori approfondimenti sulla Costituzione romana dai suoi inizi fino all'età del declino politico-militare.

Abbiamo in questa sede solo abbozzato il tema della nascita della città-stato. E' opportuno riprendere l'argomento con maggiori informazioni, anche di tipo archeologico, per svolgere una indagine più analitica ed esaustiva.  

 

   

 

 

Le origini di Roma. Parte II: Il Lazio tra preistoria e protostoria.

 

La preistoria del Lazio è individuata da località caratteristiche che segnano altrettante tappe dello sviluppo culturale della regione. Il Paleolitico medio è rappresentato dalla località pontiniana, detta così dalla regione pontina che serba le sue tracce. La seconda è da mettere in collegamento col Paleolitico superiore, ed è detta circeiana dal nome del promontorio del Circeo che l'accoglie. Rappresenta invece il Neolitico medio la località detta del Sasso, perché prende il nome dal sito del Sasso di Furbara, a nord di Roma. Testimonianza dell'Eneolitico è invece la già citata cultura di Rinaldone, presso Viterbo, con i suoi presupposti adriatici e trans-adriatici. L'età del Paleolitico inferiore è invece testimoniata dai referti archeologici ritrovati nella valle del Liri e a Roma. Verso il IX-VIII secolo a.C., il territorio laziale ci appare come il punto di incontro di varie genti, stratificatesi nel corso delle ere. Uno strato di popolazione paleolitica, del quale quasi nulla sappiamo, sembra aver preceduto quelle popolazioni neolitiche che gli antichi conoscevano come liguri e sicule. In seguito si sovrappone uno strato di popoli arii, i Latini, cui si aggiunge dal nord una ondata di genti sabelliche, le cui ultime propaggini toccarono il Lazio. Il popolamento del Lazio ha origini antichissime, di cui non è possibile in questa sede ripercorrere le tappe. Basti ricordare la scoperta del cranio rinvenuto a Campogrande presso Ceprano, in uno strato datato a più di 800000 anni da oggi e che con l'inizio dell'ultima glaciazione, intorno a 100000 anni da oggi, incomincia l'era dei Neanderthaliani. 

Preferiamo prendere le mosse dal dall' Età del bronzo, quando si notano indizi di una prima forma elementare di società "retta da capi", e l'esistenza quindi di aristocrazie e di sepolture riservate ai ceti dominanti. Il popolamento del Lazio meridionale e della Sabina, è poco articolato: scarseggiano i siti "difesi". Diversa è la situazione nell'Agro romano, in particolare in quella zona che verrà poi denominata Latium vetus. Qui abbondano i siti su pianoro difeso. Con l'età del Bronzo recente, si hanno le prime prove della integrazione delle attività artigianali all'interno dei centri abitati. Il crescente accumulo di ricchezze in termini di bestiame e prodotti metallurgici, in contesti sociali che ancora non conoscevano la proprietà privata della terra,  determinarono fenomeni di controllo del territorio e delle vie di comunicazione. Un sempre crescente accentramento dell'insediamento, con la scelta di abitati naturalmente difesi soprattutto in località montane, sono fatti documentati anche per il Lazio meridionale e la Sabina. A Casale Nuovo, gli scavi hanno messo in luce l'esistenza di un "quartiere produttivo" risalente alla tarda età del Bronzo, con resti di lavorazione di ceramiche e metalli. Ma la cosa più interessante è la definitiva affermazione di una società contraddistinta da vincoli di dipendenza verso un ceto dominante formato da gruppi di parentela eminenti. Questa rivoluzione sociale si compie nel corso dell' età del Bronzo finale (1200-960 circa a.C.). Il processo di formazione degli abitati proto-urbani laziali ha caratteristiche diverse di quello che interessa i centri etruschi. Si deve notare che molti di essi, già occupati dalla media o dalla tarda età del Bronzo, sorsero per l'accrescimento su pianori meno estesi, scoscesi e delimitati di quelli etruschi, e che perciò abbisognarono di laboriose opere di rafforzamento e sistemazione, con sostruzioni ad aggere e fossa. Nella fase recenziore della prima età del Ferro (850-730 c.a. a.C., i centri proto-urbani cambiano fisionomia. Si rileva la definizione del perimetro poi occupato in età storica ed il concomitante infittimento della popolazione, cosa che denota un marcato incremento demografico. Si assiste anche allo spostamento degli appezzamenti terrieri al di fuori dei centri, appezzamenti posseduti dalle élites, le quali avevano accentrato la proprietà privata. E' un fenomeno che riguarda tutta l'area laziale. I centri di Lavinium, Gabii, Tivoli, Ardea, Satricum, Crustumerium e Fidene, sono interessati da un notevole sviluppo proto-urbano. 

A parte va considerata l'area dei colli Albani, occupata tra la fine dell'età del Bronzo e gli inizi dell'età del Ferro, da villaggi e sepolcreti,  centro di popolamento e fitti scambi commerciali, come ricordano le fonti antiche. Lo spopolamento successivo è stato messo in relazione al sorgere del grande nucleo proto-urbano di Roma, anche se ricerche recenti hanno dimostrato il cambiamento del modello insediativo, con la formazione di alcuni centri attorno al lago di Albano. In proposito si è ipotizzato che Alba Longa non sia stata altro che una federazione di questi abitati, avente il suo centro nel santuario federale di Monte Cavo, prefigurante la futura Lega Latina. Giova a questo punto tratteggiare un quadro generale sulla situazione del Lazio. Il vocabolo Lazio equivale a paese piano ed è da ricollegare all'aggettivo latus-a-um. Esso comprende, in età antica, solo un territorio piuttosto ristretto, delimitato a nord dal Tevere, a sud dal corso d'acqua denominato Numico, ad ovest dal Tirreno e ad est dalla formazione vulcanica dei colli Albani. Questo è il Latium antiquum o vetus, che, con le incipienti conquiste romane, giungerà a estendersi fino al promontorio del Circeo e Terracina (Anxur), e ancora oltre fino a ricomprendere il territorio degli Ernici, degli Equi, dei Volsci e degli Aurunci, territorio noto con il nome di Latium novum od adiectum. I Latini provenivano dall'unione degli Osci con le popolazioni originarie, Siculi e Pelasgi. Questo almeno secondo la tradizione. Essi si presentano però, in età storica, come un ramo degli Italici. Sappiamo che esisteva in antico una confederazione di 30 città latine, e i relativi abitatori si sogliono  indicare col nome di Prisci Latini. A questo punto non possiamo non citare Enea, le cui vicende sono cantate da Virgilio nell'Eneide, il poema nazionale romano. Egli era figlio di Anchise ed Afrodite, principe dei Dardani abitanti sull' Ida. In seguito alla caduta di Troia, che egli difendeva insieme a Priamo contro i Greci, giunse, attraverso varie peripezie, in Italia e ,sbarcando con i suoi seguaci sulle coste del Lazio, divenne il capostipite del popolo Romano. La figura di Enea, avvolta in un alone di leggenda, non può non ricordare le peregrinazioni dei viaggiatori orientali verso Occidente e, segnatamente, verso l'Italia: siamo convinti che nella tradizione, accanto a molti elementi leggendari, sia celato un nucleo di verità. 

Abbiamo cercato così di focalizzare, in modo sintetico ma speriamo efficace, le principali tappe che, dalla preistoria, portano alla protostoria laziale. Non essendo né archeologi né paleo-etnografi, ci siamo soffermati su due fattori che consideriamo della massima importanza: 1) il passaggio da insediamenti sparsi a veri e propri nuclei proto-urbani, con annessi ambienti di lavorazione artigianale fittile e metallurgica; 2) il lento ma inesorabile affermarsi della proprietà agricola privata, detenuta da ristrette aristocrazie. Sono i due elementi fondanti del progressivo sviluppo civile, che vedrà in Roma la sua massima e tipica espressione. La prossima notizia sarà appunto dedicata al tema delle origini di Roma, di come questa oscura cittadina laziale sia emersa dalle nebbie della protostoria e si sia imposta a tutta l'ecumene conosciuta in età storico-classica.

 

 

 

 

Le origini di Roma. I° Parte: l'Italia tra Centro Europa ed influssi orientali.

 

L'argomento che ora trattiamo è di quelli che incutono un senso di sbigottimento per via della loro complessità. Ci aiuteremo dividendolo in più notizie, per facilitare una esposizione il più possibile chiara e sistematica. 

Ancora oggi, sfuggono agli archeologi parecchi particolari della nascita di Roma. Tracceremo preliminarmente un quadro degli insediamenti presenti in Italia, soprattutto in quella centrale, fin dalla preistoria. 

La penisola italica ha ospitato popolazioni umane fin dall'età paleolitica. Tracce di queste popolazioni sono state individuate negli Appennini ed inoltre in Liguria e nel Lazio. Si conviene oggi che tutta l'Italia, nel periodo ricompreso tra la fine del paleolitico all'inizio dell'età del bronzo, sia stata la sede di una civiltà uniforme, che usava levigare la pietra, inumare i cadaveri ed abitare in capanne. L'Italia, nel periodo neolitico, ospitò una civiltà notevolmente sviluppata, anche con riguardo all'agricoltura. Questa civiltà non era di origine ariana ma costituì il sostrato di quei popoli italici cui vennero a sovrapporsi gli Indoeuropei che, pur portando nuovi elementi civilizzatori, furono a loro volta influenzati dai loro predecessori. La civiltà neolitica, nel suo svolgimento, subì il contatto di altre civiltà più progredite, situate nel bacino del mar Egeo. Ciò è provato dal passaggio dal periodo neolitico a quello eneolitico, quando dalla Sicilia all'Italia settentrionale, le popolazioni residenti iniziarono ad usare il rame, la cui lavorazione era nota nel bacino egeo e soprattutto a Cipro. 

Conferma di questa influenza egeo-anatolica è data dalla cosiddetta cultura di Rinaldone, che prende il nome da una località vicino Viterbo. Secondo C. Pofferi (2011), "La cultura di Rinaldone si sviluppa, dominando incontrastata il Lazio, l'Etruria insulare, meridionale e settentrionale, tra il secondo quarto del IV millennio e la fine del III, o più esattamente da circa il 3600 a.C. al 1980 a.C.,...I luoghi rinaldoniani sono ricchi di materie prime: nelle Colline Metallifere era presente il rame, come nella zona di Ponte San Pietro e sui monti di Castro, l'antimonio e e il solfuro di mercurio, cioè il cinabro, usato per colorare il volto dei defunti, presente anche nella zona di Santa Fiora. Sicuramente i portatori della cultura rinaldoniana erano cercatori di metalli, forse i primi nelle nostre terre...Cercatori di metalli, navigatori che provenivano dall'area egeo-anatolica, dove troviamo sepolture di inumati in posizione rannicchiata in tombe a grotticella, come nell'Anatolia nord-occidentale a Troia II, a Bozuyuk, Yortan o nell'isola di Melos nelle Cicladi. Questi Rinaldoniani provenienti dall'area egeo-anatolica sbarcarono alla foce del fiume Fiora, ma li troviamo anche sulle rive dell'Arno, a San Lorenzo a Greve, vicino all' Impruneta ricca di rame...L'origine della cultura rinaldoniana pare quindi debba essere ritrovata nell'area egeo-anatolica e più specificamente nelle isole Cicladi e nella terraferma della costa occidentale anatolica. Anche la sua scomparsa ci indica il legame con queste terre. Infatti la cultura rinaldoniana scompare durante il Bronzo Antico senza lasciare apparenti eredità culturali: l'ultimo ritrovamento della cultura rinaldoniana è datato con il radiocarbonio al 1980 a.C....Tutto questo accade in un periodo nel quale avvengono nel Mediterraneo e nell'Europa due eventi importantissimi 1) la massima espansione della civiltà Minoica e 2) la massiccia migrazione in Europa di popolazioni indoeuropee...La cultura di Rinaldone, come quella del Gaudo, sono frutto quindi di migrazioni di popoli, provenienti dall'area egeo-anatolica, indicati nel mito come i Giganti, ed entrambe spariscono all'inizio del secondo millennio per il sopravvenire della civiltà Minoica e l'avvento delle popolazioni indoeuropee." 

Al periodo tra il 1500 e il 1000 a.C., si possono datare le migrazioni arie o indoeuropee. Queste popolazioni, ben lungi dall'essere una "razza pura", erano entrate in contatto con altre stirpi e altre civiltà, anche dal punto di vista linguistico. Dibattuta è fra gli studiosi la provenienza geografica di questi popoli: le teorie più accreditate fanno menzione dell'Asia centrale o le regioni meridionali della Russia. Comunque non è da attribuire agli Indoeuropei il merito della scoperta del bronzo. Analogamente a quanto abbiamo visto per i Rinaldoniani a proposito del rame, la diffusione del bronzo, nell'Europa meridionale, ha seguito una rotta che ci riporta all'Oriente ed al mar Egeo. Di certo queste popolazioni, nel loro girovagare dalla Russia meridionale fino alla valle del Danubio, assunsero molti elementi di progresso. Le prime prove della loro infiltrazione in Italia, risalgono al finire del periodo neolitico, quando appare un tipo di necropoli con i relativi riti di sepoltura e una peculiare quantità di oggetti di metallo. Caratteristico di quest' epoca è il rito dell'incinerazione, che, sebbene non tipico degli Arii, fu da questi diffuso in Europa. Altra caratteristica della civiltà aria, è il modo di costruire i centri abitati, seguendo l'ordine geometrico; la separazione del villaggio dalla necropoli ed una notevole abilità nei lavori di scavo, nell'arte di condurre le acque e di erigere argini e contrafforti. Gli aborigeni resistettero tuttavia a queste ondate di migrazioni indoeuropee, finendo per mescolarsi con i nuovi arrivati: una prova di ciò è data dallo stesso lessico del latino che, accanto a radici indoeuropee, presenta vocaboli sicuramente attinti dalla lingua delle popolazioni primitive. 

La cultura villanoviana (X-VIII sec.a.C.) è una facies della prima età del ferro, le cui radici vanno ricercate nella cultura protovillanoviana, ed è la fase più antica della civiltà etrusca. Il protovillanoviano ( 1200-1000), ad opinione di taluni studiosi, viene considerato come un fattore agglutinante dell'intera penisola, le cui manifestazioni sono presenti dalla Val Padana fino alla Sicilia. Il dato dirimente tra cultura subappenninica e cultura protovillanoviana è costituito dal fatto che la prima utilizza il sistema funerario dell' inumazione, mentre la seconda utilizza quello dell'incinerazione. Verso il 1000 è databile la scomparsa del Protovillanoviano, che sparisce in alcune zone d'Italia, mentre in altre si sviluppa nel Villanoviano, caratterizzato archeologicamente da sepolture ad incinerazione in urne biconiche. Ma dicevamo del rapporto tra cultura villanoviana ed Etruschi. Questo rapporto si caratterizza per un elemento preciso, proveniente dall'Oriente. Per gli antichi (Plinio il Vecchio, Erodoto ed Ellanico di Lesbo), infatti, gli Etruschi sono identificati nella popolazione dei Lidi, originari dell'Asia Minore, giunti in Italia tra il 1221 e il 795 a.C.  Possiamo dar credito a questa antica tradizione ? Ricordiamo che esistono altre due principali teorie sull'origine degli Etruschi: la prima è quella dell'autoctonia, sostenuta da Dionigi di Alicarnasso ( e ripresa in età moderna dallo studioso italiano Massimo Pallottino); la seconda si basa su un testo di Tito Livio che collega gli Etruschi ad una popolazione alpina, i Reti. 

A nostra opinione, sono facilmente accettabili sia la teoria dell' autoctonia, sia quella dell'immigrazione dall'Oriente, sol che si pensi alla possibilità della fusione dei Protovillanoviani con gli immigrati lidi, che eccellevano nella metallurgia. Abbiamo già visto che la cultura Rinaldoniana ha una forte connotazione orientale e non stupirebbe davvero se anche gli Etruschi, forse solo nella componente aristocratica della loro società, fossero un amalgama di stirpi diverse. E  anche  i Pelasgi sono noti per avere origini orientali, in particolare greche: Dionigi di Alicarnasso attesta che all'incirca nel XVI sec. a.C., giunse in Italia una spedizione guidata da Enotrio e Peucezio. Si chiamano Pelasgi le popolazioni preelleniche antenate dei Greci. In senso lato si indicano con questo nome gli abitanti dell'area egea prima dell'avvento della lingua greca. Una consolidata tradizione antica (Ferecide, Ellanico, Filisto, Erodoto, Strabone, Varrone e Dionigi di Alicarnasso), assegna ai Pelasgi un ruolo di primo piano nel popolamento dell'Italia. 

"Dionigi di Alicarnasso - dice C.Pofferi - sostiene che la spedizione "più antica partita dalla Grecia alla volta "delle coste occidentali dell'Europa" è quella degli Aborigeni (i futuri Latini n.d.r.) che "occupavano la terra che era degli Umbri". Questo elemento è da sottolineare perché prova che, secondo Dionigi di Alicarnasso, gli Umbri erano già presenti in Italia nel XVI sec. a.C., cioè nel Bronzo Medio Iniziale...I Pelasgi erano anch'essi di origine greca...abitarono Argo di Acaja per cinque generazioni, intorno a circa il 1484 a.C., partirono dal Peloponneso ed arrivarono in Tessaglia, alla sesta generazione dall'arrivo, cioè circa nel 1334 a.C., ne furono espulsi. Raggiunsero Creta, alcuni arrivarono nelle Cicladi, nella Estiotide, nella Beozia, nella Focide, nell'Eubea. Occuparono le spiagge dell'Ellesponto, molte isole dirimpettaie e l'isola di Lesbo. La maggior parte però si diresse verso Dodona e da qui " poiché la terra non era sufficiente a nutrire tutti, lasciarono la regione in obbedienza a un oracolo che prescriveva di navigare alla volta dell'Italia, che allora era detta Saturnia".  

 Abitatori dell'Italia sono stati gli Umbri che, secondo una antica tradizione, erano discendenti dei Galli e venivano considerati il popolo più antico d'Italia. Secondo C. Pofferi " ...gli Umbri sono un popolo di ceppo indoeuropeo di origine celtica le cui prime attestazioni archeologiche devono essere trovate immediatamente dopo il 2345 a.C...Ma dove erano insediati gli Umbri secondo la storiografia antica ? ...Per Erodoto...gli Umbri abitavano anche a nord tra le Alpi e il Danubio...Servio sostiene che anche Mantova fosse città Umbra. Strabone ricorda che gli Umbri furono chiamati a Ravenna dai Tessali (Pelasgi n.d.a.) fondatori della città per cacciare gli Etruschi. Strabone considera Rimini e Ravenna insediamenti umbri. Plinio definisce Ravenna Sabinorum oppidum a riprova della discendenza dei Sabini dagli Umbri". L'autore osserva che idronimi e toponimi umbri, non solo sono diffusi in Italia, ma praticamente in tutta Europa e la Gran Bretagna. 

Che senso dare a tutte queste notizie? Non a caso abbiamo intitolato questo post mettendo in rilievo la posizione dell'Italia tra nord Europa e mondo egeo-anatolico. Infatti, alla provenienza euroasiatica degli Indoeuropei, possiamo avvicinare elementi etnico-archeologici di popolazioni giunte in Italia dall'Oriente mediterraneo. Le ondate migratorie sia dal Nord sia dall'Est dovettero essere massicce e di numero imprecisato o meglio imprecisabile. Ciò che sorprende è la parentela che unisce il mondo mediterraneo al mondo europeo-settentrionale, quasi una mescolanza etnica di stirpi a prima vista lontane tra di loro. Così, secondo una tradizione che risale a tempi immemorabili, recepita dagli scrittori classici, gli Umbri sono messi in relazione sia coi Celti, sia con i Pelasgi, che, come abbiamo visto, erano genti preelleniche. Non solo: secondo Plinio i Sabini sarebbero discesi dagli Umbri. E che dire dei legami tra Villanoviani ed Etruschi? Questo legame sussiste nel quadro di una influenza orientale, da cui è chiaramente interessata la cultura Rinaldoniana, una delle più antiche d'Italia. Complessivamente, se diamo credito a questa tradizione classica e preclassica, possiamo dire che tutti i popoli sono imparentati, pur considerando gli episodi di ostilità tra di loro avvenuti. In riferimento agli Etruschi, possiamo considerare superata la teoria della  autoctonia, se riguardata ovviamente nella sua assolutezza. Immaginiamo che fiotti di lidi siano sbarcati in Etruria, dando luogo alle aristocrazie, ma unendosi in qualche modo alle precedenti popolazioni.

E' da questo miscuglio di razze che nasce la civiltà di Roma. Il prossimo post sarà dedicato all' illustrazione dell'ambiente antropologico e delle condizioni materiali nel Lazio primitivo.  

 

Osservazioni finali sul rapporto fra i Romani ed i popoli con cui vennero a contatto.

 

Avrei voluto tracciare qualche linea delle relazioni fra i Romani e le popolazioni autoctone di Sicilia e Sardegna, ma il compito si è rivelato arduo per la relativa scarsità di trattazioni specifiche in materia. Quello che possiamo dire è che in Sicilia i Romani ereditarono queste relazioni dai coloni greci, ma sappiamo che il popolo dei Siculi (una delle etnie che abitavano l'isola prima della venuta dei Greci, insieme ai Sicani e gli Elimi) sembra scomparire nell'età del tiranno siracusano Agatocle, scomparsa probabilmente dovuta al processo di acculturazione, lento ma inesorabile, messo in atto da parte dei nuovi arrivati. Ancora meno si sa dei Sicani e degli Elimi, genti di oscura storia ed origine. 

Qualcosa di più si sa sulla Sardegna. Al termine della prima guerra punica, Roma intervenne nell'isola erigendola a provincia con la Corsica ( 227 a.C.). Per circa un secolo, l' occupazione romana fu violentemente contrastata soprattutto dalle bellicose popolazioni dell'interno. Durante la seconda guerra punica, su impulso di Cartagine, vi fu una sollevazione generale contro i Romani da parte delle città sardo-puniche della costa, affiancate dalle tribù sarde. Lo scontro finale si ebbe nel Campidano, dove la coalizione fu sconfitta nel 215 a.C. dal console Tito Manlio Torquato. Dopo altre vicende belliche, nel I sec. a.C., l'isola godette di una condizione di pace che persisté durante i secoli dell'Impero. Comunque i Romani si limitarono a colonizzare le zone costiere e non controllarono mai veramente le aree interne dell'isola. 

Eccoci dunque al tema della presente notizia. Quale fu la natura dei rapporti avuti dai Romani con gli altri popoli italiani ? In questa sede parleremo dei rapporti culturali e solo a volo d'uccello di quelli politico-militari, già sommariamente trattati in precedenti notizie. Ci risulta che la nazione più estesa e potente del Settentrione d'Italia sia stata quella dei Celti, confinanti a sud-ovest con i Liguri (peraltro forse imparentati con i medesimi) e ad est con i Veneti (o Venetici). Intanto, possiamo contare 6 tribù: gli Insubri, stanziati nell'odierno Piemonte; i Cenomani, stanziati nell'area odierna di Brescia e Verona; I Boi, (area emiliana); i Senoni (area romagnola fino alle Marche settentrionali dove fondarono Sena Gallica, l'attuale Senigallia); i Leponzi (nell' area tra Lombardia occidentale e Piemonte orientale); ed infine i Carni (nell'area delle Alpi orientali, nell'attuale Friuli-Venezia Giulia). I Carni furono vinti dai Romani nel 115 a.C., e tale vittoria iniziò il processo di latinizzazione delle terre da essi occupate. Come risalta in piena evidenza, i popoli celti erano insediati un po' in tutta l'area dell'Italia continentale. Che fusione ci sia stata tra i Celti e i Romani vincitori è una cosa fuori discussione. Ma quale apporto diedero i Celti alla formazione della civiltà romana ? Abbiamo già ricordato l'armamento e le tattiche belliche, nonché l'assimilazione nel Calendario romano della dea Epona, divinità celtica protettrice dei cavalli e delle giumente. Si sa che i Romani imparavano dai popoli con cui entravano in relazione, Italici, Greci ed Etruschi, e si distinguevano per una relativa tolleranza religiosa. Ma che dire del fenomeno del druidismo ? Mentre i Romani incorporarono l'intera Etrusca disciplina, l'imperatore Claudio, regnante nel I sec. d.C, ed autore di una vasta opera sulla storia etrusca intitolata Thyrrenicà, giunse a proibire assolutamente la religione dei Druidi, forse per colpire al cuore l'identità celtica.

I Druidi non formavano una vera e propria casta sacerdotale, ma erano una ristretta corporazione di persone, a capo della quale stava un sacerdote supremo a vita. Essi erano i sacerdoti e i maestri del loro popolo nelle materie sacre e profane, risolvevano le contese tra privati e tra gli Stati, erano medici ed indovini e dirigevano l'intera vita spirituale della propria gente. Oltre al complesso della disciplina religiosa, si occupavano di etica, diritto, matematica, astronomia, fisica, medicina e divinazione, tutte dottrine intrise di misteriose superstizioni. Che io sappia non ci sono stati cospicui contributi dei Celti alla civiltà dei Romani, forse perché questi li consideravano Barbari o forse per via di un motivo geografico o "genetico": all'epoca dell'incontro-scontro tra Galli e Romani (IV sec. a.C.,), la civiltà romana appare già formata. 

Tutt'altro discorso si deve fare per gli Italici, soprattutto Latini e Sabini. I primi abitavano la regione corrispondente all'attuale Lazio.  A seguito di un processo di aggregazione, essi formarono degli Stati autonomi, riuniti nella Lega latina, federazione di tipo politico-religioso. Il suo centro sacrale era il santuario di Juppiter Latiaris, situato sui colli Albani. La Lega era retta in età storica da un magistrato federale, il dittatore, nominato a turno dalle varie comunità. E' probabile che altre magistrature della Lega, come l'edilità e la pretura, siano state adottate dalla costituzione romana. Agli inizi la Lega era costituita dai centri di Alba Longa, Roma, Ariccia, Tuscolo, Lanuvio, Preneste, Tivoli e Laurento, sempre in competizione tra loro per assicurarsi il dominio sul Lazio. Roma distrusse Alba Longa e fu esclusa dall'ordinamento latino. Questo fatto portò alla lotta tra Roma e i Latini, che si concluse intorno al 496 a.C., quando, al lago Regillo, i Romani riuscirono a batterli. L'esito della guerra portò alla stipulazione di un trattato, il foedus Cassianum (493 a.C.), tutt'altro che vessatorio nei confronti degli sconfitti e costituente la base per un futuro diritto latino. I Latini diedero peraltro un contributo fondamentale alla nascente civiltà di Roma, città che avrebbe esteso la lingua latina a tutto il bacino del Mediterraneo e che, probabilmente, in fatto di ordinamento giuridico, mutuò molte cariche pubbliche dall'organizzazione politica latina. 

 I Sabini vengono in rilievo per la fondazione di Roma. Essi erano un popolo antichissimo dell'Italia centrale, che formava un ramo della stirpe italica appartenente alla razza ariana. Ad esso consanguinei erano da un lato i Latini, dall'altro gli Umbri e i Sanniti insieme coi popoli che traevano da questi ultimi l'origine (Sabelli). Alla stirpe dei Sabini appartenevano i piccoli popoli dei Marsi, dei Marrucini, dei Peligni, dei Vestini, i quali sono compresi nel nome comune di Sabelli. Ma la mancanza di unità politica rese ai Romani facile la loro sottomissione: nel 290 a.C., furono assoggettati dal console M. Curio Dentato ed ottennero il diritto di cittadinanza sine suffragio (senza cioè il diritto di voto). Ma è solo con la fine della guerra sociale (91-88 a.C.), che tutte queste tribù furono soggiogate, ottenendo la cittadinanza romana.  I Sabini, secondo una consolidata tradizione, intorno all'VIII secolo a.C., occuparono il colle Quirinale, ed entrarono a far parte integrante della città di Roma. Si ricorda la figura di Tito Tazio che avrebbe regnato per alcuni anni con Romolo. Si ricorda anche la distinzione dei Sabini in "palatini" e "collini", questi ultimi stanziati sul Quirinale. 

Contributo fondamentale dei Sabini alla teologia romana è il dio Quirino (il dio delle curie, primissima ripartizione amministrativa dello Stato romano), ed anche alcuni re, come Anco Marzio, sono di origine sabina. 

Ci approssimiamo alle conclusioni. Roma ebbe un fitto scambio culturale con Italici, Etruschi e Greci, con questi ultimi ad iniziare dal IV-III sec. a.C., attraverso l'ingerenza romana negli affari prima delle città magnogreche e poi di quelle siceliote, a tal punto che la civiltà romana appare tripartita, composta cioè delle influenze politico-culturali di questi tre popoli. Quello che appare subito evidente è la maggiore e più articolata struttura costituzionale di Roma, laddove gli altri popoli erano caratterizzati da una organizzazione politica meno coesa, e quasi dispersiva, che non permetteva loro di raggiungere una vera e propria unità giuridico-politica: pensiamo alla Lega latina, a quella Italiota, a quella Etrusca e , per finire, alla Lega italica, della quale ultima abbiamo già sommariamente narrato le vicende. Solo Roma, in effetti, fu in grado di creare ed imporre uno Stato accentratore, in grado di unificare le genti della Penisola. 

Questa ci appare, già in età antica, come una unità diversificata, contraddistinta da rapporti di parentela genetica o di fusione culturale tra i suoi vari popoli: i Romani erano, in sostanza,  Latini, Sabini ed Etruschi, e  questi ultimi subirono la sovrapposizione, a volte traumatica, a volte pacifica dei Celti;  gli Italici erano un gruppo di popolazioni fra di loro variamente imparentate ed interconnesse: è tutto un insieme di relazioni che sfociarono nella politica accentratrice di Roma, che, senza questo retroterra di contiguità, non avrebbe mai potuto imporre il suo diritto. 

Fu infatti questa fitta trama di legami e affinità a favorire l'espansione della civiltà romana. I Greci ritenevano Roma una città greca: ai loro occhi solo questa "investitura" era in grado di spiegarne il prestigioso successo; ma se essa non nacque come una polis greca, presto risentì del fascino della cultura ellenica, fino ad "ellenizzarsi"; tuttavia sarebbe un madornale errore considerarla come uno Stato ellenistico, considerata la sua indiscutibile, originale fisionomia. Parleremo a suo luogo dei successivi sviluppi della relazione tra civiltà romana e civiltà greca, quando ci occuperemo dell'Impero Bizantino, definito "monarchia medievale ellenistica", ma che sarebbe più giusto descrivere come " monarchia medievale greco-romano-cristiana".

In sintesi, abbiamo al nord l'area celtico-veneta, che risulta completamente romanizzata alla fine del I sec. a.C., ; al centro l'area romano-italica e al sud l'area greca, romanizzatasi a partire dal III secolo a.C. Le isole subirono una romanizzazione più tarda nel corso dei secoli dal III  a.C. fino a tutta l'età imperiale.  

Un'ultima considerazione. A parziale rettifica di quanto precedentemente detto a proposito del rapporto tra Germani e Romani, quando abbiamo affermato che l'elemento germanico non entrò mai a far parte della tradizione romano-italiana, bisogna aggiungere che la romanità prostrata del V-VI sec. d.C., riuscì a metabolizzarlo, prima con il Regno Ostrogoto, l'ultima creazione del diritto pubblico romano, e poi con l'assimilazione dei Longobardi, che lasciarono tracce indelebili nella toponomastica e nell'arte italiane.  

Greci, Italioti, Sicelioti e Romani. 

 

Per descrivere i rapporti millenari tra le due "sorelle classiche", Grecia e Italia, occorrerebbe una enciclopedia. In questa sede ci limiteremo a fornire qualche informazione sulle vicende che hanno portato le due Nazioni ad entrare in contatto e ad interagire proficuamente per lo sviluppo della civiltà. Inizieremo con l'esporre le prime interferenze dei Romani in ambito magnogreco e siceliota, per poi allargare lo sguardo ad alcuni aspetti del rapporto culturale tra Roma e la Grecia.

Al termine della terza guerra sannitica Roma si era ormai ingerita nelle vicende che riguardavano le dinamiche relative alle pressioni degli Italici (Osco-Sabelli) e di Siracusa sulle città della Magna Grecia. Secondo Pani-Todisco (2014), queste ultime avevano stretto, forse fin dal 393 a.C., una Lega, chiamata Italiota. Nell'Italia meridionale, nei tempi più antichi, i coloni greci incontrarono popolazioni che la tradizione indica con il nome di itali, coni e morgeti. In generale la convivenza dovette essere pacifica, anche se con momenti di tensione. Solo nel V sec. a.C., con la calata di popolazioni bellicose come i Lucani e i Bruzi, la pressione sulle colonie greche aumentò sensibilmente costringendole sulla difensiva. La mancanza di coesione tra gli insediamenti greci i cui rapporti anzi erano incentrati su una accesa rivalità, unita alla pressione dei popoli italici, indebolirono alla lunga le città della Magna Grecia, che nel IV sec. a.C., andarono incontro a un forte declino politico e militare. In più, all'orizzonte si profilava l'espansione romana. Roma, che aveva conquistato il Sannio e la Campania intorno al 302 a.C., stipulò con Taranto un trattato in base al quale si impegnava a non navigare oltre capo Lacinio. Tuttavia Roma aveva stipulato un foedus anche con i Lucani, nemici di Taranto. Nel 299, essa in pratica violò quanto stabilito nel 302, giungendo a inviare una flotta al porto di Taranto. A questo punto la città magnogreca chiese l'aiuto di Pirro, re dell'Epiro, che venne tuttavia sconfitto dai Romani nel 272 a.C., ponendo fine al tentativo, invero non poco confuso, di dare coerenza e compattezza all'elemento greco nell'Italia meridionale. Tale sconfitta determinò in pratica la fine dell'indipendenza della Magna Grecia, e le sue città divennero federate con l'obbligo, secondo il modus operandi romano, di fornire contingenti armati. Tuttavia la Magna Grecia, madre di grandi eventi culturali come la scuola eleate, il pitagorismo e l'orfismo, ebbe un ruolo fondamentale nell'ellenizzazione di Roma e dell'Italia fin dai tempi più antichi, processo giunto a compimento con la resa di Corinto nel 146 a.C.

I greci arrivarono in Sicilia dopo essere giunti in Italia, a Ischia. Nell'isola essi fondarono numerose colonie: Siracusa, Megara Iblea, Zancle (Messina), Nasso, Leontini e Catania. Non è nostra intenzione ripercorrere le tappe della storia della Sicilia greca; ci soffermeremo solamente sulle vicende dell'isola in età romana. Con Ierone, signore di Siracusa dal 275 a.C., finisce l'indipendenza della Sicilia: ormai le potenze egemoni erano Roma e Cartagine, impegnate nella lotta per la supremazia nel Mediterraneo. I Romani fecero nel 241 a.C. della Sicilia la prima provincia dell'Impero. Il governo romano, affidato a un pretore, per quanto pesante nell'esigere le decime, lasciava una certa sfera di autonomia alle aristocrazie locali che avevano modo di arricchirsi e prosperare. Con la conquista romana iniziava una nuova era dell' economia isolana, ormai complementare a quella dell'Italia. Nonostante il fiorire della civiltà urbana, le città greche iniziarono a decadere inesorabilmente. Durante l'Impero, la Sicilia rimase relativamente appartata, subendo la concorrenza di altre regioni produttrici di grano, come l'Egitto. Costante ed incisiva fu invece l'influenza in campo culturale e solo in età augustea fu introdotto a Taormina un calendario romano. 

Ma giungiamo ora a parlare dell'influsso della Grecia classica su Roma, anche se per adesso ci limiteremo ad alcune osservazioni generali. E' noto il verso oraziano per cui la Grecia conquistata introdusse le arti presso il rozzo conquistatore romano. In effetti, l'apporto greco alla cultura romana fu immenso. La stessa letteratura latina inizia con le opere di un tarantino, Lucio Livio Andronico, che tradusse l'Odissea in versi saturni, con l'intento di avvicinare i giovani romani allo studio della letteratura greca. Insieme agli Etruschi, i Greci modellarono l'architettura romana, checché ne abbia pensato l'incisore Giovanni Battista Piranesi, il quale proclamava la superiorità dell'architettura romana su quella greca, anche perché la prima aveva una funzione "civile".

Ma l'argomento che qui più ci interessa è dato dal rapporto tra filosofia greca e diritto romano, tra "l'amore per il sapere" e la prudentia o sapientia civile romana. E' Cicerone che nel De legibus affronta il problema. In primo luogo, la filosofia greca introdusse in Roma la riflessione sul fondamento del diritto, quella che in termini moderni è denominata filosofia del diritto, che ebbe proprio in Cicerone il suo massimo cultore in Roma. Secondo il romanista C.A. Maschi, invece, "Nonostante la validità di taluni enunciati, nella Grecia antica manca una scienza del diritto e perciò è assente una filosofia del diritto" . Continua il Maschi riferendosi all'esperienza romana: "Non si costruisce un 'sistema filosofico' in cui inserire una sezione di 'filosofia del diritto', ma si indaga sulla realtà del diritto per scoprirne il fondamento, lo scopo, i modi di attuazione. Filosofo del diritto non è chi esercita la professione di filosofo, ma chi tende a cogliere la verità del diritto tramite la sua conoscenza". A proposito ricordiamo che il tardo fragmentum Dositheanum parla esplicitamente del diritto come veritas.

Non sembra peraltro che i giuristi romani abbiano affrontato problematiche riguardanti né la filosofia né la storia del diritto, temi che rimasero ampiamente al di fuori del lavoro giurisprudenziale, ove si eccettuino spunti relativi al rapporto tra ius naturale-ius gentium e ius civile, che colgono il fenomeno giuridico nella sua dinamicità storica. Inoltre, tracce di una riflessione storica si possono cogliere nel lungo frammento del Liber singularis enchiridii (Manuale) di Pomponio, inserito nel Digesto. In questa operetta è descritta la successione delle magistrature, dagli inizi all'età di Adriano, senza che il giurista distingua magistrature repubblicane e nuovi uffici imperiali. Anche il Principe è ricompreso nella lista, sebbene non si possa equipararlo di certo ad un magistrato nel senso tradizionale. La mancanza di una distinzione è da addebitare alla concezione onnicomprensiva delle potestates che avevano i Romani, per la quale il diritto, in questo caso pubblico, è un flusso storico continuo di istituti che si accavallano e si sovrappongono nel corso del tempo, senza essere sistemati in categorie concettualmente vincolanti. Altra tipica caratteristica del diritto romano è la giuridicizzazione dei rapporti politici.

  Pertanto, si può asserire che l'incontro tra filosofia greca e diritto romano dette i suoi frutti maggiori nel settore dell' applicazione dell'arte dialettica al pensiero dei giuristi, nonostante questa fosse dileggiata dallo scrittore greco Plutarco. Ma in cosa consiste la tecnica dialettica o diairetica ? Essa è una tecnica definitoria. Alla definizione di un concetto si giunge dalla posizione di un concetto più ampio ( genus), in cui il primo rientra. Il genere, attraverso successive divisioni (divisiones), individuate per differentiam, viene scomposto in specie (species), cioè in classi e sottoclassi sempre più circostanziate e specifiche, fino a giungere al concetto da definire (il definiendum), caratterizzato da una proprietà che inerisce solo ad esso, connotandolo univocamente. I giuristi romani hanno indubbiamente operato con questo metodo, senza peraltro approfondirne i presupposti filosofici. Scrive M. Talamanca (1977):  " I prudentes romani hanno assunto...il procedimento diairetico e classificatorio in una struttura essenziale ed a-problematica: ma, in tale forma, questo procedimento ha costituito per l'ars iuris, come del resto per tutte le artes, un momento essenziale per l'elaborazione scientifica della materia trattata. Nel loro atteggiamento pragmatico i giuristi romani non sembrano, però, aver risentito delle discussioni che si aprivano nell'entroterra filosofico della diairesis" o nelle sovrastrutture formali che la tecnografia più recente andava ispessendo intorno alla stessa. E per quanto ne concerne le regole tecniche che si erano venute fissando a partire da Aristotele, anch'esse sono soltanto marginalmente considerate, più che altro al livello storico dei veteres. Ma questo è un tratto che non si deve pensare caratteristico della scienza giuridica nei confronti delle altre artes: per quanto possiamo sapere di queste ultime, una discussione formalizzata sul piano dei presupposti teorici del metodo diaretico concretamente adottato e motivazioni di singole opzioni su una base siffatta mancano per i cultori delle altre artes come per i iurisprudentes. V'è una particolarità che, forse, si può notare nella giurisprudenza: l'assunzione, come metodo scientifico imprescindibile, della diairesis non comporta la costruzione di sistemazioni e classificazioni complesse, in cui tutta la materia del diritto si ramifichi... dai genera perpauca che dovevano costituire il primo livello di uno stemma diairetico complesso". 

Il fatto è che la sistemazione normativa, dominata dall'analogia e connessa al metodo casistico, ( in pari causa pari trattamento), è, al pari dell'arte dialettica, solo uno strumento nelle mani della giurisprudenza per erigere il "sistema" del diritto, (o ars iuris), che è così unitario e indivisibile.   

 

 

Italici e Romani.

 

Per Italici si intende quell'insieme di popolazioni indoeuropee stanziatesi lungo la dorsale appenninica a partire dal II millennio a.C., e caratterizzate dal parlare le lingue appartenenti al gruppo osco-umbro e latino-falisco. L'area geografica di stanziamento di questi popoli va approssimativamente dall'Umbria fino alla Calabria, passando per il Lazio, l'Abruzzo, la Campania e la Lucania. Secondo Tucidide ed altri autori greci e romani, anche i Siculi, antica popolazione della Sicilia, avrebbero avuto origini italiche. Tra tutti questi popoli, Roma ebbe più stretti rapporti con i Latini e i Sabini, argomento che affronteremo quando parlerò della nascita dell'Urbe.

In questa sede, vorremmo fare un discorso diverso da quello svolto a proposito dei rapporti fra Etruschi e Romani, che, nei limiti imposti dallo spazio a disposizione, era improntato all'aspetto culturale. Qui vorremmo mettere in luce invece il tema dei rapporti politici tra Roma e gli Italici, tema che ci sembra particolarmente interessante. 

Per iniziare, tracceremo un quadro storico-culturale delle antiche genti abitanti l'Abruzzo montano. La civiltà delle età del bronzo e del ferro, ha lasciato testimonianze abbondanti a Corfinio e Sulmona, che, secondo l'opinione comune, fu la patria del poeta augusteo Ovidio. Le divinità venerate a Corfinium erano quelle tipiche degli Umbri, degli Osci e dei Sabini. La divinità adorata in modo particolare dai Peligni, popolo abitante la zona di Corfinium, doveva essere Ercole, a cui era dedicato un importante tempio della regione.

Ma come si arrivò dalla Confederazione romano-italica al bellum sociale scoppiato nel I sec. a.C., che vide contrapposti i Romani ai loro alleati, o soci, italici ? La Confederazione era una struttura geo-politica creata dai Romani nei secoli III e II a.C. , e da essi egemonizzata, fondata su trattati stipulati con i singoli popoli italici (come Marsi, Sanniti e Lucani). Roma gestiva i relativi territori mediante una fitta rete di soluzioni politico-amministrative come le coloniae civium Romanorum, colonie latine e municipi, che garantivano la autonomia locale. La politica di Roma nei confronti dei popoli sottomessi, era caratterizzata da diversi trattamenti a seconda dell'atteggiamento del popolo che si dominava o si voleva dominare. A un atteggiamento pacifico e remissivo, corrispondeva un trattamento mite e benevolo; diverso era il comportamento dei Romani verso popoli fieri e ribelli, fino al punto di attuare forme di genocidio, come accadde ai Galli Senoni e, per restare in ambito italico, agli Equi. 

Tributi gravosi in genere non venivano imposti, salvo l'obbligo di fornire contingenti militari. Tra tutti gli alleati, i Latini godevano di uno status privilegiato, in considerazione della vicinanza culturale con Roma. Al tempo dei Gracchi i rapporti fra Roma, la città egemone, e gli alleati italici, avevano già iniziato ad incrinarsi, a causa dell'approvazione di leggi agrarie, che, se da un lato, erano rivolte a beneficio dei proletari romani, dall'altro ebbero l'effetto di scontentare i latifondisti italici poiché andavano contro i loro interessi. Nel 91 a.C., il tribuno della plebe Marco Livio Druso si fece portatore delle rimostranze dei federati Italici, con proposte di legge miranti a concedere la cittadinanza romana a tutti i soci. La politica di Druso non piacque alle classi dirigenti romane e nel 91 egli fu assassinato. L'uccisione del tribuno fu la scintilla che fece divampare il conflitto. 

Narra D. Ludovico (1961): " Inizialmente i fermenti devono aver assunto forme evidenti nei territori dei Marsi e dei contigui Peligni e Vestini...Ai confini occidentali del Sannio, la città fortificata di Venafro, che ospitava due coorti romane, venne occupata di sorpresa da Mario Egnatio ( sannita o campano) con la complicità degli abitanti e la guarnigione fu massacrata. Nel Sannio le truppe italiche erano comandate dal pretore Vettio Scatone...Vettio affronta il console Sesto Giulio Cesare, che con truppe raccogliticce si dirigeva a marce forzate in soccorso della colonia romana di Aesernia, e lo batte infliggendogli severe perdite...Il grosso delle forze sannite, al comando di Papio Mutilo, dilagò nella Campania impadronendosi di Liternum, di Stabia e di Salerno...In Lucania, l'insurrezione ugualmente divampò capeggiata da Marco Lamponio, che sconfisse il romano Sulpicio Galba obbligandolo a chiudersi in Grumento. La città fu presa dai Lucani, e Galba riuscì fortunosamente a salvarsi, con l'aiuto prestatogli da una donna lucana e da alcune schiave. Gli insorti si preoccuparono intanto di organizzarsi in confederazione e di costituire un governo centrale, la cui struttura fu ideata sul modello di quello romano...Probabilmente i Marsi - il cui capo...era Popedio Silone - furono i primi propugnatori della lega e i primi fautori della guerra contro Roma, sicché alcuni storici romani denominarono il conflitto "Guerra marsica"...Per consacrare nel nome della capitale la grande idea nazionale che animava e cementava tutti i popoli confederati, la piccola Corfinium fu ribattezzata ITALIA: questo nome ebbe così, per la prima volta nella storia, valore e significato politico di Patria comune delle genti della Penisola, in contrapposto, e intenzionalmente in sostituzione, della città-stato rappresentata da Roma. Come già detto, le istituzioni italiche furono progettate sul modello di quelle di Roma...E' da rilevare tuttavia che mentre a Roma sia i cittadini elettori che gli eletti risiedevano tutti nella città...nella nuova capitale ITALIA convenivano per l'esercizio dei diritti politici i delegati dei popoli confederati: è questo da considerare un primo passo, sia pure determinato da una situazione di fatto, verso la concezione dello Stato moderno rappresentativo, che nell'antichità non riuscì mai a prendere forma esplicita e completa".

Continua Ludovico nella sua interessantissima narrazione: " La moneta principale - dei confederati italici n.d.r.), da considerare la più rappresentativa, coniata probabilmente per prima e nel maggior numero di esemplari, è quella che reca nel diritto una testa femminile coronata di alloro con la scritta ITALIA. Tale moneta è del tutto simile a un più antico denarius della Repubblica, che reca la testa di Roma di profilo, con la scritta ROMA...Un'altra interessantissima moneta...reca nel diritto...una testa femminile coronata di alloro, con nell'esergo, in luogo della scritta ITALIA, la scritta VITELIU in carattere osco sinistrorso ( da leggere dalla destra verso sinistra. Una tale constatazione mostra con indiscutibile evidenza l'equivalenza del nome latino ITALIA con l'osco VITELIU, e nello stesso tempo conferma la più antica ed accreditata tradizione sulla origine del nome ITALIA. La leggenda tramandataci dal greco Ellanico infatti attribuisce ad Ercole la connessione dei nomi locali vitulus o viteliu o vitlu (vitello, toro) con quello greco OYITALIAN dato alla regione (Italia meridionale) dal mitico eroe allorché l'aveva attraversata trovandola appunto ricca di bestiame bovino. Anche Timeo e Varrone affermano che i "bovi" nella antica lingua greca sono chiamati ITALOI...Cosicché le voci greche ITALOI e ITALOS, sarebbero entrate nell'uso in connessione o come derivazioni dal latino vitulus o dell'osco VITELIU o dell'umbro VITLU. Le suddette parole greche - OYITALIAN, ITALOI e ITALOS - ritrasferite poi nella lingua latina, avrebbero assunto la forma definitiva ITALIA". 

Nell' 88 a.C., la guerra sociale può dirsi conclusa, fatta eccezione per alcune sacche di resistenza ancora attive. Le leggi Julia e Plautia Papiria, concessero la cittadinanza romana a tutte le popolazioni a sud del Po, mentre la legge Pompeia attribuì quella latina alle genti abitanti i territori a nord del Po. Questo comportò una forte romanizzazione e l'adozione pressoché totale del diritto romano. Finalmente nell'anno 6 a.C., Augusto, debellate le popolazioni delle valli alpine, portò i confini d'Italia a ricomprendere tutta la cerchia alpina. E così il nome ITALIA si estese dal territorio degli Itali, popolazione abitante la punta estrema della Calabria, a tutta la penisola e all'Italia continentale, compresa parte della catena alpina. 

Per concludere, è notevole osservare che gli Italici elaborarono una forma di identità nazionale contrapponendosi a Roma. Questa identità era limitata alle etnie italiche che, come abbiamo visto, dettero origine ad un primo abbozzo di Stato rappresentativo, cosa impossibile a Roma, dove vigeva un sistema di democrazia diretta. Anche l'ampliarsi delle tribù territoriali fino al numero di 35, non suggerì alle classi dirigenti romane l'adozione di un sistema rappresentativo, sicché la soluzione ai torbidi dell'ultima Repubblica fu di trasferire tutto il potere nelle mani dell' Imperatore, come dice il giurista Pomponio (per unum consuli...). 

E' indiscutibile che il nome greco di OYITALIAN, così sorprendentemente simile al moderno italiano, si riferisse in origine all'Italia nella sua parte meridionale, ed è altrettanto indiscutibile la corrispondenza del latino vitulus all'osco viteliu e all'umbro vitlu, tutti nomi indicanti l'Italia, il cui significato è quindi "Paese dei vitelli". 

Prodromo della guerra sociale possiamo ritenere la battaglia del Sentino (295 a.C.), detta anche battaglia delle Nazioni, che vide confrontarsi un esercito di coalizzati ( Galli Senoni, Sanniti, Umbri ed Etruschi) e le truppe romane. 

Etruschi e Romani.

 

A differenza dei Celti, gli Etruschi, per quanto ne sappiamo, lasciarono profonde tracce nella cultura romana, fino a plasmarla nei più svariati campi della convivenza civile. Inizieremo questa notizia illustrando i rapporti storico-militari fra i due popoli, per poi scendere nei particolari (per quanto possibile in questa sede) dell'influenza culturale etrusca su Roma.

Innanzitutto, le origini. Secondo U. Di Martino ( 1982), " Il famoso etruscologo italiano (Massimo Pallottino n.d.a.) sostiene...che la civiltà etrusca è un fatto italiano e che il problema delle sue origini non rappresenta un fattore determinante per comprenderne l'intima essenza, perché alla ricerca sulle origini può supplire la ricerca sulle influenze per contatto". Continua l'autore: " Intorno al 1000 a.C., sorse nei pressi dell'odierna Bologna, in località Villanova-porta San Vitale, un piccolo centro urbano...Gli abitanti di Villanova, chiamati per comodità Villanoviani, erano Indoeuropei al pari dei loro predecessori che furono chiamati Terramaricoli perché abitavano in particolari villaggi a base trapezoidale costruiti su palafitte...Tra la fine dell'VIII e gli inizi del VII secolo a.C., l'archeologia conferma con certezza la presenza della civiltà etrusca, matura e ben distinta dal contesto delle razze italiche, e la colloca proprio nei territori abitati dalle popolazioni villanoviane". Dal secolo X al secolo VIII a.C., si assiste nella zona di Villanova, ad un improvviso mutamento della cultura materiale e quindi al sorgere di una nuova civiltà. 

A partire dall'VIII sec. a.C., si colgono infatti i primi segni di una differenziazione sociale, con successiva nascita delle aristocrazie. Gli Etruschi chiamavano se stessi Rasenna o Rasna, mentre i Greci li denominavano Tirreni e i Romani Tusci. Essi erano organizzati in città-stato formanti una federazione di 12 città: Cerveteri, Chiusi, Veio, Tarquinia, Vulci, Vetulonia, Populonia, Volterra, Volsinii, Cortona, Perugia e Arezzo. 

La civiltà etrusca iniziò a declinare con la conquista romana, prima di Veio (396 a.C.), poi di Roselle (294 a.C.,) e infine di Tarquinia (281 a.C.), mentre altre città, come Sovana, Vulci e Volsinii decaddero o furono abbandonate. A nord, le incursioni galliche del IV secolo devastarono gli importanti abitati di Felsina, Spina e Marzabotto (Misa). Ma anche i Sicelioti dettero il loro contributo alla decadenza della civiltà etrusca, conquistando l'Isola d'Elba, preziosa per l'estrazione dei metalli; i Sanniti sottoposero a devastazione i centri della Campania etrusca.

Il popolo etrusco, per più versi affascinante e sfuggente, non era fatto per il dominio e la conquista, come quello romano, ma per la diffusione indolore e per lo più pacifica delle sue rinomate conoscenze in fatto di architettura, religione e organizzazione statuale. La forza dell'Etruria fu proprio in questa azione di propagazione delle idee e  dei manufatti artistici ed artigianali da collocare in sempre più vasti mercati. 

Roma conobbe una grandissima influenza istituzionale etrusca, in cui rifulge il genio di questo popolo sfortunato. Fu Tarquinio Prisco che, a partire dal 575 a.C., gettò le fondamenta della vera e propria città di Roma, per l'innanzi solo  modestissimo agglomerato di villaggi pastorizi. Forse è il caso di avanzare l'ipotesi che la figura di Romolo fondatore è stata solo una invenzione della più tarda pubblicistica romana. Questo non significa dire che un Romolo non sia mai esistito, ma che fu probabilmente solo un individuo salito alla ribalta della storia per le sue doti che lo ponevano al di sopra della confusa situazione sociale di Roma intorno alla metà del VIII sec. a.C., quando questa non era ancora che una minuscola federazione di gentes. Di grande importanza fu l'opera di Servio Tullio (Macstarna), il quale organizzò in 193 centurie basate sul censo il popolo della città (comitia centuriata).Il tempio di Giove capitolino, la cloaca massima, le mura serviane e lo stesso Circo Massimo, sono tutte creazioni che risalgono al periodo della dominazione monarchica etrusca. Anche la scienza dell' agrimensura, e il diritto agrario, furono introdotti dagli Etruschi, i quali così forgiarono i caratteri di quella che sarà la civiltà romana. 

In campo religioso, le norme della Disciplina o Dottrina tagetica influenzarono decisivamente la mentalità religiosa dei Romani, prescrivendo le azioni pubbliche e private che il singolo cittadino doveva compiere. Ma non basta. Secondo il già citato U. Di Martino: " Il millenario e importantissimo diritto positivo romano...fu ricavato integralmente dal diritto agrario etrusco, compreso nei Libri Rituales inseriti nel corpo della Disciplina. Questa prevedeva anche il modo di costruire i ponti, le strade, gli edifici religiosi e le città poiché era un motivo religioso, sacro, che muoveva gli uomini ad operare anche nelle cose più consuete, come quelle della casa e dei trasporti, e nulla veniva compiuto senza il volere manifesto degli dei, unici promotori d'ogni attività umana". 

A proposito di religione e di diritto,  vorrei aggiungere alcune mie osservazioni. Indubbiamente i Romani attinsero a piene mani dal patrimonio culturale etrusco. E' noto che la Triade Capitolina Giove-Giunone-Minerva è di derivazione etrusca, corrispondendo Giove a Tinia, Giunone a Uni e Minerva Menerva. Abbiamo già visto in varie notizie del blog, che l'erudito romano Varrone interpreta Giove come Cielo, Giunone come Terra e Minerva come l'entità che plasma i semi che vengono dal Cielo e dalla Terra. Potremmo aggiungere che i primi due dei rappresentano rispettivamente l'attività e la passività, mentre il terzo l'elemento della ponderazione e della misura, analogamente a quanto avviene nell'area Umbra, dove il neutro medos  indica la legge sacra; la radice linguistica è la stessa: men, da cui mente, mese ecc. Come tali, i due sostantivi potrebbero essere messi in connessione col fas, la legge divina dei Romani, ma non risulta che il termine fas fosse conosciuto dagli Etruschi. In questo caso, sfuggirebbe alla cultura etrusca tutta l'elaborazione antica e moderna dei rapporti tra fas e ius (anche questo vocabolo latino), che abbiamo cercato di ricostruire in alcune notizie.

A prima vista, la Triade regia Juppiter, Mars, Quirinus, antecedente a quella capitolina, il cui significato abbiamo spiegato in altra sede, dovrebbe rappresentare genuinamente la visione religiosa dei Romani, perché essa fu assunta come triade protettrice del populus Romanus Quirites (o Quiritium), denominazione di origine antica con cui si soleva indicare la comunità dei cittadini romani, ponendo l'accento sulla pluralità concreta dei suoi componenti. E' noto che il dio Quirino altri non era che Romolo divinizzato. 

Per quanto riguarda l'aspetto giuridico-costituzionale, sembra che il concetto di imperium, l'attributo fondamentale del re romano e poi della coppia consolare (in seguito anche del Princeps), summa potestas detenuta senza limiti di estensione sui cittadini romani, sia originario dell'Etruria, così come lo sono le sue insegne esteriori, l'ascia bipenne con verghe, che fu introdotta a Roma dagli Etruschi insieme ad una quantità di altri simboli regali. Nonostante tutto ciò, e tenuto anche conto di fenomeni imponenti come la Costituzione serviana, ci sembra che in fatto di diritto costituzionale gli Etruschi abbiano insegnato sì ai Romani, ma questi ultimi, di carattere empirico e pragmatico, abbiano portato alle estreme conseguenze quanto recepito. In effetti, la struttura politica delle città etrusche non appare vivida e ben delineata come è invece quella della Roma repubblicana. Sappiamo da E. Benelli (2021), che "le iscrizioni tramandano due gruppi principali di cariche, in ordine gerarchico. Il termine che indica i magistrati del livello più alto è zilath...mentre quelli del livello più basso sono chiamati maru...La carica di zilath poteva essere ricoperta più volte dalla stessa persona. Dal momento che la durata delle magistrature era annuale, i nomi di uno o due zilath servivano anche a indicare la data (come i consoli a Roma o l'arconte eponimo ad Atene). Fra i tanti zilath se ne trova anche uno che ha un nome particolare, lo zilath mekhl rasnal, che in passato è stato interpretato come una sorta di magistrato federale, che aveva autorità su tutta l'Etruria". In realtà sembra che egli fosse solo il sovraintendente di una Lega religiosa, anche se con la facoltà di "emettere dei provvedimenti che avevano valore di fonte del diritto, come documentato dal Cippo di Perugia. Il temine rasna  doveva quindi identificare un qualche tipo di assemblea dei cittadini, forse simile ai "comizi" romani". 

Per gli Etruschi - dice K. Rosenberg (1913),  - "il passaggio dalla monarchia alla repubblica non fu così semplice...dalla monarchia perpetua si giunse a quella annuale, con un magistrato unico provvisto delle antiche funzioni; in breve era come il dittatore delle città latine. Sembra che lo sviluppo degli Etruschi in ambito politico-costituzionale si sia fermato a questa forma di stato alquanto ibrida. Solo con i Romani si giunse ad un effettivo ordinamento repubblicano". Anche il Rosenberg ci restituisce un quadro tutto sommato sbiadito della struttura costituzionale etrusca. Bravi maestri all'estero, non seppero, stando alle evidenze storiche, che abbozzare all'interno una fisionomia embrionale di stato, ed in questo furono certo superati di gran lunga dai loro discepoli, i Romani. La ragione fu probabilmente che la mentalità etrusca era troppo impregnata del timore divino, mentre quella romana era più flessibile e spregiudicata; prova ne sia la concezione del ius, incardinata sull'uomo. 

Qualche cenno di diritto privato etrusco. Nella lunga iscrizione del Cippo di Perugia,  secondo G. M. Facchetti (2000),  è possibile "individuare il testo della sententia ossia del lodo pronunciato dall'arbiter ex compromisso Larth Rezu circa una controversia de finibus regundis insorta tra le due famiglie dei Velthina e degli Afuna, implicante anche l'accertamento dell'esistenza di una servitù prediale di aquae haustus e la definizione delle modalità dell'aditus ad sepulcrum della famiglia Velthina". Prosegue l'autore: "E' lecito supporre che il diritto etrusco, profondamente impregnato di elementi religiosi (il complesso di norme extragiuridiche che i Romani chiamavano fas) e improntato allo ius sacrum ( come insieme di norme giuridiche poste a regolare il rapporto tra i singoli e la divinità), sia rimasto molto legato a forme rituali e arcaiche e 'compresso' nell'ambito di una religione 'rivelata', comprendente numerose raccolte scritte di precetti giuridici: cioè il tesna , in senso lato, base di tutto l'ordinamento giuridico". "Sulla nuova tavola di Cortona si legge rasna in un contesto, dove mi sembra assai arduo tradurre 'popolo'; 'pubblico' è invece possibile. Effettivamente tesna rasna=lex publica, conserverebbe un certo valore: in diritto romano le leges publicae per eccellenza( ossia le leges comitiales), venivano così qualificate appunto per distinguerle dalle leges privatae (lex contractus, venditionis, locationis, depositi ecc.); peraltro è attestato, già nell'antichità, l'uso di lex nel senso di 'ordinamento giuridico'".

In conclusione, ci sembra di poter dire che l'ordinamento giuridico etrusco, racchiuso nei libri vegonici e tagetici, sia nel campo pubblicistico, sia in quello privatistico, ebbe molto da insegnare ai Romani. Abbiamo però l'impressione che il diritto etrusco (zi), sia come rimasto intrappolato in una visione eminentemente religiosa scritta e non abbia sviluppato quella sorprendente capacità di adattamento alle contingenze storiche tipica del diritto romano. Sarà proprio per il suo arcaismo che il diritto etrusco non divenne mai 'fluido' e fu destinato esclusivamente ad essere applicato da una casta di sacerdoti-magistrati. Anche il ius romano alle origini era monopolio dei Pontefici, ma ben presto subì un processo di laicizzazione che finì per renderlo noto al pubblico.

 

 

 

 

 

 

 

 

Celti e Romani.

 

Chi prenda una dettagliata cartina geografica dell'Italia antica, ad. es., la Discriptio augustea, non può non rimanere stupito dalla numerosità degli etnonimi, dalla ricchezza delle situazioni ambientali, sociali ed antropologiche che essa presenta. Alla fine della notizia precedente, ci siamo ripromessi di analizzare le principali culture dell'Italia antica, che metteremo in rapporto con quella che diverrà preminente su tutte: la cultura romana.

Iniziamo la nostra esposizione dal rapporto fra Celti e Romani. La zona di origine dei Celti è compresa tra l'alto Reno e le sorgenti del Danubio.  Storicamente i Celti sono individuati come i portatori della cultura di La Tène, evoluzione di quella di Hallstatt, sviluppatasi nell'Europa centrale tra l'età del Bronzo e gli inizi dell'età del Ferro. Successivamente le popolazioni celtiche si espansero in tutta Europa, interessando regioni come la Francia, la penisola Iberica e su fino alla Gran Bretagna. Anche l'Italia ha un suo retaggio celtico. Le tracce più antiche della presenza celtica in Italia si fanno risalire alla cultura di Golasecca. Si tratta di un complesso culturale dell'età del Ferro, situato nella Val Padana e fiorito dall'VIII sec. a.C., fino alla romanizzazione. I Golasecchiani costituiscono probabilmente l'unica civiltà celtica autoctona italiana. Tale cultura si sviluppa nell'area lombardo-piemontese, fino a lambire il territorio dei Veneti ad est. 

Intorno al IV sec. a. C., parecchie tribù penetrarono profondamente in Italia, mettendo in crisi la potenza etrusca, e stabilendosi in quella regione che sarà poi denominata Gallia Cisalpina. Alcuni gruppi fondarono la città di Bononia (odierna Bologna), facendone la loro capitale. Proprio in questo secolo avvenne lo scontro tra i Celti ed i Romani. I Galli infatti, riuscirono nel 391-390 a.C. a conquistare e saccheggiare Roma, tranne forse il Campidoglio. Commenta M.T. Grassi (1991): "In Livio (e anche in Plutarco) il racconto dell'occupazione di Roma, durata alcuni mesi, è abbellito da numerosi episodi leggendari, alcuni dei quali famosissimi, che mettono in luce la virtù e la civiltà dei cittadini romani contro la barbarie degli invasori."  Continua la studiosa: " Anche i Galli parteciparono all'inizio del III secolo a.C. alla "prima guerra italica", chiamata convenzionalmente così perché si creò una coalizione tra le maggiori potenze italiche, unite per la prima volta contro Roma. Etruschi, Umbri, Sanniti, Sabini, Pretuzi, Lucani strinsero nel 298 a.C., un' alleanza in funzione antiromana in cui furono coinvolti notevoli contingenti di mercenari gallici...i quali parteciparono quindi alla battaglia combattuta presso il torrente Sentino, nei pressi di Sassoferrato, nelle Marche, nel 295 a.C., in cui i Romani inflissero una grave sconfitta agli alleati italici". 

Soffermiamoci ora, sempre sotto la guida della citata studiosa, sul processo di romanizzazione dei Celti: "La fine della guerra gallica (200-191 a.C.) determinò...la definitiva scomparsa dei Boi e un massiccio intervento romano nella pianura emiliana. Completamente diverso fu l'atteggiamento di Roma nei confronti dei Cenomani e degli Insubri, le due grandi tribù celtiche stanziate a nord del Po, tra il Ticino e l'Adige, che avevano interrotto le ostilità e abbandonato la coalizione gallica rispettivamente nel 197 e nel 194 a.C. La politica romana nell'area a nord del Po, durante il II sec. a.C., è una politica di non-intervento, caratterizzata dalla volontà di garantire la conservazione delle strutture territoriali e sociali indigene: sia i Cenomani che gli Insubri mantennero la loro autonomia... I trattati (foedera) stipulati tra Romani e Insubri e tra Romani e Cenomani, contemplavano soltanto la fornitura all'esercito romano di truppe ausiliarie e forse il pagamento di un tributo". Nonostante la politica alquanto cauta dei Romani in area transpadana, dal II sec. a.C., prende avvio una forte ondata di romanizzazione, sia in campo economico che culturale. Questo processo di diffusione delle idee, degli oggetti e dei modi di vivere dei Romani, incise profondamente sui costumi locali, fino a farli scomparire. Roma dunque non intervenne militarmente e poi politicamente come nei territori cispadani (Emilia), ma si accontentò di assimilare culturalmente quelle popolazioni, e ciò avvenne senz'altro a causa del diverso atteggiamento avuto dagli Insubri e dai Cenomani verso Roma. Ben altra sorte ebbero gli indomiti Senoni (la tribù che conquistò e saccheggiò Roma): I Romani furono spietati, tanto che Polibio e Appiano parlano apertamente di genocidio.

Ma quali furono i rapporti culturali lato sensu tra Romani e Galli ? (Celta è una parola greca). Rinunciando a confrontare le divinità celtiche con quelle greco-romane, secondo il metodo, rivelatosi semplicistico, di Giulio Cesare, faremo menzione delle divinità celtiche più frequenti come Lugh, Esus, Taranis, Cernunnos, Belenos, Epona e Belisama. Tra tutte queste divinità, la dea Epona ha una caratteristica essenziale per il tipo di ragionamento che intendiamo svolgere: è l'unica figura divina celtica a essere stata assimilata nel pantheon romano. Il nome significa grande giumenta, ed era quindi la dea protettrice di cavalli e muli. Viene spesso rappresentata come una figura femminile dalla lunga chioma, che cavalca o è accompagnata da cavalli, talvolta da cani e uccelli. A Roma la festa della dea si svolgeva il 18 dicembre, con la celebrazione degli Eponalia. 

Più forte fu l'influenza gallica sui Romani in campo militare: probabilmente il termine gladius deriva dal celtico kladios. Così anche gli elmi di tipo gallico, adottati dai Romani agli inizi del Principato, rivelano che questi attingevano volentieri alle armature galliche, così come è stato per la cotta di maglia. I Romani tenevano in grande considerazione la cavalleria celtica.

Arriano, storico greco che scrive nel II sec. d.C.,  non solo afferma che la stragrande maggioranza dei termini tecnici di ambito equestre “non appartengono alla lingua dei Romani, ma a quella dei Celti e degli Iberi, dato che i Romani adottarono queste tattiche che erano celtiche, poiché tenevano in grande considerazione la cavalleria celtica in battaglia”, ma passa poi a elencare tre tattiche di combattimento della cavalleria:

-il petrinos, ovvero l’arte di scagliare ripetutamente i giavellotti all’indietro, voltando le spalle al nemico durante la ritirata;
-lo xynema, ovvero la pratica di scagliare in rapida successione tre giavellotti poco prima di far scartare il cavallo;
-lo stolutegon, ossia l’uso di sollevare, durante la fuga, lo scudo sopra la testa per poi volgerlo a protezione della schiena, piegando il braccio all’indietro. (Le informazioni riguardanti le influenze celtiche sui Romani in tema di armature e tecniche di combattimento, sono riprese da Mattia Caprioli, 2022).

 

Osservazioni sulle notizie riguardanti la composizione etnico-geografica dell'Italia preromana.

 

Nelle precedenti notizie abbiamo cercato di dare un quadro dei popoli, o degli insiemi dei popoli, che abitavano l'Italia in età precedente la conquista romana. E' un quadro sicuramente non esaustivo: non abbiamo parlato di tante popolazioni come i Carni, i Volsci, gli Equi, i Leponzi, i Marsi, gli Euganei, gli Ernici, i Lucani ecc. 

Ma basti quanto abbiamo detto. In realtà siamo di fronte ad complesso intreccio di popoli, derivato da stratificazioni e sovrapposizioni avvenute nel corso di più millenni, ad iniziare dal più remoto passato. Abbiamo innanzitutto una classificazione di massima dei popoli abitatori dell'Italia antica, divisi tra preindoeuropei e indoeuropei. Tra i primi vanno annoverati gli Etruschi, i Camuni, i Liguri, i Reti e i Sardi; tra i secondi i numerosi popoli della famiglia italica (Latini, Falisci, Umbri, Sanniti, Bruzi, Itali, Piceni, Campani, Ausoni, Osci ecc.); e, menzionati in un secondo raggruppamento, i Veneti, i Celti, gli Iapigi, i coloni greci fossero essi Italioti o Sicelioti. 

Tra tutte queste popolazioni intercorsero, durante il passar del tempo, rapporti vuoi pacifici vuoi di contrapposizione violenta, che dettero luogo non raramente a commistioni culturali. Basti ricordare il recepimento da parte degli Etruschi dello stile orientalizzante proveniente dalla Grecia; o il fatto che i Reti usassero una lingua certamente imparentata con l'etrusco. Altri esempi si potrebbero fare.

Ma, ai fini della nostra ricostruzione, ci chiediamo: quali etnie maggiormente influirono sul successivo sviluppo della civiltà italiana? Parliamo di civiltà italiana, non trovando un termine migliore: non possiamo, perché troppo riduttivo, usare gli etnonimi di alcuni popoli residenti in Italia, come gli Itali, abitanti la punta estrema meridionale della Calabria, come gli Italici ( questi ultimi veramente costituenti un nutrito gruppo di popolazioni) stanziati nella fascia centro-meridionale della Penisola, né tanto meno il sostantivo Italioti, indicante i coloni greci che si stanziarono lungo le coste della Magna Graecia, ovvero nei territori litoranei dell'Italia meridionale.

Per rispondere alla domanda che ci siamo posti, dobbiamo analizzare la situazione etnico-culturale di ciascuna delle aree analizzate preliminarmente nelle precedenti notizie: Il Nord, il Centro, il Sud e le Isole.

Nel Nord d'Italia sembra predominare l'elemento celtico-etrusco, pur senza svalutare l'importanza di altri popoli, come i Veneti. E' un fatto che queste due etnie formavano una specie di  collante culturale dell'Italia Settentrionale. I Celti (o Galli) occupavano gran parte di questo territorio, dal Piemonte fino alla parte orientale del Friuli Venezia-Giulia ( i Carni erano infatti una popolazione celtica), intrattenendo anche rapporti commerciali coi Veneti. Gli Etruschi, dagli originari insediamenti siti in Toscana, nel periodo della loro massima espansione, giunsero fino in Lombardia (Mantova) e colonizzarono la Pianura Padana fino ad Adria, nel Veneto meridionale (vedremo più oltre che gli Etruschi si spinsero anche verso Sud, fino in Campania).

Nel Centro Italia, constatiamo la presenza di una composizione etnica bimembre, etrusco-italica. Particolare importanza ebbero i rapporti di incontro-scontro con Roma, alla quale gli Etruschi, secondo la tradizione, diedero  tre re, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Fra gli Italici, nella storia romana, ebbe particolare importanza il popolo dei Latini, dai quali Roma attinse la lingua, anche se contro di essi i Romani furono nei primi secoli della storia repubblicana impegnati in dure battaglie per la supremazia nel Lazio. Vorremmo sottolineare che dalla fusione dell'elemento latino e di quello etrusco, nacque la civiltà di Roma, destinata ad affermarsi sull'intero bacino del Mediterraneo. Dagli Etruschi, i Romani impararono moltissime cose in merito all'ordinamento militare, politico e religioso. Non è da trascurare neppure la presenza sabina sui sette Colli. 

Nel Sud Italia, osserviamo il compenetrarsi di tre culture, ragione per cui abbiamo un nucleo etrusco-italico-greco. A partire dal IX sec. a.C., gruppi di Etruschi, portatori della cultura villanoviana, colonizzarono la Campania, specialmente la zona di Capua e Pontecagnano ma anche interessando le attuali città di Salerno, Nola e Nocera e forse ancora altre. L'apogeo dell'espansione etrusca si ebbe con la battaglia di Alalia (540 a.C.), nella quale i Rasenna (così gli Etruschi chiamavano essi medesimi), alleati dei Cartaginesi, sconfissero la flotta dei Focesi di Marsiglia. D'altra parte, l'espansionismo etrusco verso sud incontrò una battuta d'arresto definitiva nel 474 a.C., con la battaglia navale di Cuma, nella quale Gerone I di Siracusa inflisse una tremenda sconfitta agli Etruschi. I Greci d'Italia, chiamati Italioti, erano stanziati nelle zone costiere dell'Italia peninsulare meridionale, e diedero vita a una fiorente civiltà, sia in senso culturale che commerciale. Si può dire perciò che essi rappresentano parte integrante della civiltà romano-italiana, tanto più che Roma annesse nel 146 a.C., con la presa di Corinto ad opera del console Gaio Memmio, la stessa Grecia. 

Per l'Italia insulare (Sicilia e Sardegna),  dobbiamo distinguere: in Sicilia, oltre alle popolazioni autoctone ( Elimi, Sicani e Siculi), si nota l' influsso punico nella parte occidentale e quello greco (Siceliota) nella parte orientale dell'isola. In base alla preminenza culturale, possiamo allora parlare di un nucleo greco-punico. In Sardegna prevalse invece la civiltà nuragico-punica, nonostante si parli di una influenza etrusca. 

Cosa pensare di questo mosaico di popoli che caratterizza l'Italia preromana ? Intanto che i Celti, collegati dagli Etruschi con (quasi) tutto il resto d'Italia, dal Centro al Sud, nonostante la propria specificità etnico-culturale, non furono affatto isolati nell'ambito della koinè italiana. Proprio gli Etruschi, si presentano come una cerniera di collegamento tra il Nord ed il Sud Italia. Impressionante fu l'apporto dato da essi alla nascente potenza romana (apporto che analizzeremo in una notizia a parte), che, in progresso di tempo, ridurrà ad unità l'intera Italia, continentale e peninsulare. L'etnia etrusca si pone dunque come un rilevante polo aggregatore delle civiltà italiane preromane, con una forza non inferiore a quella greca. Naturalmente, l'unità avverrà solo con la conquista romana, vale a dire ad opera di una città imbevuta di componenti greco-etrusche. Per cui noi avremo, con il consolidarsi del dominio romano, altre macro-aree: al Nord l'area celtico-etrusco-romana; al Centro l'area etrusco-italico-romana; al Sud l'area greco- etrusco-italico-romana; in Sicilia l'area punico-greco-romana e in Sardegna l'area nuragico-punico-romana. Come si vede il comun denominatore di  queste quattro aree è dato dalla massiccia presenza romana che amalgamò tutti questi popoli dando origine alla civiltà romano-italiana. 

Cionondimeno, l'Italia si presenta, fin dagli albori della preistoria, come un territorio caratterizzato da una  differenziazione etnico-culturale, di grande ricchezza antropologica; circostanza che sta alla base della giusta visione dell'Italia come il Paese delle "autonomie", delle minoranze linguistiche che convivono pacificamente secondo le leggi dell'ordine democratico. 

Nonostante la penetrazione delle stirpi germaniche (Goti, Ostrogoti e Longobardi) in Italia, nel periodo dal V al VII sec. d.C., e l' eredità da esse lasciata in termini giuridici (assai esile) e linguistici, queste vanno considerate come essenzialmente estranee alla tradizione romano-italiana.

Nelle prossime notizie esamineremo più in dettaglio i rapporti intercorrenti fra le varie genti popolanti l'Italia prima, durante e dopo il periodo dell'espansione romana.

 

 

La composizione etnico-geografica dell'Italia preromana. IV Parte: le Isole.

 

Ancora qualche breve cenno sulle antiche popolazioni di Sicilia e Sardegna. La Sicilia era abitata in età preromana dai Sicani, i Siculi, gli Elimi e dai coloni greci (Sicelioti), che giunsero nell' VIII secolo .a.C. I primi erano popoli indigeni che praticavano l'agricoltura, l'allevamento e la lavorazione dei metalli, vivendo in centri fortificati. Il loro stanziamento in Sicilia risale al periodo compreso tra il II e il I millennio a.C. Prima della colonizzazione greca, attestata dal 756 a.C., la Sicilia fu interessata anche dalla venuta dei Fenici, che stabilirono empori nella parte occidentale.

I Sicani, a detta di molti, sarebbero la popolazione più antica, forse di origine iberica. Entrati in conflitto coi Siculi, forse un popolo italico, furono sospinti nella zona centrale dell'Isola. Più misteriosa è l'etnia degli Elimi. Alcuni li considerano italici, mentre altri, basandosi sull'opinione di Tucidide, pensano che gli Elimi non fossero altro che Troiani scampati alla distruzione della loro città. Le colonie greche più importanti della Sicilia furono Megara iblea, fondata dai coloni megaresi, Gela e Agrigento fondate da un gruppo di navigatori provenienti da Rodi. Ma particolarmente importante fu la deduzione della colonia di Siracusa, ad opera dei Corinti, città che ben presto divenne il punto di raccordo degli scambi commerciali che si svolgevano tra Oriente ed Occidente. Ma Siracusa era destinata ad un futuro di grandezza, ad opera del tiranno Gelone. Essa infatti conquistò quasi tutta l'Isola, finendo per scontrarsi ad Ovest con la potenza di Cartagine. Debellata dai Romani, la sua capitolazione segnò anche la disfatta dell'intera Sicilia greca, che si consegnò ai nuovi conquistatori divenendo una provincia romana.

Passiamo alla Sardegna. I Sardi sono il popolo nativo della Sardegna. Questa Isola ha una storia millenaria che risale al Paleolitico. Tra il 1800 ed il 1600 a.C. (età del Bronzo), essi diedero vita alla cultura nuragica. Dice P. Montalbano (2017): " All'alba della Civiltà Nuragica, all'inizio del II millennio a.C., si riconosce la facies di Bonnanaro. Prende il nome del paese, in Logudoro, dove si trova la necropoli ipogeica di Corona Moltana...Nelle fasi del Bronzo finale, tra l'XI e il IX a.C., la Civiltà Nuragica raggiunge il culmine della propria parabola storica. I monumenti occupano e controllano ogni porzione di territorio, l'economia è solida e in forte sviluppo tanto da consentire alle genti nuragiche di esprimere al massimo tutte le potenzialità di cui erano portatrici. Vengono costruite altre Tombe di giganti con nuove soluzioni architettoniche, si erigono gli ultimi nuraghi...Vicino ai templi nuragici importanti, come, ad esempio, quello di Santa Vittoria di Serri, nascono i santuari federali, ossia vasti villaggi realizzati in aree in cui avevano luogo periodici incontri tra fedeli provenienti da zone diverse in occasione di scadenze importanti per la religiosità isolana".

I Nuragici non furono solo un popolo di pastori, guerrieri e contadini, ma furono anche viaggiatori e commercianti, ed intrattennero rapporti con varie popolazioni mediterranee, come gli Iberi, i Cretesi, i Micenei e gli Etruschi. I Fenici fecero la loro comparsa in Sardegna intorno al X-VIII sec. a.C., dapprima come semplici mercanti e non come conquistatori, integrandosi nei villaggi nuragici costieri pacificamente, portandovi nuove tecnologie e dando impulso ai commerci. Tuttavia, intorno al 510 a.C., la parte centro-meridionale dell' Isola cadde sotto il controllo cartaginese, nonostante l'opposizione delle genti nuragiche. I Romani costituirono la Sardegna come seconda provincia (la prima era stata la Sicilia) nel 238 a.C., e successivamente sconfissero i punico-nuragici in una battaglia svoltasi presso Cagliari. I Romani dotarono l'isola di una fitta rete stradale diedero impulso all'urbanizzazione, tanto che i centri di Olbia, Sassari e Cagliari sono ancora oggi gli agglomerati urbani più grandi della Sardegna. 

L'isola entrò a far parte della Diocesi italiciana sotto Diocleziano e, sotto Costantino, dell'Italia suburbicaria. Nonostante l'isolamento geografico-culturale della Sardegna, i Romani riuscirono ad assimilarla, tanto che oggi il sardo è una lingua del ceppo neo-latino con numerose varietà di dialetti raggruppabili nel logudorese e nel campidanese. 

 

 

 

 

 

 

La composizione etnico-geografica dell'Italia preromana. III Parte: il Sud.

 

In questa notizia prenderemo in considerazione alcuni popoli dell' Italia meridionale e cioè i Sanniti, gli Osci, i Dauni, i Bruzi e per finire i Greci. 

Iniziamo dai Sanniti. Questo fu un popolo fiero e bellicoso che diede non poco filo da torcere ai Romani. I Sanniti, intorno al IV sec. a.C., erano insediati nella fascia di territorio compresa tra l'Abruzzo, il Molise e la Campania, ed erano divisi in varie tribù: i Carecini, i Pentri, i Caudini e gli Irpini. Non costituendo una nazione unitaria, i Sanniti erano diversi tra loro per costumanze e usi politici, e mancavano quindi di un governo centrale: i centri principali erano: Aufidena, Bovianum vetusAesernia, Venafrum e Caudium. Esisteva tuttavia una unione politica (se non proprio amministrativa), imperniata sul touto ( la tota degli Umbri), cioè la comunità complessivamente intesa, divisa in più pagi o villaggi. In genere ogni tribù rappresentava un touto, con elezioni politiche periodiche, sebbene l'aristocrazia monopolizzasse le cariche pubbliche, un po' come avveniva a Roma. Figura magistratuale principale, con funzioni praticamente regie, era il meddix tuticus, eletto in modo democratico, che sovraintendeva su tutti gli affari attinenti la comunità: era capo militare, giudice e sacerdote. Approfondiremo la fisionomia di questa carica elettiva quando parleremo degli Osci. 

Non staremo a dilungarci sulle guerre che opposero con alterna fortuna i Romani ai Sanniti, tanto sono note. Ci soffermeremo solo sull'ultima fase del conflitto, denominata bellum sociale, durata dal 91 all'89 a.C., alla quale i Sanniti presero attivamente parte, e che vide contrapporsi i Romani ai loro alleati italici. Questi si organizzarono in una Lega, sul modello della Repubblica romana, retta da un senato di 500 membri e con un esercito guidato da due consoli e dodici pretori. Capitale della Lega fu Corfinium e poi Isernia, dove prese il nome di Lega italica. Essa ebbe anche una propria monetazione: alcune monete riportavano la scritta Italia, mentre altre raffiguravano un toro nell'atto di abbattere la lupa romana. A conclusione della guerra, i cui focolari tuttavia durarono ancora per due anni, intervennero due leggi romane: la lex Plautia Papiria, che nell'89 a.C. concesse la cittadinanza romana a tutti i ribelli e la lex Pompeia, del medesimo anno, che sancì l'estensione del ius Latii a tutte le popolazioni stanziate tra il Po e le Alpi.  

E' interessante notare come una nozione politica embrionale di Italia, sia emersa proprio in contrapposizione a Roma e che già nella battaglia di Sentino (nel 295 a. C.,) una coalizione di Galli, Etruschi ed Italici affrontasse in una sfortunata battaglia le forze romane. Ma questo argomento lo affronteremo più dettagliatamente in sede di riflessioni conclusive.

Gli Osci erano una popolazione indoeuropea di ceppo sannitico, insediatasi nella regione del Golfo di Napoli fin dal I millennio a.C., anche se testimonianze archeologico-linguistiche indicano la sua presenza  verso Sud, fino alla Calabria meridionale. Nel V sec. a.C., gli Osci furono sottomessi dai Sanniti, per poi finire romanizzati a partire dal IV sec. a.C. Sappiamo tuttavia dall'epigrafica pompeiana che la loro lingua era ancora viva nel I sec. a.C. 

Degna di interesse è la magistratura osca. Nel 1913 lo studioso tedesco A. Rosenberg scrisse un interessante scritto intitolato Lo Stato degli antichi italici, che noi citiamo nella traduzione italiana uscita nel 2011: " Se per Italici si intendono le quattro nazioni degli Oschi ed Umbri, dei Latini e degli Etruschi, allora il discorso sulla magistratura italica va affrontato distinguendo due territori: da un lato l'Etruria e dall'altro il territorio osco, umbro e latino...la magistratura osco-latina si caratterizza in primo luogo per la sua estrema semplicità. Lo stato propriamente osco conosce una sola magistratura, quella dei meddices...Per quanto riguarda poi le loro competenze, possiamo dire che gli Oschi, affrontarono con molta decisione il passaggio dalla monarchia alla repubblica, su influenza certamente greca. Essi riconobbero, infatti, diversi livelli alla carica del meddix ( dalla radice men, la stessa di Minerva e del medos, legge sacra degli Umbri, che indica ponderazione, misura, n.d.a.) e non avevano quel concetto di magistratura, unica ed indivisibile, che invece i Romani ereditarono dalla monarchia". Peraltro si avverte un processo di "romanizzazione della magistratura italica". "Non furono tanto i Romani a provocarlo...furono bensì gli stessi Italici a riconoscere i vantaggi pratici legati all'adozione di cariche romane. E' una situazione che emerge con tutta evidenza in ambito osco. Abbiamo già visto che originariamente nelle città osche il peso dell'intera amministrazione gravava sui meddices. Roma invece aveva creato per la polizia e le finanze cittadine delle magistrature specifiche, l'edilità e la questura, magistrature che centri oschi come Pompei adottano, inserendole accanto al meddix nell'antica costituzione cittadina...".

I Dauni era un popolo iapigio stanziato nell' attuale Puglia settentrionale, tra i fiumi Ofanto e Fortore, in un territorio corrispondente più o meno all'attuale provincia di Foggia. Nonostante il loro nome, invece, i monti della Daunia erano occupati dai Sanniti e dagli Irpini, organizzati in numerosi arces (roccaforti) ed oppida, (borghi), il più importante dei quali era Vescellium. Le fonti classiche (greche e latine), narrano che vi sarebbe stata una regione protostorica chiamata Iapigia, (suddivisa in Daunia, Peucezia e Messapia), ed occupata dalla misteriosa popolazione dei Iapigi, (mescolanza di Illiri e Cretesi), dopo la cacciata degli Italici. Secondo un'altra teoria, i Dauni sarebbero stati originariamente un popolo italico, integratosi solo successivamente coi Iapigi. La regione venne a contatto con la cultura ellenistica soprattutto grazie alle campagne militari di Alessandro il Molosso nel IV sec. a. C., ma dopo la sconfitta di questi, subentrò una massiccia oscizzazione ad opera dei Sanniti provenienti dall' Appennino. Con la venuta dei Romani, che dedussero la colonia di Lucera, il toponimo Daunia e l'etnonimo Dauni caddero nell'oblio, prevalendo, ad indicare le popolazioni daunie, peucezie e messapiche, il nome Apuli, giunto fino a noi dal latino Apulia, oggi Puglia.

Scrive G. Piemontese (2024): " La presenza dei Dauni in terra garganica deriva da Daunio, fratello di Iapige e Peucezio, che si diressero rispettivamente dall'Illiria sulle coste adriatiche, nella Puglia, tanto da dare origine a diversi ceppi etnici: i Dauni nella parte settentrionale, i Peucezi nella parte centrale e i Messapi nella parte meridionale...La civiltà daunia raggiunge il suo massimo sviluppo nel VI sec. a.C....Una posizione di primo piano nell'ambito della cultura protostorica occupano le stele daunie, legate, a livello generale alla stessa produzione scultorea in pietra, le cui testimonianze, rinvenute in tutti i principali centri dauni, dal Gargano al Tavoliere...costituiscono l'espressione maggiormente rappresentativa della creatività e dell'originalità dell' ethnos indigeno..La funzione di queste stele è funeraria, messa in relazione col culto dei morti. Generalmente esse sono costituite da una lastra rettangolare, con una testa iconica ed aniconica".

Per Bruzi, in latino Brettii o Brutii, , si intende una popolazione italica che abitava l'attuale Calabria. Si ritiene che il suo nome derivi da una guerriera, Brettia, che avrebbe guidato un esercito di 500 uomini contro i Greci. Gli storici greci Strabone e Diodoro Siculo dicono che i Bruzi erano presenti in Calabria intorno alla metà del IV secolo a.C., dove si stanziarono nelle terre in origine appartenute agli Enotri. In principio, narrano fonti greche, erano collaboratori, in condizione di subalternità, dei Lucani, ai quali in un secondo si ribellarono, affrancandosi dalla loro condizione di mandriani e di pastori e diventando un popolo organizzato in Lega, con capitale Consentia, l'attuale Cosenza. 

Si trattava di una vera e propria Confederazione, con una propria monetazione e il tessuto sociale incominciò a variegarsi, con l'emergere di classi predominanti, tra cui i guerrieri, i sacerdoti e i  magistrati. I Bruzi parlavano la lingua osca ma adottarono anche un alfabeto di provenienza dorica, visti i contatti che avevano con gli Italioti ( I Greci stanziati in Italia). Contatti che non furono solo culturali, ma anche bellici: si può dire che i Bruzi seppero imporsi militarmente sui Greci. Nel 282 a.C.,  furono tuttavia sconfitti dai Romani a Thurii, anche se il loro caratteristico spirito ribelle li spinse a proseguire le ostilità contro i Romani, almeno fino al 218 a.C., con la venuta di Annibale in Italia ed oltre, essendosi uniti a Spartaco nella sanguinosissima guerra servile degli anni '70 del I secolo a.C. Infine, nel 29 a. C., sotto Augusto, Consentia divenne colonia romana.

Con il termine Italioti, i Greci indicavano i coloni di lingua greca emigrati in Italia meridionale (Magna Graecia), ad esclusione di quelli insediatisi in Sicilia (Sicelioti). Le città siceliote non debbono essere considerate come facenti parte della Magna Graecia, termine che indica solo le aree grecizzate dell'Italia continentale.  L'alfabeto latino deriva dall'alfabeto greco usato dai coloni fondatori delle città italiote, adottato e modificato, esattamente come fecero gli Etruschi. 

Dopo la colonizzazione del Mar Egeo, tra il X e l'VIII sec. a.C., i Greci si volsero ad Occidente, iniziando a colonizzare le terre dell' Italia meridionale e fondando ivi le colonie di Metaponto, Reggio, Taranto, Sibari e Crotone ecc. L'organizzazione politico-amministrativa della Magna Graecia (come quella della Sicilia), è stata mutuata ovviamente da quella della Madre-Patria. Le città magno-greche erano rette o da un governo democratico o da un reggente ed erano indipendenti. In esse presto fiorì l'arte ed un pregevole artigianato.

Phitecusa, ovvero Ischia, fu la prima città fondata dai Greci in Occidente. Dalle ricerche archeologiche svolte nell'area tirrenica, è stato ricostruito un ricchissimo traffico commerciale incentrato proprio sull'isola campana. Ma essa veniva chiamata anche Ausonia, dal nome dei suoi primitivi abitatori, gli Ausoni, con cui i coloni greci sembra intrattenessero rapporti pacifici. Mentre il popolo italico provvedeva alla coltivazione della terra, i Greci si dedicavano alla creazione di ceramiche di splendida fattura. L'argilla veniva esportata anche grezza. In seguito a questa attività economica si affiancò l'importazione del ferro dall' Isola d'Elba. Presto, di fronte ad Ischia, sorsero le città di Cuma, Dicearchia (Pozzuoli) e Partenope (Napoli). Particolarmente attivi nell'opera di colonizzazione furono i Calcidesi che, dopo aver fondato Pithecusa, inviarono una colonia a Rhegion (Reggio Calabria). Il primo avamposto acheo è Sibari, sulle sponde del mar Ionio, cui seguì Crotone. "Mentre gli Achei si stanziavano sulle coste calabre dello Ionio, nel 706, secondo la cronologia tradizionale, gli Spartani fondavano Taranto...Proprio per contrastare Taranto...su impulso di Sibari, poco dopo la fondazione di Taranto, fu inviata una colonia achea a Metaponto, fra le foci del Bradano e del Basento, attorno al 700 a.C." (V.M. Manfredi e L. Malnati, 2024). Come si può notare, i Greci non facevano che trasportare  le rivalità tra le poleis della Madre-Patria: proprio questa rivalità è stata alla base della sostanziale sconfitta subita dagli Italioti ad opera dei Bruzi.

Nel campo culturale, la Magna Graecia eguagliò e in alcuni casi superò i fasti dell' Ellade. Tra i personaggi illustri nati in Magna Grecia ricordiamo: i filosofi Parmenide di Elea, Zenone di EleaGorgia di Lentini ed Empedocle di Agrigento; i pitagorici Filolao di Crotone, Archita di Taranto, Liside di Taranto, Echecrate e Timeo di Locri; il matematico Archimede di Siracusa; gli storici Ippi di ReggioGlauco di Reggio e Lico; i poeti Teocrito di Siracusa, StesicoroIbico di ReggioSenocrito di Locri, Nosside di Locri, Alessi di Thuri e Leonida di Taranto; i medici TimoteoAlcmeone di Crotone e Democède di Crotone; gli scultori reggini Pitagora e Clearco; il pittore Zeusi, il musicologo Aristosseno di Taranto ed il legislatore Zaleuco di Locri.

 

 

 

 

 

 

La composizione etnico-geografica dell'Italia preromana. II Parte: il Centro.

 

Proseguiamo nella nostra analisi occupandoci ora del Centro Italia. Da nord a sud, incontriamo i seguenti popoli: Etruschi, Piceni, Umbri, Falisci, Latini e Sabini. Introdurre un discorso sia pure essenziale sugli Etruschi non è impresa facile, tanto vasta è stata la loro influenza sul processo di civilizzazione dell'Intera Italia. Ci limiteremo pertanto alle nozioni fondamentali, seguendo vari autori ed in particolare Mario Torelli (1981). 

In primo luogo viene in risalto il problema delle origini degli Etruschi. In età antica, tenevano banco tre teorie formulate da storici e scrittori greci. Secondo Erodoto, gli Etruschi sarebbero giunti dalla Lidia (regione dell'Asia minore); secondo Ellanico, essi sarebbero da identificare con i Pelasgi, popolo del mare, che, dopo varie peregrinazioni nell'Egeo, sarebbero approdati in Italia; secondo Dionigi di Alicarnasso, invece, gli Etruschi non provenivano dall'Oriente, ma erano una popolazione autoctona, e il loro nome era Rasenna e non Tirreni. Gli studiosi moderni sono più critici, e i dati che possediamo per risolvere la questione sono relativamente pochi, mentre abbondano le ipotesi: non sarebbe corretto parlare di "arrivo" degli Etruschi, tanto meno sotto forma di invasione, giacché essi sarebbero, come popolo, il prodotto di lunghe vicende svoltesi nella Penisola, tra l'età del Bronzo e la piena età del Ferro.

I saecula assegnati dal fato agli etruschi, secondo la loro stessa dottrina, sarebbero stati dieci, e, in realtà, noi assistiamo allo svolgersi della civiltà etrusca dal IX al I sec. a.C., quando, con la completa assimilazione da parte dei Romani, il nomen Tuscum svanì. Al culmine dell'espansione territoriale (Catone il Censore parla di un vero e proprio imperium), l'area dominata da questo popolo comprendeva oltre l'Etruria, l'Umbria occidentale, il Lazio settentrionale e centrale, con ramificazioni nelle attuali regioni dell'Emilia-Romagna e della Lombardia, fino a lambire il Veneto, l' isola della Corsica e, a sud, alcune zone della Campania. 

La fase più antica della civiltà etrusca, è la cultura villanoviana (X sec. a.C.), erede della più antica cultura proto-villanoviana (XII-X sec. a.C.). La cultura villanoviana è caratterizzata, oltre che dalla peculiarità dei sepolcreti e degli arredi funebri, dal primo emergere della privatizzazione della terra. l'VIII secolo, porta con sé un processo di stratificazione socio-economica e culturale, che ben si differenzia dal "comunitarismo" del periodo proto-villanoviano. E' l'età del trionfo delle aristocrazie e dello stile orientalizzante giunto dalla Grecia, fenomeno alquanto complesso. 

Gli Etruschi furono in contatto con vari popoli, italici ed extra-italici. Di particolare importanza è l'influenza che essi ebbero sui Romani, se è vero che la Triade capitolina è un "prodotto" religioso etrusco e che  l' aruspicina fu una forma divinatoria che i Romani mutuarono dagli Etruschi, considerandola peraltro sempre straniera alle loro pratiche cultuali.  Quanto alla struttura della società, gli Etruschi erano organizzati in città-Stato, facenti parte di una federazione di 12 popoli. 

Il rapporto col divino era improntato al timore, fondato sulla convinzione dell'esistenza di un destino ineluttabile che l'uomo poteva solo prevedere ma non modificare, concezione diversa da quella dei Romani. I tre dei più importanti del pantheon etrusco, erano: Tinia (Giove), Uni (Giunone) e Menrva (Minerva),  che, come sappiamo, trovarono posto nella Triade capitolina repubblicana. I libri sacri etruschi (complessivamente chiamati dai Romani Etrusca disciplina), tradotti in latino, contenevano tutta la scienza sacra, ed erano divisi per argomento; dai libri haruspicini, a quelli fulgurales a quelli acherontici ecc.

Altro problema spinoso è dato dalla lingua etrusca. Secondo molti studiosi essa era una lingua non indoeuropea, ma preindoeuropea o paleoeuropea. L'alfabeto arcaico è di stretta derivazione greca. Nonostante un corpus di 13.000 iscrizioni, la lingua etrusca presenta ancora problemi di decifrabilità, non essendo stato ancora ritrovato un documento analogo alla Stele di Rosetta, che, grazie alla parte scritta in greco, ha contribuito in modo determinante alla comprensione del testo egizio. Si ricorda anche il nome di un tragediografo: Vulca di Veio.

Popolo ricettivo, gli Etruschi hanno influenzato grandemente la civiltà romana sotto molti aspetti: bellico, architettonico, religioso e politico, finché, con la presa di Veio, nel 396 a.C., iniziò un lento ma inesorabile decadimento politico-militare, che portò gli Etruschi alla fine del loro ciclo vitale come popolo. Ma sulla cultura etrusca dovremo necessariamente ritornare al fine di spiegare aspetti non marginali di quella romana.

I Piceni erano un antico popolo italico che dal dal IX al III sec. a.C. visse nella zona dell'Italia centrale oggi corrispondente alla regione Marche e alla parte settentrionale dell'Abruzzo. Questo popolo ci ha lasciato numerose vestigia archeologiche, e l'arte da esso espressa rivela una marcata caratterizzazione, come testimonia la tendenza verso l'astrattismo nelle figurazioni.

Nel IV secolo a. C., i Piceni subirono l'invasione dei Galli Senoni e, dopo alterne vicende, finirono inglobati nelle strutture politiche della Repubblica romana. Interessante è l'etimologia del nome "Piceni": secondo Paolo Giulierini ( 2023), questo nome "è legato a un uccello ben noto, il picchio, - animale totemico - che durante la primavera utilizza il suo becco per realizzare buchi nei tronchi degli alberi...". Sempre secondo l'autore citato "Pico era inoltre, secondo alcuni, il primo re dei Piceni, per altri il dio italico che profetizzava responsi". Tipico dei Piceni, come degli altri popoli italici, era il rituale del ver sacrum (o primavera sacra), che consisteva nella "fuoriuscita di una parte della popolazione alla ricerca di altre terre, in occasione di momenti di carestia o eccedenza demografica". Tale rituale era dunque finalizzato al ripristino dell'equilibrio demografico delle varie comunità. In epoca preromana, i Piceni non erano organizzati in veri e propri centri urbani, ma vivevano, stando alla testimonianza del geografo greco Strabone, in villaggi o, latinamente, vici. La loro era una economia eminentemente rurale. Per questo motivo, i Piceni sono stati considerati un popolo poco omogeneo.

Gli Umbri, popolo italico, abitavano l'area compresa tra la media ed alta valle del Tevere fino al mar Adriatico. Prima apparizione storica, o protostorica, degli Umbri si ha con la cultura di Terni, facies della prima età del Ferro. Ai tempi di Plinio gli Umbri erano considerati come la più antica popolazione d'Italia, sebbene pare certo che il loro territorio venisse già abitato da popolazioni ancora più antiche. 

Dopo la battaglia di Sentino, nel 295 a.C., in cui l'esercito romano sconfisse la lega gallo-etrusco-italica, gli Umbri furono trattati benignamente dai vincitori, e , anche dopo la venuta di Annibale in Italia, essi mantennero un atteggiamento di fedeltà verso l'autorità romana. Motivo per cui l'assimilazione della civiltà umbra da parte di quella romana sembra essere avvenuta senza traumi. 

La religione, nonché la struttura sociale degli Umbri, ci è nota attraverso le Tavole eugubine, redatte tra il V ed il I sec. a.C. Dalla analisi di queste tavole, emerge una struttura teologica complessa. Dalla ricostruzione della studiosa Maria Luisa Porzio Cernia (2004), si evince uno schema tripartito:

" 1) una triade celeste superiore ...composta da Giove Grabovio, la regalità celeste; Marte Grabovio, la potenza guerriera; Vofiono Grabovio, la forza vitale che anima uomini, animali e piante;

2) una co-triade celeste inferiore che comprende Trebo, dio dell'insediamento urbano; Fiso(vio) Sancio, dio della fides , garante del patto tra la comunità e il divino; Tefro, dio del calore che mantiene la vita;

3) una triade inferiore che comprende le divinità della terra... ed è composta da Serfo, il "crescitore" delle messi, il dio che protegge la crescita del seme nella terra; Prestota, 'colei che sta davanti' e difende il terreno agricolo e i frutti da quanto può danneggiarli, arresta il male e lo rinvia; Torsa che difende la terra dai nemici". 

La triade celeste superiore umbra equivale alla triade regia romana ( Marte, Giove, Quirino), che, secondo noi, rappresenta il fas, o legge divina. Di legge sacra (in umbro medos, che indica l'dea della regola, dell'ordine, della misura), parla anche la citata studiosa che, non a caso, la pone in relazione con il ius ed il fas: " Medos si inserisce in una vasta categoria di neutri che indicano forze emanate, ispirate da fonti soprannaturali attraverso le quali il divino opera nel mondo umano". 

Dalle Tavole bronzee, che costituiscono un unicum in tutta la civiltà classica, si desume che gli Umbri avessero una struttura legislativa, politica e religiosa molto complessa, di cui è debitrice la stessa civiltà romana. In particolare, esse, in numero di sette, trattano della consacrazione della rocca di Iguvium, descrivono le cerimonie annuali e gli statuti di una confraternita sacerdotale e dettano le regole sui rapporti giuridici della popolazione iguvina. Dice P. Catalano (1974): " Forse è esatto dire che poplo pare corrispondere alla popolazione fornita dei pieni diritti (e doveri) civili e militari e non alla popolazione totale, che comprende donne e bambini, ed è compresa nel termine tota 'città'...Posso concludere, intanto, che la comparazione dell'uso di poplo presso gli Umbri e di touto presso gli Osci, sottolinea l'aspetto della pluralità del concetto di poplus."

I Falisci abitavano una regione denominata agro Falisco, situata tra i Monti Cimini, il Tevere e il lago di Bracciano, ed erano quindi in stretto contatto con gli Etruschi. Poche le informazioni sulla loro origine. Sappiamo che parlavano un dialetto latino e che facevano probabilmente parte di un' "orda" di popolazioni giunte in Italia verso il II millennio a.C. e provenienti da una zona non meno precisata dell'Europa centrale. I reperti risalenti all'età del Ferro mostrano una certa affinità con la cultura villanoviana, particolarmente del periodo orientaleggiante: la parentela tra Etruschi e Falisci è quindi senza discussione. Le loro città principali erano Falerii (l'attuale Civita Castellana) e Fescennium, che pare si trovasse nell'attuale Comune di Calcata. La religione falisca era incentrata sul culto di Soranus, antica divinità italica, che veniva officiato sul monte Soratte. Più volte ribelli ai Romani, la loro resistenza terminò nel 241 a.C., e, da quella data, il popolo falisco cessò di avere una esistenza separata dalle strutture politiche romane.

I Sabini, vicini dei Falisci, occupavano il territorio che si estendeva tra le moderne città di Rieti e dell'Aquila. Fin dagli albori della storia di Roma, i rapporti tra Romani e Sabini furono molto stretti. Scrive Paolo Giulierini (2023): i Sabini "facevano parte del gruppo dei Latini...Forse legati a un ceppo degli Umbri, i Sabini appartenevano allo stesso gruppo etnico dei Sanniti e dei Sabelli". Ma "il legame tra i Sabini e i Romani è attestato fin dall'origine sabina di due dei Re di Roma, Numa Pompilio e Anco Marzio, come pure dal nome dei Tities, relativo a una delle tribù su cui Romolo effettuò la prima divisione politica dell'Urbe". (Le altre due portavano il nome di Ramnes e Luceres, che si è supposto rappresentassero rispettivamente il gruppo dei Romani e degli Etruschi). Questa comunanza non evitò peraltro fortissime tensioni tra le due parti, finché "nel 504 a.C. - siamo agli inizi della Repubblica n.d.r. - arrivò a Roma "Attius Clausus, principe e condottiero dei Sabini, da cui ebbe origine la gens Claudia". E ancora: " E' Plinio a fornirci una serie di nomi di municipi assegnati ai Sabini: il più importante è senza dubbio Cures, ma da ricordare è pure Amiternum, la cui fondazione è più antica di Roma". 

Vicinanza religiosa si ebbe naturalmente tra i due popoli: " A Tito Tazio, originario di Cures, si riferiscono culti e festività poi assunte dai Romani Quiriti: si ricordano i Sodales Titii, creati proprio per preservare i culti sabini, il culto di Quirino e il culto della Luna, oltre alla fondazione del santuario di Semo Sancus Dius Fidius. Anche i famosi Ludi Saeculares, che prevedevano spettacoli teatrali e sacrifici per il passaggio da un secolo a un altro, erano di origine sabina".

Parliamo infine dei Latini. Secondo P. Giulierini (2023) "...la cultura laziale...inizia in maniera distinta nel X sec. a.C. e termina intorno al VI sec. a.C. Convenzionalmente è stata divisa in quattro grandi periodi. Nel primo periodo (1000-975 a.C. circa), il materiale ceramico trova precisi punti di contatto con le produzioni dell'Etruria meridionale, mentre nella parte finale i bronzi si collegano meglio con l'area di Terni...La seconda fase della cultura laziale è rappresentata, meglio di tutti, dai rinvenimenti della necropoli...dell'Osteria dell'Osa: gli oggetti in bronzo sono sempre più collegati a quelli dell'Etruria, si iniziano ad importare l'oro e le ambre lavorate...Nel terzo periodo, a partire dal 770 a.C., continuano gli insediamenti con aggeri - o terrapieni - fortificati nei promontori, con capanne ovali o circolari, sostituite da edifici solo a partire dal VII sec. a.C...Il periodo successivo è storia nota: a partire dal 508 a.C., data tradizionale della cacciata dei re, si ha l'ascesa di Roma repubblicana. Quest'ultima si impose, dopo la parentesi dell'invasione dei Galli di Brenno nel 390 a.C., sull'area del Lazio a partire dal 340 a.C., e poi sull'intera Italia". 

Secondo alcuni, si commette l'errore di identificare i Romani con i Latini. Si può dire che i Romani furono un popolo in cui predominò l'elemento latino, a iniziare dalla lingua. Roma si pone come la sintesi degli apporti politico-culturali etrusco-italici, con un popolo dalla provenienza varia ed anche discutibile. Come ricorda Livio, la popolazione romana era un miscuglio ed accozzaglia di genti dalle più varie origini, che comprendeva anche fuggiaschi e fuoriusciti dalle comunità vicine, e Roma, ai suoi inizi, era una piazzaforte che sembrava esistere apposta per gettare scompiglio e discordia tra i popoli circostanti.  Quanto a Roma, sopravvissuta fino ad oggi nella forma di una teocrazia fossile, molto abbiamo già detto e molto altro diremo. Tipica dei Romani è l'esatta percezione delle polarità opposte ed una visione universalistica che tende alla reductio ad unum. 

Ma torniamo ai Latini. Il nome Lazio viene dall'aggettivo latino latus, che significa esteso. Il Latium vetus era la parte di territorio originariamente abitata dai Latini ( compresa tra il fiume Tevere a nord e lo sbocco nel Tirreno a sud), mentre il Latium adiectum consisteva nei territori strappati ai Volsci, agli Ernici ed agli Aurunci, tra il promontorio del Circeo ed il fiume Garigliano. Dopo l'instaurazione della Repubblica in Roma, la Lega Latina strinse una alleanza con questa. Si trattava del c.d. foedus Cassianum, stipulato nel 493 a.C. Dopo alterne vicende, che videro più volte i Latini contrapporsi ai Romani, nel 340 a.C., i due eserciti si scontrarono per l'ultima volta a Trifano. I Romani riportarono una brillante e definitiva vittoria, ma ai Latini fu concesso il ius Latii, uno status giuridico che prevedeva notevoli privilegi e prerogative. 

Naturalmente, queste sono solo brevi nozioni sui Latini. In proseguo di tempo avremo modo di soffermarci più volte sulla loro religione, cultura e forma politica.

 

 

 

 

 

 

La composizione etnico-geografica dell'Italia preromana. I Parte: il Nord.

 

Convinti della veridicità del detto gaiano: principium est potissima pars cuiusque rei ( l'inizio è la parte primaria di qualsiasi cosa), ci pare opportuno offrire ai lettori un seppur succinto quadro della composizione etnico-geografica d'Italia avanti la conquista romana. La trattazione sarà dedicata alle quattro sezioni del territorio nazionale: prima il Nord, poi il Centro, il Sud e infine le Isole.

Prendiamo le mosse dall'area settentrionale. Qui si incontrano cinque popoli; da occidente ad oriente: Celti, Liguri, Camuni, Veneti e Reti. Merito di Giulio Cesare fu quello di aver individuato la differenza tra Celti (o Galli) e Germani. Verso il IV sec. a.C., le principali popolazioni celtiche insediate in Italia erano: gli Insubri, con capitale Mesiolanon, in latino Mediolanum, l'attuale Milano; essi occupavano i territori compresi fra i fiumi Ticino, Oglio e Po fino ai laghi lombardi; i Cenomani erano stanziati nell'area tra l'Oglio e il Mincio, fino a Mantova; i Boi avevano occupato invece la zona a sud del Po che gravitava intorno alla città di Mutina (Modena); i Lingoni occupavano la fascia del delta padano, mentre i Senoni erano insediati nella zona costiera tra Romagna e Marche settentrionali; la loro principale roccaforte era Sena Gallica (Senigallia) sulla costa marchigiana.

I Celti erano un insieme di popoli indoeuropei affratellati da tratti comuni, quali il sostrato linguistico, le credenze religiose e notevoli analogie nella struttura sociale. Noi siamo abituati a considerare le divinità celtiche sulla base dell'interpretatio romana di Giulio Cesare, che tentò di compararle con gli dei tradizionali del pantheon greco-romano. La religione celtica era basata sulle forze e i cicli naturali. I Druidi erano i sacerdoti-giudici depositari del sapere giuridico-religioso delle varie popolazioni di cui si componeva l'etnia celtica, la quale non si dette mai una organizzazione politica unitaria; la struttura sociale era piuttosto di tipo guerriero, tribale, con un forte senso della lealtà che non escludeva faide interne.

Grazie soprattutto alla testimonianza data da Cesare nel De bello gallico, la società celtica, con particolare riferimento a quella gallica, era articolata in tre classi: l'aristocrazia guerriera che provvedeva alle esigenze belliche ed eleggeva il Re; il popolo libero che si dedicava alle attività economiche come l'agricoltura e l'allevamento; e infine, la classe dei sacerdoti (Druidi), che provvedeva all'amministrazione della giustizia e conservava il sapere comune inter-tribale. Questa articolazione ha in età moderna dato le basi per la ricostruzione dumeziliana della società indoeuropea, compresa quella romana (la c.d. teoria trifunzionale).

Per quanto riguarda l'Italia, aggiungiamo che i popoli celti si trovarono a contatto sia con i Veneti sia con gli Etruschi. che, nel momento del loro massimo splendore, dominavano un territorio che da Mantova si estendeva sino in Campania. 

Pressati dai Germani e ,da sud, dai Romani, i Celti, in Italia, finirono per essere assimilati dalla civiltà romana.

I Liguri occupavano una vasta regione, che andava dalla Liguria alla Toscana nord-occidentale fino alle zone pedemontane del Piemonte, della Lombardia e dell'Emilia. Successivamente, con il sopraggiungere delle ondate migratorie di Venetici, Galli e Italici, il loro "spazio" vitale si restrinse ai confini storici. Chi erano i Liguri ? Secondo una teoria, essi sarebbero stati una antichissima popolazione preindoeuropea; secondo una diversa teoria, essi appartenevano in realtà al grande ceppo celtico. Di certo i Liguri finirono per fondersi con i Celti, dando vita ad una cultura celtico-ligure.

Con il XII sec. a.C., proprio da questa fusione tra Celti e Liguri, che aveva prodotto le culture di Polada e Canegrate, e contemporaneamente alla nascita della cultura di Hallstatt nel centro Europa e della cultura Villanoviana nell'Italia centrale, prese vita una nuova civiltà che oggi gli studiosi chiamano di Golasecca, che nel IV sec. a.C., con la venuta dei Galli, finì con il disperdersi. Come i Celti, anche i Liguri non formarono mai uno Stato centralizzato, e rari erano anche i centri di aggregazione della popolazione, dai Romani chiamati oppida. All'interno delle varie tribù prevaleva il principio comunitario, tanto che solo tardi emerse l'istituto della proprietà privata, come tale cedibile e trasmissibile in via ereditaria. 

La religione ligure è megalitica: abbondano stele raffiguranti persone stilizzate. Oggi si è persa la memoria del significato di questi manufatti; si è ipotizzato che raffigurassero dei od antenati ed eroi divinizzati. Come per i Celti, la religione ligure si fondava sul culto delle forze della natura ed era abbastanza primitiva e intuitiva. 

 Camuni, popolo antichissimo di lingua preindoeuropea, vissero, fin dall'ottavo millennio a.C., nella Val Camonica (Lombardia), Di essi ci sono giunte moltissime incisioni rupestri. Furono sottomessi dai Romani nel corso del I sec. a.C., ottenendo assai presto la cittadinanza romana. Secondo alcuni studiosi, essi sarebbero facilmente accomunabili ai Reti, poiché i loro usi e costumi appaiono assai simili a quelli dei Reti, stanziati in un'area che va dalle Alpi italiane fino all'alta regione del Reno. Tra il V e il III sec. a.C., i Camuni ebbero intensi contatti con gli Etruschi, che in quell'epoca controllavano la Pianura padana fino ai piedi delle Alpi, e con i Celti provenienti dalla Gallia transalpina. La lingua camuna appare come una variante dell'alfabeto etrusco.

I Veneti furono un popolo indoeuropeo stanziatosi nell'Italia nord-orientale verso il II millennio a.C., precisamente nella regione che da essi prende il nome. Straordinariamente, i Veneti, a differenza degli altri popoli esaminati in precedenza, ci hanno lasciato una ricca cultura materiale. Essi, esclusa la teoria della provenienza illirica, sembrano imparentati con il Latini, costituendo, come si ipotizza, un gruppo originario dell'Europa centrale.

I Veneti crearono una ricca cultura artistica, come si può ben desumere dai reperti archeologici che ci hanno lasciato. Per quanto riguarda la società, essi fondarono una una struttura sociale sicuramente pre-urbana, o proto-urbana, e infine urbana, attestata da grossi centri come Este, Altino e Padova. Interessante è che i Veneti dettero vita ad una cultura unitaria, che raggiunse il suo culmine tra l'VIII ed il II sec. a.C., contemporaneamente alla civiltà etrusca. Sotto il profilo religioso, sono state scoperti necropoli e materiale votivo. I riti religiosi si svolgevano in boschi sacri. E' probabile l'esistenza di una classe sacerdotale, con il privilegio della scrittura.

In campo artistico,  con questo popolo si passò per la prima volta da raffigurazioni geometriche a quella di figure umane e animali. 

Infine, i Reti. Questi furono una antica popolazione tirsenica, di lingua pre-indoeuropea o paleo-europea. Stanziati nelle Alpi centro-orientali, occupavano, in Italia, il territorio corrispondente all'attuale Trentino-Alto Adige. Secondo Plinio il Vecchio, i Reti derivavano dagli Etruschi, ed effettivamente è stata riscontrata una similitudine tra lingua retica e lingua etrusca. Illustri autori hanno però ribaltato la tesi pliniana, affermando che è vero esattamente il contrario. I Reti ebbero rapporti anche con i Celti: in particolare il gruppo dei Celti Cenomani, sostituì gli Etruschi nel commercio con i Reti.

I Reti avevano un profondo culto della Natura, e, per onorare le loro divinità, prima di tutto la dea Reitia, eressero dei santuari, spesso situati in luoghi elevati. Tale dea era venerata come madre della fertilità e della guarigione.

Traendo le conclusioni di tutto questo discorso dedicato alle antiche popolazioni dell'Italia settentrionale, osserviamo A) il quadro che abbiamo tratteggiato è approssimativo e non dà conto della reale varietà dei popoli che abitavano nei millenni tra il I a.C. e il I d.C., l'Italia padana ed alpina; B) nonostante questo contesto estremamente variegato, ci pare di poter individuare il "comune denominatore" nell'etnia celtica, che entrò in contatto con tutti i popoli ivi stanziati, costituendo un vero principio aggregatore di questi. E così come l'Italia centrale è latino-italica e l'Italia meridionale è "greca" (un discorso in parte diverso va fatto per le Isole), così l'Italia settentrionale è contrassegnata, in epoca storica e preistorica, ma con risvolti anche attuali, dalle popolazioni celtiche, veri e propri centri di unione e fusione degli altri popoli, prima, s'intende, della conquista romana.  

 

 

 

Terra Italia

 

In questa notizia, affronteremo il problema dell'eventuale emersione di un concetto giuridico e politico dell'Italia già in età romana. Nel fare ciò, seguiremo l'opinione espressa da P. Catalano nel 1962. Notoriamente, la storia d'Italia è stata alquanto travagliata, vuoi per la disomogeneità politico-culturale della Penisola, poi ridotta ad unità dalla conquista romana, vuoi per il periodo susseguente alla caduta di Roma, tanto che uno Stato unitario italiano è sorto solo nel 1861, con la costituzione del Regno d'Italia. Ma della composizione etnico-culturale dell'Italia preromana ci occuperemo in  successivi post.

"Il nome latino Italia è di origine osca (Viteliu). Gli antichi lo derivavano da quello di un principe enotrio, Italo, o lo mettevano in relazione con il lat. vitulus «vitello». Secondo studiosi moderni, Italia significherebbe «terra degli Itali» e gli Itali sarebbero stati una popolazione italica che aveva per totem il vitello. Il nome designava dapprima (Ecateo) l’estremità meridionale della Calabria; più tardi (Erodoto) si estese fino a Metaponto e Taranto; poi, nel 3° sec. a.C., alla Campania; poco dopo, a tutta la penisola a sud dei fiumi Arno ed Esino e infine alla catena alpina (Polibio e Catone). La sanzione ufficiale del nome si ebbe con Ottaviano nel 42 a.C.; l’unione amministrativa delle isole con Diocleziano (diocesi italiciana). Il significato geografico della denominazione è da allora sempre rimasto in uso, al di là delle vicende storico-politiche". (Enciclopedia Treccani, voce Italia.) Si ebbe dunque un progressivo superamento dei confini e dello spezzettamento etnico e geografico, finché, con Diocleziano, anche la Sicilia e la Sardegna, in origine solo province, fecero parte dell'Italia.

Qui l'attenzione è orientata verso l'inquadramento giuridico e politico, scaturente dalle norme dell'ordinamento romano, ricevuto dall'Italia. Secondo il Catalano, " l'esatta impostazione della ricerca esige che si tengano separate due questioni, pur strettamente connesse tra loro: quella del concetto giuridico e quella dell'idea politica d'Italia. La prima questione è quando e in che modo delle norme giuridiche abbiano preso in considerazione l'Italia come una unità distinta da quanto le è esterno...la seconda questione è quando e in che modo questa unità abbia costituito un elemento della ideologia e dell'azione politica, per singole personalità e per le masse ".

Per quanto riguarda il primo punto, " le norme dell'ordinamento romano che prendono in considerazione l'Italia come unità possono classificarsi a seconda che considerino in primo piano: A) il territorio, B) le persone, C) le divinità di tale unità". Di particolare interesse è l'esposizione sul ius italicum, considerato che " il concetto di ager italicus non era rigidamente legato ai confini della terra Italia... bensì faceva capo a una individuazione di rapporti giuridici, politici ed etnici", come accadeva per l'ager Romanus situato a  Messana, in Sicilia, avendo questa città la posizione di " una civitas italica. E ciò trova motivo già nella comunanza etnica esistente fra i Mamertini, i Romani e gli Italici in genere".

  Nel 210 A.C., il Senato emanò una norma in cui " veniva ribadita l'impossibilità di rendere ager Romanus... un territorio non italico; ed anche questa norma può ben considerarsi di diritto divino, se si tien conto del nesso esistente fra l'ager Romanus e le inaugurationes, fra l'ager Romanus e il templum inauguratum." In questa norma appare evidente la contrapposizione tra terra Italia e le exterae nationes. Da quanto scrive Gaio, " si può ritenere che sia antichissimo il principio che è possibile dominium ex iure Quiritium solo su territorio italico...Va poi notato che i fondi provinciali non erano suscettibili di mancipatio, in iure cessio, usucapio...l'impossibilità di applicazione al suolo non italico dei modi di acquisto caratteristici della proprietà quiritaria derivava proprio dalla impossibilità che esso fosse oggetto di tale proprietà. Un modo di ribadire, in linea di principio, la differenza fra suolo italico e suolo non italico, si trovò nell'uso di conferire lo ius Italicum a numerose comunità extra Italiam...Esso fu un modo di salvare l'antico schema della differenza, pur adeguandolo alle realtà nuove che ne chiedevano un superamento..."

Anche una norma riguardante il pomerio, va messa in rapporto con la terra Italia: "Lasciamo da parte tutte le norme...che riguardano l'ampliamento del pomerio, salvo appunto quella che pone un nesso tra l'ampliamento e l'ager italicus (e quindi la terra Italia). Sia che il potere di ampliamento del pomerio fosse subordinato ad un ampliamento dei confini della terra Italia, sia che fosse invece subordinato ad una estensione della proprietà fondiaria del popolo romano (ager publicus) entro l'Italia, è chiaro che la norma supponeva un preciso concetto di terra Italia, e la poneva in connessione con quella fondamentale realtà del diritto divino che era il pomerio".

 Anche le divinità giocano un ruolo essenziale nell'individuazione di un concetto romano unitario di Italia. " Vi fu una differenza, durante l'età repubblicana, fra le divinità originarie d'Italia e quelle estere: alle prime poterono essere consacrati luoghi entro il pomerio, alle seconde no (salvo nel caso, forse unico, della Magna Mater, del 191 a.C.). Questa regola è stata individuata, e variamente precisata, da parecchi studiosi. La sua comprensione implica il chiarimento di problemi assai ampi: relativi alle originarie comunanze di religione dei vari popoli Italici, al formarsi di nuove comunanze nei loro rapporti in Italia, e al contemporaneo loro divergere in corrispondenza con i contrasti politici". 

  Dopo altre osservazioni in materia, l'autore passa alle conclusioni, affermando che il concetto dell'unità giuridica dell'Italia (e degli Italici), venne a costituirsi già nel III sec. A.C. : "L'ambiente storico che spiega il costituirsi di queste norme è lo stesso che spiega l'unificazione politica d'Italia compiuta da Roma...In particolare per la definizione del confine settentrionale d'Italia doveva agire lo sforzo di Roma di eliminare (anche coalizzando gli Italici) il pericolo di penetrazioni galliche".

Ma quello che è più importante è che " il concetto (o l'idea) di Italia, non si presenta come chiuso, con un fondamento etnico impenetrabile, bensì (e lo si vede già nella sua progressiva estensione fino alle Alpi) come costruentesi in funzione di una politica universalistica. E questo fin dall'inizio, e nello stesso nucleo giuridico-religioso: proprio in relazione a questo nucleo troviamo l'esempio migliore di tale di tale penetrabilità, e di tale esistere in funzione di qualcosa di più ampio. Penso all'introduzione del culto della Magna Mater ed a tutto il suo sviluppo: secondo gli interpreti dei libri sibillini, la salvezza d'Italia poteva aversi solo dall'introduzione della divinità estera". Come dice Plinio, l'Italia è "figlia e madre di tutte le terre". Commenta il Catalano: "Non dunque una chiusa realtà etnica, ma un concetto giuridico che si alimenta di un'idea politica tesa all'universale".

Dal contesto di quanto abbiamo sopra riportato, e andando oltre,  possiamo trarre alcune osservazioni finali: 1) I Romani, coerentemente alla propria vocazione universalistica, consideravano l'Italia non un'entità etnicamente chiusa, ma un concetto giuridico aperto all'ecumenismo religioso e culturale; 2) questo non significa che sin dal III sec. a.C. non sia affiorata, nel diritto umano e divino di Roma, una idea dell'Italia come unità, in relativa contrapposizione alle genti estere; 3) l'Italia, come concetto giuridico, era suscettibile di espansione attraverso la concessione del ius italicum a comunità poste in provincia, quindi al di fuori del suolo italico; 4) per lungo tempo, almeno fino a Diocleziano, l'Italia fu dai Romani considerata come un territorio privilegiato, in netta antitesi rispetto ai territori provinciali; 5) il nome Italia significa "Paese degli Itali" e venne via via attribuito, come attestano gli storici greci e latini, a tutta la Penisola, a partire dalla punta meridionale della Calabria, fino ai territori alpini; 6) nella principale accezione, gli Italici sono quei popoli indoeuropei caratterizzati dal parlare le lingue italiche (umbro-osco e latino-falisco); nella accezione più ampia, storiografica ma non linguistica, per Italici, invece, si intendono tutti i popoli stanziati in Italia, compresi i Liguri, i Reti e gli Etruschi, parlanti  lingue non indoeuropee; 7) Per effetto del bellum sociale, avvenuto nel I sec. a.C., Roma, pur vincitrice, concesse, col criterio del ius soli, la cittadinanza romana a tutti gli abitanti della Penisola, facendone così un' unica entità statale sottoposta ad un unico regime giuridico; 8) in un anno imprecisato, Augusto divise l'Italia in 11 regiones (pressappoco corrispondenti alle venti attuali), che tuttavia non avevano funzioni politico-amministrative, essendo queste delegate alla Regio I Latium et Campania, con a capo l'Urbs Roma.

 

Diritto romano e sistema.

 

In questo post affronteremo il tema del se e come il diritto romano abbia avuto una organizzazione sistematica nell'età antica. Per l'epoca moderna il problema si risolve in senso positivo, considerata l'attività della pandettistica tedesca che ha dato al diritto romano una strutturazione sistematica. Tale scuola di pensiero si è propagata anche in Italia e , a tal proposito, ricordo i nomi di Nicola de Crescenzio, Carlo Fadda, Filippo Serafini, Emilio Besta, Contardo Ferrini, Emilio Betti e Vittorio Scialoja che, tra il 1886 ed il 1898, tradusse in italiano la monumentale opera di Friedrich K. von Savigny, precursore della pandettistica, Sistema del diritto romano attuale.

Già nel '600 e '700, il termine sistema veniva adoperato in Europa per indicare la trattazione di un argomento condotta secondo criteri logici. Ma da dove proviene il termine "sistema" ? Esso è il greco systema, che veniva adoperato da Aristotele per indicare vuoi un insieme di elementi strettamente congiunti tra di loro ed astretti ad un unico fine, come può essere lo stesso Universo, o, più in particolare, il sistema solare, sia, in senso specialistico, l'organizzazione interna delle discipline liberali, come la matematica, la musica, la medicina, l'astronomia ecc. E' indubbiamente in questo significato che il giurista romano Celso parla del ius come di ars boni et aequi , visto che in latino il termine ars traduce il greco "sistema", come già intuito da valenti romanisti, quali Salvatore Riccobono e Giorgio La Pira. 

La definizione di Celso sopra ricordata è l'unica in tutta la letteratura giuridica a noi tramandata. Altri giuristi romani, come Paolo ed Ulpiano, sembrano definire il ius su di un piano puramente utilitaristico, cosa che porterebbe ad un abbaglio, considerata la polivalenza e complessità del termine latino.

In dottrina si parla di sistema in un duplice senso: sistema intrinseco e sistema estrinseco. Il primo indica un coacervo di norme, atti e fatti istituzionali, altrimenti denominato ordinamento giuridico, quale potrebbe essere, ad es., l'Editto del pretore romano. Il secondo indica il sistema propriamente detto, risultato dell'attività astraente della scienza giuridica su un materiale di per sé non sistematico. Nelle fonti giuridiche romane, ad indicare il sistema giuridico, non si usa il termine ars, equivalente a sistema, se non nell'unico caso sopra ricordato. Si usa invece il sintagma ordo iuris , dove ordo indica un insieme concreto di elementi tra loro interdipendenti. Dalla radice di ordo scaturisce l'italiano ordinamento ed il castigliano ordinamiento, mentre, nella lingua tedesca e in quella inglese, si usa rispettivamente Rechtsordnung e legal system. 

Risalgono ai giuristi repubblicani i primi tentativi di sistemazione dialettica del ius, secondo i procedimenti logici delle partitiones e delle divisiones, di cui parla ampiamente Cicerone. Si tratta di tentativi di sistemazione del diritto ispirati alla téchne o ars stoico-aristotelica, di cui abbiamo già parlato. Chi sono i protagonisti di questo imponente movimento di pensiero ? Quinto Mucio Scevola e Servio Sulpicio Rufo, entrambi ricordati da Cicerone quali massimi autori della letteratura civilistica. Ad opinione dell'oratore, tuttavia, solo il secondo giurista può essere considerato come colui che per primo dette veste scientifica al diritto, lodando Mucio Scevola soltanto in quanto ebbe un magnus usus del diritto medesimo. 

Successivamente, e siamo agli incunaboli dell'Impero, si segnalano le figure di Masurio Sabino e Cassio Longino. Soprattutto in questo giurista si nota una tendenza ad associare gli istituti secondo un criterio analogico (o per similitudine), che rende la trattazione del sistema più logica e coerente. Ma soltanto nel II sec. D.C., nel giurista Gaio, troviamo una sistemazione della materia che possiamo definire matura secondo i canoni dialettici. Gaio, infatti, suddivise l'intero diritto (privato) in una tripartizione tra personae, res ed actiones, che dà una veste soddisfacentemente logica alla trattazione. Peraltro  il metodo dialettico trovò il suo sbocco ideale in ambito didattico, per la chiarezza dell'esposizione, ed opera di scuola sono appunto le Institutiones gaiane.

Non sembra infatti che esso fosse largamente recepito nella restante dottrina giuridica romana, se è vero che, nel Corpus Juris giustinianeo solo le Istituzioni si basano sul modello gaiano, mentre i Digesta si ispirano ampiamente sulla struttura dell'Edictum praetoris, notoriamente un amalgama di formule, azioni e rimedi processuali privo di sistemazione logica, perché risultato di una stratificazione storica.

Peraltro si fa notare (C. Ferrini) che esistevano sistemi "misti", come quello di Ermogeniano, che comprendevano sia il sistema juris civilis, secondo la denominazione classica dei trattati dei giuristi, sia la materia giuridica "organizzata" secondo il modello edittale. Quale conseguenza trarre da tutto questo ?  A giudicare da quanto ci resta della letteratura giuridica romana, vien fatto di pensare che i romani poco si occupassero del sistema come lo intendiamo noi moderni, sperimentando di volta in volta varie strade nell'organizzazione del sapere giuridico.

Prova ne sia che la contrapposizione fra giusnaturalismo e giuspositivismo non è romana ma moderna. E' vero che i giuristi dell'età severiana, e particolarmente Ulpiano e Marciano, parlano di uno ius naturale come completamente contrapposto al ius in civitate positum, ma se si approfondisce la questione, ci si accorge che per i giuristi la natura era una "Istituzione", e come tale facente parte dell' universo organismo del ius. I sistemi del ius civile-ius gentium o del ius civile-ius gentium-ius naturale (a seconda della visuale adottata), formano un blocco unitario, perché, pur ammettendo che il diritto naturale per gli antichi giuristi è astratto, indice più che altro di coscienza morale, è anche vero che essi lo positivizzarono, come testimoniano gli istituti della tutela degli impuberi e dell'arricchimento con danno altrui, tanto per fare qualche esempio. La ragione di questa oscillazione dogmatica è chiara: se si considera la natura come una realtà primordiale, precedente la civilizzazione, allora è chiaro che essa è vista come qualcosa di  astratto se confrontata col diritto civile ed il diritto delle genti, entrambi introdotti dagli uomini; ma se la si considera come immanente alla società umana, allora essa riprende vigore e genera istituti giuridici degni di applicazione come quelli di diritto positivo.

 

 

 

 

 

 

Una cultura fantasiosa.

 

Gli italiani non sono mai stati dei razionalisti puri. Non mancano certo esempi di sistemazioni teoriche nei campi dell'architettura,  della musica, della grammatica, della pittura, della medicina, dell'estetica, dell'economia politica, della scultura, della filosofia, del diritto e delle scienze fisiche e matematiche; ma il razionalismo è tipico della cultura nord-europea ed anglosassone.

La cultura italiana è invece a-sistematica ed intuitiva, a tal punto che è la poesia la forma d'arte letteraria in cui meglio si cimentarono gli ingegni italiani: pensiamo solo a Dante, Petrarca, Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, questi ultimi tre autori di poemi-romanzo,  per citare solo alcuni esempi.  Non solo, ma gran parte della filosofia italiana è sparsa tra le opere di chi veramente non è stato propriamente un filosofo in senso stretto: pensiamo a Dante, Giacomo Leopardi, Coluccio Salutati, Leon Battista Alberti ecc. Così non mancano pregevoli opere di economia politica, di diritto, di filosofia, ma è indubbio che nei più svariati campi dello scibile umano, lo spirito italiano spicca per fantasiosità e intuito: l'attitudine razionalista è invece coltivata maggiormente in Germania, Inghilterra e Francia: ad es. nel positivismo e nell'idealismo;  nel diritto, ad es.,  bisogna aspettare la Scuola dei Culti francese, von Savigny e la pandettistica tedesca per trovare i primi esempi di "sistema" giuridico. Ma di questo ultimo argomento ce ne occuperemo in seguito. 

A mio parere, il genio italiano è bene rappresentato da Leonardo da Vinci, che, senza ricorrere a veri sistemi di pensiero, esplorò, da empirico geniale quale era, tutto il campo del sapere umano. Egli è definito filosofo, scienziato, musicista, trattatista, matematico, architetto, ingegnere, pittore, scultore e botanico.

In realtà, Leonardo fu un pittore, ingegnere ed architetto con la passione per l'indagine dei fenomeni naturali. Questo naturalmente non sminuisce l'importanza delle sue intuizioni nel campo della scienza e della filosofia naturale. "Voi conoscete - scrive il filosofo Benedetto Croce - le sue moltissime scoperte e ricerche di meccanica, di fisica, di astronomia, di geologia, di botanica, di anatomia, di fisiologia; e come egli già formulasse il principio di inerzia e quello delle velocità virtuali, e le leggi del movimento uniforme e dell'uniformemente accelerato, e dell'attrito, e del centro di gravità dei solidi e dell'equilibrio dei liquidi nei vasi comunicanti, e la teoria delle onde, e la filotassi delle piante, e la pesantezza dell'aria, e la sfericità della terra..." E Giovanni Gentile: " Leonardo, dunque, non ha lasciato né opere filosofiche, né una scuola di filosofia; non è vissuto sotto il dominio sovrano dell' interesse filosofico, indirizzando a quel segno la somma de' suoi pensieri; e perciò non ha potuto risolvere nessuno dei problemi, che i filosofi si propongono di risolvere. Per tutti questi rispetti può ben dirsi a ragione che Leonardo non appartenga alla storia della filosofia. Ma, soggiungo subito, nello stesso senso né anche Machiavelli, e né anche Galileo, a rigore, vi appartengono; per prendere due nomi che per vario motivo vanno storicamente congiunti con quelli di Leonardo, e che pure si è soliti d'incontrare nelle storie della filosofia; poiché tanta è infatti l'importanza storica del loro pensiero, quantunque entrambi abbiano propriamente atteso a speciali problemi scientifici, estranei al complesso sistematico di quelli che si possono dire filosofici". 

Né secondo Benedetto Croce, né secondo Giovanni Gentile, Leonardo fu un filosofo. Eppure, secondo Leonardo, tutto è immanenza, rifiutando così ogni visione metafisica; egli dice: " La sapienza è figliola della esperienza. Fuggi i precetti di quelli speculatori, che le loro ragioni non sono confermate dalla isperienza". 

Leonardo fu in effetti acerrimo sostenitore del metodo sperimentale: " Queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso, la qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili e con più moderanza, e che tu non ti veli di ignoranza, che farebbe, che, non avendo effetto, tu t'abbi con disperazione a darti malinconia". Una presa di posizione sensista che vedremo sviluppata ampiamente nei sistemi filosofici francesi e inglesi.

Pur ammettendo di essere un "omo sanza littere", cioè di non essere un umanista, Leonardo fu uno scrittore sintetico ed efficace, a tal punto che da taluno viene considerato uno dei padri della prosa volgare italiana, dopo Dante, autore del Convivio. 

Si può dire, a proposito della prosa leonardesca, quello che Francesco Berni diceva ai poeti contemporanei, esaltando la poesia di Michelangelo: " 'e dice cose e voi dite parole". Manifestazioni tipiche della cultura italiana sono l'Umanesimo e il Rinascimento, fenomeni distinti ma variamente collegati fra di loro. L'Umanesimo fu propriamente lo studio filologico e storico degli scrittori dell'antichità classica, greci e latini, nel tentativo di far rivivere le virtù civili e politiche che questa contrassegnarono. Gli umanisti si definivano philosophi, ma è chiaro che con l'Umanesimo siamo in presenza di una forma di pensiero diversa dalla speculazione filosofica propriamente intesa, forma di pensiero basata sulla riscoperta e la valorizzazione del mondo classico, tanto che Ciriaco d'Ancona è considerato il padre dell'archeologia. Fu chiaro agli umanisti che la civiltà classica subì una drammatica eclissi con l'avvento del Medioevo, come teorizzato da Flavio Biondo. Non mancarono umanisti che si dedicarono alla filosofia, come Marsilio Ficino, Lorenzo Valla e Giovanni Pico della Mirandola, ma nel complesso io ritengo che per umanisti si debbano intendere i cultori degli studi classici, di quegli studia humanitatis che essi ritenevano così formativi per la crescita morale e intellettuale dell'uomo. Caposaldi dell'Umanesimo furono tre: litterae classiche, studio della storia e della lingua volgare comparata al latino. Nella seconda generazione degli umanisti, quella ad es. rappresentata da Poggio Bracciolini, emerge la figura poliedrica di Leon Battista Alberti, scrittore, pittore, architetto, matematico e linguista.

Per Rinascimento, invece, si deve intendere un fenomeno di rinascita propriamente artistica, dopo i secoli dell'arte bizantina, i cui capostipiti furono Cimabue e Giotto presto seguiti da una moltitudine di artisti, come Raffaello, Sandro Botticelli, Michelangelo, Tiziano ecc., che portarono a vette veramente eccelse l'arte del bello. Innumerevoli furono, soprattutto a Firenze, Roma e Venezia, le botteghe di artisti-artigiani. Così stabilita la differenza fra Umanesimo e Rinascimento, si deve però specificare che questi movimenti culturali, pur aventi una propria fisionomia, si sono intrecciati, rendendone perciò spesso difficile una trattazione separata. 

Al più si può fondatamente asserire che in un primo tempo, dal '300 ai primi decenni del '400, in primis col Petrarca, nasce e si sviluppa la cultura umanistica stricto sensu, quella basata sull'attento studio delle opere classiche e sulla loro interpretazione e imitazione, mentre, successivamente, l'umanesimo tende ad espandersi, ricomprendendo anche le discipline liberali, quali la pittura, la scultura e l'architettura, estranee alla letteratura. Si ha così una fusione tra Umanesimo e Rinascimento.

Con ciò si spiega perché abbiamo definito "fantasiosa" la cultura italiana. Essa è un misto di Umanesimo, Rinascimento, filosofia naturale, astrologia, medicina e diritto, quale si può osservare nei secoli che vanno dal Medioevo fino all'età moderna. E' in Italia che si afferma per la prima volta una visione del mondo così fantasiosa e ricca di sfumature. Ed anche il pensiero scientifico italiano non raramente porta il segno dell'intuizione precorritrice. Così avviene per Girolamo Saccheri, che intuì la geometria non euclidea e  per l'architetto e trattatista Guarino Guarini, che sembra aver anticipato la teoria ondulatoria della luce.  

  

 

 

L'identità italiana.

 

Precedentemente mi sono soffermato sul tema dell'identità italiana e ho concluso che essa è prevalentemente latina. In un altro post ho parlato della popolarità della cultura italiana, affermando che questa popolarità deriva sostanzialmente dalla quasi mancanza di una borghesia affaristica e cosmopolita con interessi intellettualmente raffinati. Di qui la constatazione che il genere narrativo tipico italiano non è il romanzo ma la novella, di struttura più semplice anche se non priva, negli autori maggiori, di raffinatezze stilistiche e contenutistiche. E, invero, la prosa italiana inizia con il Decamerone, raccolta di cento novelle, e prosegue attraverso i secoli successivi, caratterizzata da questa forma prosastica, essendo il romanzo scarsamente rappresentato. Ed anche tra '800 e '900, quando nasce, su influsso russo, francese ed inglese, la produzione romanzesca più matura ed interessante, il genere novella non cessa di essere coltivato dagli stessi scrittori di romanzi.

In questo post, vorrei approfondire il tema dell'identità italiana dal punto di vista della sua popolarità, acquisendo altri dati e svolgendo ulteriori argomentazioni. A prescindere dal rapporto novella-romanzo nella letteratura italiana, mi propongo di dimostrare che l'intera cultura italiana è di impronta popolare, e se pur esiste certamente un elemento "colto", questo non di rado si interseca con quello popolare. 

Si richiamino alla memoria le terzine di Dante, padre della letteratura italiana, intrise di umori popolari. Oppure si ponga mente al romanzo italiano per antonomasia, I promessi sposi, che segue le vicende di due popolani che, per sposarsi, devono fare i salti mortali, sullo sfondo della dominazione spagnola. Anche le arti visive conducono a questa conclusione. Non mancano ingegni raffinati, ma i soggetti trattati dalla scultura e dalla pittura, non di rado riflettono, anche per via della committenza, i sentimenti e le passioni popolari, di stampo cristiano-cattolico. Così abbiamo una pletora di pittori che dipingono, sino al limite del banale e del pacchiano, soggetti religiosi. Ma lasciamo perdere la turba dei mediocri. Nessuno vorrà certo affermare che artisti quali Raffaello, Michelangelo, Leonardo o Caravaggio non attingano al sublime. In particolare, Caravaggio, padre della tecnica chiaroscurale, cala il sacro nella gente del popolo, "divinizzando" così mendicanti e prostitute. Per quanto riguarda Leonardo da Vinci, egli si definisce "omo sanza littere", non versato cioè nella cultura umanistica: secondo me egli è un popolano di genio, strenuo indagatore della natura nelle sue varie manifestazioni, ma non scienziato né filosofo. 

Ritornando alla letteratura italiana delle origini, è necessario un confronto fra Dante e Petrarca. Il Cardinale Pietro Bembo, assegnò il primato nella poesia a Francesco Petrarca, umanista che scrisse quasi esclusivamente in latino, per la mania di imitare i classici. Di lui, in italiano, non abbiamo che il Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta), e i Trionfi, opera per la verità poco letta. Quale distanza lo separa da Dante ! Il quale fu, a mio avviso, il vero fondatore della poesia e della prosa italiane. Ma qui dobbiamo specificare: l'italiano, cioè il toscano fiorentino, assurse con Dante a lingua "colta", nei confronti delle altre lingue regionali, fungendo per la Penisola da lingua comune e  affiancando il latino nella comunicazione tra i dotti. La differenza è che il latino veniva impiegato a livello universale. Abbiamo dunque la scaletta: latino- italiano-lingue regionali, dove i due primi idiomi fungono da lingue "colte". Già, perché intorno all'italiano ruotano gli idiomi regionali, che, lungi dal costituire espressioni nazionali, fanno parte integrante dell'italianità. I dialetti costituiscono, per eccellenza, i modi di esprimersi del popolo, e stanno all'italiano come questo sta al latino. Ma in dialetto sono stati scritti insigni capolavori, tanto in prosa quanto in poesia. Ricordiamo il seicentesco Lo Cunto de li cunti, raccolta di novelle in lingua napoletana di Giambattista Basile, e le Poesie di Carlo Porta, in dialetto milanese.

Passiamo al teatro. In questo campo dello spettacolo, come non ricordare la Commedia dell'Arte che ebbe origine in Italia nel XVI secolo ? Questa forma di spettacolo, basata sul professionismo degli attori, è rimasta popolare fino al XVIII secolo, quando Carlo Goldoni riformò la commedia, sostenendo la necessità di un teatro senza maschere. Nella Commedia dell'arte sono presenti  personaggi di tutte le Regioni italiane, da Arlecchino (Bergamo) a Pulcinella (Napoli). Si tratta di una forma di rappresentazione scenica indiscutibilmente popolare, ben lontana dal teatro erudito di un Ariosto o di un Machiavelli. La commedia italiana, che affondava le sue radici nel mondo dei giullari medioevali, influenzò profondamente il teatro europeo, soprattutto quello francese e quello inglese, se è vero che in Shakespeare sono presenti personaggi comici italiani e che Il Volpone di Ben Jonson, altro grande autore del teatro elisabettiano, è in sostanza una versione inglese della commedia italiana. Ma ciò che è più interessante è che il teatro latino del sarsinate Tito Maccio Plauto influenzò largamente la Commedia dell'Arte: ottimo esempio del permanere dell' italum acetum nel corso dei secoli.

Nel campo della musica, è d'obbligo parlare dell'Opera lirica (o melodramma), spettacolo teatrale che unisce musica, canto, poesia ed allestimento scenico. Si tratta probabilmente della rivoluzione più completa ed incisiva della musica occidentale, nata in Italia alla fine del XVI secolo. Tradizionalmente si fa risalire la creazione del melodramma all'attività di un gruppo di intellettuali fiorentini, noto come Camerata de' Bardi, cui parteciparono il compositore e teorico della musica Vincenzo Galilei e il compositore Giulio Caccini.

A prescindere dalla sua origine culta, è indubbio che l'Opera sia stata concepita per soddisfare gusti non solo aristocratici e borghesi, ma anche popolari e popolari sono per lo più gli intrecci dei melodrammi. Insomma, si tratta di un genere di spettacolo che va incontro alle esigenze di tutte le classi sociali, tanto che i soggetti rappresentati possono essere i più vari: serio, buffo, giocoso, semiserio, farsesco.

La cultura italiana ha dunque un carattere spiccatamente popolare, e questo la distingue in linea di massima dalla cultura nord-europea, in cui sono fiorite ricche borghesie portatrici di interessi intellettualistici. Proviamo a confrontare il manierismo all'impressionismo francese. Questo naturalmente non significa che gli artisti e i letterati italiani siano privi di genio; significa solamente che per la maggior parte questo genio si è esercitato su soggetti popolari, e ciò è vero sia per la letteratura che per le altre arti, compresa la musica. Se poi passiamo al cinema, questo fatto risulterà ancora più evidente (neorealismo). 

Quale sarà dunque l'identità italiana ? Quella di un Paese fortemente romanizzato  nel quale si sono fuse l'anima gallo-celtica, greca e latina. Questa fusione, rilevabile ad un attento studio, non ha portato però al sorgere di organismi  politici paragonabili al populus Romanus o all'English people: troppo grande e profonda è stata la frammentazione sociale e culturale nell'Italia del Medioevo e dell'età moderna. Riservandoci di approfondire l'argomento del rapporto tra le nozioni di razza, nazione e popolo in altra sede,  affermiamo che l'Italia, pur con tutte le sue diversità, non è uno Stato plurinazionale, ma regionale, come dice la stessa Costituzione repubblicana.

Nei primi decenni del '900, con il trionfo dell'ideologia fascista, sembrava che l'Italia dovesse diventare chissà quale potenza politico-militare: il consenso al regime era apparentemente molto forte, ma con la sconfitta prevalse lo spirito del "tutti a casa": non esito a dire che i crimini di guerra commessi dal regime fascista, ad es. in Etiopia, furono perpetrati dai fanatici fedelissimi del Duce, quelli che poi andarono a costituire la Repubblica di Salò. Nel popolo italiano prevale una saggezza (un po' da Commedia dell'Arte), che lo porta a non amare la guerra o la violenza in genere, preferendo di gran lunga la pace disarmata.  

 

 

Confronto tra il populus Romanus e l'English people.

 

Siamo in presenza di due popoli che hanno segnato lo sviluppo civile dell'Europa e del mondo intero. Entrambi sono nati da un incrocio di diversi apporti culturali che si sono felicemente amalgamati dando luogo ad entità politiche di grande originalità. Inizio con l'esporre il quadro storico della Gran Bretagna.

Il popolamento della Gran Bretagna prese l'avvio dalle migrazioni di popoli diversi. I popoli provenienti dal Mediterraneo portarono la civiltà megalitica; ad essi si aggiunsero i Celti, originari dell'Europa centrale. Successivamente, con la caduta dell'Impero romano, le tribù germaniche degli Angli e dei Sassoni invasero la Gran Bretagna, e, alla venuta degli Scandinavi, fece seguito la conquista dei Normanni, che introdussero la civiltà e la lingua francese, che rimane evidente nella lingua Inglese, la quale, pur appartenendo al ceppo germanico, risente dell'influenza francese, e quindi, in buona parte, neo-latina. Lingue celtiche sono parlate ancora nelle regioni montuose della Scozia (gaelico), e nel Galles; il celtico è invece scomparso da secoli dalla Cornovaglia.

Come si può vedere trattasi di una vicenda plurisecolare complessa e ricca di fascino. In tutto questo travaglio di popoli e di culture, possiamo ben affermare che in Gran Bretagna si è affermato l'Inglese come lingua-guida delle varie nazioni che compongono le isole britanniche. Fatta questa premessa di ordine generale, mi vorrei soffermare più da vicino sull' English people. A partire dal  '700, gli Inglesi sono stati in prima fila nel processo di civilizzazione dell'Europa e del mondo intero. Dalla prima rivoluzione industriale, si è passati oggi a quella digitale, che, tra gli altri, ha avuto l'effetto di propagare ancora di più l'idioma inglese a livello internazionale, accrescendo il prestigio dell' Inghilterra. Noto che questa lingua è molto bella ed espressiva, ma che, avendo una esile grammatica, si rivela poco formativa a differenza , poniamo, del latino, lingua dalla sintassi complessa. La rivoluzione digitale è comunque un fatto imponente, capace di stravolgere i tradizionali assetti culturali e mentali di tutti i Paesi del mondo. L'interazione uomo-macchina che essa propone è foriera di grandi cambiamenti: si può immaginare che renda possibile l'eternarsi dell'umanità.  Le zone di influenza anglo-sassoni, sono vastissime e vanno dagli Stati Uniti a gran parte del Canada, fino al continente australiano. Stati Uniti ed Inghilterra sono oggi, come e più della Roma imperiale, una epitome mundi.  Oggi la lingua inglese ha sostituito quella latina come lingua della divulgazione scientifica e commerciale.

Gli anglo-sassoni  sono degli acutissimi ragionatori, ed hanno consegnato all'umanità non solo eccellenti risultati nel campo delle scienze esatte e della filosofia, ma anche nella letteratura, che conta innumerevoli, insigni, capolavori. Meno importante, come sembra, è il loro contributo alle arti ed alla musica classica. Filosoficamente, la cultura anglosassone è di impronta sensistico-pragmatica. Spicca infatti nel pensiero inglese l'utilitarismo ed il pragmatismo: i britannici sono maestri nel creare sistemi culturali pratici, come l'informatica (computer science). In ciò sono paragonabili ai Romani, di cui è a tutti noto l'empirismo. I Romani eccellevano infatti nelle discipline pratiche, come il diritto, l'agricoltura, l'architettura e la medicina, ed ebbero inoltre un fine gusto estetico nel comparare la letteratura latina a quella greca o nel ragionare di storia dell'arte (Plinio il Vecchio). Cosa che li accomuna agli Inglesi, che sanno trascegliere il meglio che proviene dalle altre culture, rigettandone il peggio. Si dice che i giuristi romani furono anche cultori di scienze naturali.

Nel campo del diritto, gli Inglesi hanno creato un sistema giuridico originale, la common law, che si è imposta come modello legale, basato sul principio dello stare decisis, a differenza del sistema di Civil law, di origine romana, in cui è preminente l'applicazione della Legge. Se e in che misura il diritto romano abbia influenzato la common law,  è un problema dibattuto, che affronteremo a suo tempo e luogo. 

L'English people, si pone dunque come il raccordo delle Nazioni britanniche, e, attraverso l'immigrazione in America ed Australia, ha conquistato gran parte del mondo, creando un modello di civiltà digitale che pare vincente sotto tutti gli aspetti, ad iniziare dal rispetto della natura.

Passo ora ad illustrare le caratteristiche del populus Romanus, cercando  di confrontarle con quelle dell'English people. Il popolo Romano si presenta storicamente come un popolo "misto", nato dalla fusione di almeno tre etnie: quella latina, predominante, quella sabina e quella etrusca. Concezione originaria è quella regia, poi popolare: per circa cinquecento anni il popolo Romano fu una Repubblica, anche se l'elemento aristocratico fu prevalente; tuttavia non mancò in questo arco temporale una vigile coscienza popolare, attenta ai soprusi del potere e impersonata dai tribuni della plebe. Con l'Impero tale coscienza declinò, e anzi si può affermare che l'autentica storia di Roma si è arrestata alla fine della Repubblica. Nel diritto, osserviamo una forte corrente di individualismo, quella stessa per la quale i Romani furono accusati dai Nazionalsocialisti; infatti i Romani concepivano il popolo come aggregato di individui concreti: mancava loro quella visione del popolo eretto a Stato, ente astratto superiore alla somma dei singoli componenti, che è tipica della gius-pubblicistica moderna di derivazione tedesca. Si può dire che, in età repubblicana, i cives romani erano eguali tra di loro perché condividevano gli stessi valori. Lo stesso avviene per l'English people, ben noto per il suo individualismo, pur nel quadro di una fortissima identità comune. La società inglese è perfettamente strutturata, come quella romana, sulla base del rango sociale. Tipico di questa società è il costituirsi di club e di associazioni segrete come la Massoneria, che infatti nasce in Inghilterra nel 1717. Non pare invece che le Corporazioni di arti e mestieri, di cui si ha notizia in Roma fin dalla Legge delle XII Tavole, avessero fini iniziatici: lo "Stato" non poteva tollerare una simile situazione, e , d'altra parte, la religione era attratta nel diritto pubblico, essendo una materia che interessava tutti i cittadini: i collegi sacerdotali romani non erano caste od élites nel senso proprio del termine, ma, sia pur gestiti dall'oligarchia dominante, costituivano organi "statuali" e non prevedevano cerimonie iniziatiche, come le religioni greca ed orientali. Altro tratto comune tra il  populus Romanus e l'English people, è l'attitudine all'universalismo,( forse il termine imperialismo è sorpassato perché non rende fino in fondo l'idea che sta alla base dell'espansione tanto romana che britannica); universalismo che ha avuto manifestazioni certamente brutali ma si è concretizzato anche in forme sorprendentemente "liberali", con l'assimilazione e l'accoglienza dei popoli più disparati. 

  Come i Romani, gli Inglesi non hanno mai conosciuto il dogma della persona giuridica, dando maggior risalto ai membri concreti della comunità nazionale. Sempre in tema di diritto, segnalo una fondamentale differenza tra le due esperienze: la coscienza giuridica romana, filtrata ed interpretata dai giuristi, mostra un maggiore idealismo di quella inglese, la quale non conosce i concetti complessi di  ius e fas. Il diritto inglese è totalmente utilitaristico, mentre il ius, pur agganciato all'utilità, conosce una tensione verso i suoi fondamenti ultimi. Cos'è il ius ? L'anello di congiunzione fra uomo e dio, rappresentato dal fas o lex divina. Ma se il fas è legge, allora non può avere che struttura tripartita come il ius, in cui si fronteggiano attore e convenuto, moderati dal giudice, terzo principio neutro. Si tratta di un bilanciamento energetico, la cui origine è ispirata dal fas. Come abbiamo già scritto, è probabile che il fas non sia solo la "parola splendente" posta ai primordi dell'universo, ma che abbia una triplice struttura: un principio attivo, uno passivo e infine uno neutro. Tale struttura noi possiamo ravvisare nelle Triadi regia e repubblicana, ma soprattutto regia, dove Giove, Marte e Quirino rappresenterebbero la triplicità dell'essere.

Questa unione tra uomo e dio, che si chiama ius, non ha alcun connotato mistico, e significa solamente che il vir iustus , nella sua condotta, raggiunge quell'equilibrio energetico proprio della divinità. Possiamo così dire che sono gli umanisti i veri uomini di dio (Humaniores, "gli uomini più umani") e che il ius è il centro della cultura umanistica. Naturalmente non dimentichiamo i misfatti di cui si sono macchiati i Romani: la nostra attenzione va ai giuristi, che,  privi di ideologie, seppero coltivare l'arte del giusto, pur stando sempre dalla parte del potere costituito.

 

Benvenuti nel sito di culturaromanoitaliana.com ! Inizieremo con qualche cenno programmatico. La nostra intenzione è  di illustrare ed approfondire le relazioni intercorrenti tra la cultura dell'antica Roma e quella italiana, nonché di evidenziare le influenze che la cultura italiana ha avuto su quella europea. Temi del blog saranno essenzialmente tre: storia del diritto e diritto romano, italianistica e il pensiero della Destra, cui è demandato, insieme agli organi istituzionali, il compito di diffondere e difendere il tesoro di conoscenze, storia e arte che caratterizza l'Italia. Ciò faremo nel rispetto il più possibile rigoroso dei fatti e dell'oggettività, atteggiamento che, del resto, è tipico della Destra di tutti i Paesi. 

I Romani possedevano una visione organicistica delle società, per la quale tutto ciò che nasce è destinato a perire, compresi gli Stati. Visione  espressa dal famoso apologo di Menenio Agrippa, il patrizio incaricato di scendere a patti con la plebe rivoltosa, e di cui si trovano tracce in ciò che è rimasto negli scritti dei giuristi romani, come Papirio Frontone, con la sua dottrina sul peculium , che nasce, cresce e si estingue o nei retori, come Floro, negli scritti del quale è ben illustrata questa concezione. D'altra parte, la stessa nascita di Roma, avvenuta con un fratricidio, è avvolta da questo alone di fatalità, forse ereditato dagli Etruschi. Si narra, infatti, che Romolo, il primo re di Roma, osservò il volo di dodici avvoltoi e da ciò si trasse la profezia che il nomen romanum, ovvero il patrimonio materiale e spirituale della Romanità, sarebbe durato dodici secoli, profezia che si è dimostrata complessivamente veritiera. Noi non crediamo che con il Cristianesimo cattolico sia nato un nuovo ciclo nella vita della "Città eterna", ma che, al contrario, il suo ciclo vitale si sia esaurito, con l'estinguersi dell' energia di propagazione ed assimilazione di genti straniere. Naturalmente, Roma è sopravvissuta come centro urbano, diventando la Capitale d'Italia, mentre la Chiesa rappresenta solo l'atto finale ed infausto della storia di Roma antica. D'altronde, anche in fisica, sembra dominare la visione organicistica, per la quale l'Universo è paragonato ad un immenso organismo vivente, destinato un giorno a perire, esaurendo l'energia. Ma si badi che Roma, conquistando il suo vasto Impero, ha reso possibile il sorgere di nuovi cicli soprattutto nell'Europa continentale, fecondando con la sua cultura Paesi come la Spagna, la Francia, la Germania e  l'Inghilterra, Paesi che hanno imparato moltissimo dalla civiltà romana, sia pure sviluppando una loro originalità. In particolare, l'Inghilterra si presenta come una poderosa sintesi del mondo germanico, non priva di cospicui apporti latini. Anche nel Medio Oriente, con la fondazione di Costantinopoli nel 330 d.C., è nato un nuovo ciclo destinato ad estinguersi un millennio dopo, con la conquista della "Nuova Roma" da parte dei Turchi di Maometto II, nel 1453. Altro discorso si deve fare per il nord Africa, sommerso dai Musulmani quasi subito dopo l'anno cruciale del 612 d.C., mentre ancora erano in vita le scuole di retorica latine. E, invero, tracciare con precisione, in una data, ( convenzionalmente si indica il 476 d.C.) la fine del mondo antico, è impresa ardua. Così come Roma non nacque in un sol giorno ( 21 aprile 753 a.C.), così essa venne meno gradualmente e quasi impercettibilmente, lasciando però ai popoli europei una eredità destinata a un grande futuro. L'idea dell'impero, come giustamente rileva Hannah Arendt, sopravvisse a lungo in Occidente, influenzando più o meno direttamente uomini di Stato e politici, come Carlo Magno, Napoleone e, purtroppo, Mussolini. Anche gli Stati Uniti ne risentono, e comunque sono impregnati di classicità romana. Roma fu un piccolo-grande mondo: piccolo perché il nucleo centrale della sua civiltà è costituito da concezioni giuridico-filosofiche maturate in un ambiente socio-politico ristretto, dato dalla fusione di piccoli gruppi di diversa etnia; grande, perché essa ebbe la capacità di estenderle ad un'area geografica notevolmente vasta. A proposito di diritto, indagheremo sui sorprendenti rapporti fra ius e fas, oggetto di interminabili dispute nella dottrina romanistica e giuridica in generale, che forse nascondono una verità ancora tutta da scoprire. Siamo convinti che  la giurisprudenza romana abbia molte cose da dire a noi moderni, cose che vanno oltre la comune percezione del diritto romano come primo sistema di pianificazione formalizzata dei rapporti sociali. Con tutta probabilità lo ius è il più possente concetto mai creato da mente umana. E vorremmo anche dire che questo ius, il cui significato è apparso e tuttora appare indefinito e sfuggente, non è altro che la totalità della realtà umana, divina e naturale, così come si manifesta all'occhio dell'osservatore umano.

A questo punto potremmo chiederci perché l'Istituzione imperiale è collassata in Occidente e non in Oriente, domanda che sorge spontanea. A nostro avviso, il motivo principale sta nella più massiccia e antica struttura urbana dell'Oriente nei confronti dell'Occidente, dove l'unica grande metropoli era Roma. La pars orientis dell'Impero poteva contare su città quali Alessandria, Antiochia e Costantinopoli, che costituivano un asse fondamentale per l'unità della compagine imperiale. Scarsa, invece, l'urbanizzazione in Occidente, con pochi centri troppo lontani fra loro per interagire efficacemente. La storiografia contemporanea, invece, tende a ridimensionare il ruolo giocato dai Barbari nella caduta dell'Impero, e, invero, a noi pare che causa ben più grande di questa caduta sia da ravvisare nelle spietate guerre civili in cui si scontravano gli eserciti romani, a partire dal 235 d.C., data della morte di Alessandro Severo. E' d'uopo ricordare che fin da Settimio Severo, Imperatore dal 197 al 211 d.C., l'esercito aveva subito un primo inizio di imbarbarimento, tendenza che proseguì in seguito con grandi ripercussioni sulla disciplina militare. Lo stesso Settimio Severo impose a Roma la presenza della Legione I Partica, segno che l'Italia veniva gradualmente equiparata alle province. Non solo: egli esautorò gli Italici dal servizio presso la Corte pretoriana, sorta di guardia del corpo dell'Imperatore. Ma riprendiamo il discorso sulla ciclicità degli organismi politici.    A questa visione, si contrappone la concezione lineare del tempo, tipica dell'ebraismo. Gli ebrei hanno sempre cercato di mantenersi al di fuori dei "sistemi di cose" creati dalle genti delle Nazioni, nella speranza di ereditare come "giusti" una terra rinnovata e trasfigurata, dopo che, secondo la profezia biblica, le nazioni sorgeranno l'una contro l'altra causando immani tribolazioni.  La storia dunque approderà al suo fine ultimo e sarà un ebreo a guidare i sopravvissuti. Questo, almeno, è ciò che si evince dalla Bibbia.

E l'Italia ? Creatura privilegiata dei Romani (Saturnia Tellus), e più di altri Paesi impregnata di civiltà classica greco-romana, con il crollo dell'Autorità centrale imperiale,  ritornò al suo vecchio regionalismo (e sub-regionalismo), alla frammentazione culturale e politica tipica dell'età preromana, cosa che impedì per lunghi secoli la sua unificazione. Furono secoli di umiliazioni, conquiste straniere e servaggio, tanto da ispirare la nota invettiva dantesca. Per di più, l'Italia, avvilita dal soffocante conformismo cattolico, ebbe presumibilmente a pagare il più alto prezzo in vite umane a causa della repressione poliziesca dell'Inquisizione. Ciò non impedì il sorgere di una splendida cultura nell'età dell'Umanesimo e del Rinascimento,  la rivoluzione in campo musicale dell'Opera, e, in campo scientifico, dello sperimentalismo galileiano. Vedremo in seguito che, nonostante tutto, l'Italia ha saputo dimostrare una straordinaria vitalità spirituale, vitalità oggi messa in pericolo dal livellamento causato dalla cultura di massa internazionale. Una americanizzazione sempre più invasiva avvilisce e sembra mettere in pericolo la nobile identità di questo Paese, riducendolo a mero satellite non solo politico ma anche culturale. A ciò si aggiunge una perniciosa crisi demografica, causata  dall'accentramento del potere e della ricchezza in poche mani, fenomeno destinato ad acuirsi col passare del tempo. Ciò significa la perdita del lavoro da parte di tante persone con il conseguente spopolamento. In altre parole, non è il benessere che causa la crisi demografica ma il sempre più diffuso malessere sociale. Paese notoriamente poco commerciale (le grandi rotte del commercio passano per il nord-Atlantico), l'Italia possiede una notevole vitalità economica grazie al grande numero di piccole e medie aziende, situate soprattutto nel centro-nord. Nulla a che vedere con le corporation americane, che spadroneggiano indisturbate nel mondo mirando a fagocitare le economie più piccole e perciò più fragili. Ma, ritornando al discorso storico-culturale, Il nostro intento è gettare un ponte tra il  passato e il futuro dell'Italia, dimostrando in primo luogo la romanità del Tricolore, nel segno di una ininterrotta tradizione millenaria. Indagheremo anche se, fin dall'antichità romana, sia emerso un concetto politico e giuridico dell'Italia.

Aggiungiamo che l'Italia ha funto da tratto d'unione tra le civiltà dell'Evo antico (Grecia, Egitto, Mesopotamia ecc.) e quelle dell'Evo moderno, che, attraverso la conquista romana, hanno potuto assimilare cognizioni importantissime per la costruzione della propria identità nazionale. Sarà questo il punto debole dell'Italia? Questo costante rivolgersi al passato ? Noi crediamo che questo Paese, nonostante le sue contraddizioni e difetti, continuerà a svolgere nel panorama internazionale un ruolo insostituibile. Indubbiamente l'Italia è un Paese "vecchio", le sue glorie sembrano appartenere al passato e questo risulta evidente se la paragoniamo agli Stati Uniti, con i suoi duecento anni di storia, o con le nazioni europee, (eccetto la Grecia), che contano solo un millennio circa. Per questo auspichiamo che i governi italiani a venire, proseguendo nel processo di modernizzazione, mettano anche in atto misure oculatamente anti-liberiste, volte a salvaguardare il patrimonio materiale e spirituale dell'italianità.